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ha
detto:
"Tornammo
a valle. C’era un bel tempo d’ottobre,
camminavamo attraverso un bosco dipinto dall’autunno
coi colori del giallo e dell’oro.
Camminavo costringendomi a non guardare indietro,
dove spuntava la parete della grande montagna,
illuminata dal tramonto del sole, la montagna
sulla quale non ero salito. Questo quadro mi provocava
un grande rimpianto: mancava così poco
per toccare la cima… Ma mi rallegravo all’idea
che l’Himalaya fosse alla nostra portata
e che sarei tornato ancora su quelle montagne,
le più alte del mondo.
Dovevo tornare.
E tornai.
E scrissi questo libro.
In esso non c’è una risposta alla
domanda, posta con insistenza, su quale sia il
senso delle spedizioni verso le alte montagne.
Non ho mai sentito il bisogno di una simile definizione.
Andavo sulle montagne e le conquistavo.
Ecco tutto.”.
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Jerzy Kukuzka, il più grande
scalatore d’alta quota degli anni ’80.
Affermazione azzardata, omaggio postumo ad una grande figura?
Rileggendo le cronache alpinistiche di un tempo, e un gran
bell’articolo di Roberto Mantovani sulla Rivista del
Cai, la tentazione di porre Kukuzka nell’olimpo è
molto forte e in qualche modo giustificata; con mezzi economici
e, anche, fisici, nettamente inferiori a quelli dei grandi
contemporanei, Jerzy rincorse gli 8000 Himalayani, e non solo,
con una caparbietà e una dedizione fuori dal comune.
Salite invernali, vie nuove anche quando la logica del business
ambiva al risultato sicuro per vie già conosciute,
tentativi azzardati in compagnia di scalatori non sempre all’altezza.
Kukuzka suppliva alle sue carenze fisiche (aveva una resistenza
alla fatica e agli stenti assolutamente fuori dal comune,
ma non era, costituzionalmente, un atleta modello) con una
feroce volontà irrazionale, indomitamente al servizio
dei giganti Himalayani.
Il suo libro, che esce in questo Gennaio 2003, lascia talvolta
increduli per i compromessi anche privati a cui il grande
polacco sottoponeva la sua vita, sempre teso verso un sentiero
non luminoso ma piuttosto abbagliante.
C’era ben poco tempo, nelle sue scalate al limite della
sopravvivenza, per gustarsi la montagna e la salita; la “montagna
dentro la montagna” ( definizione datami da Berhault
in Uomini&Pareti ) trovava pienezza nelle asperità
della natura piuttosto che nelle sue contemplazioni.
La sua morte, sulla Sud del Lhotse, non poteva avvenire per
mancanza di forze, e così infatti, non fu: Jerzy poteva
solo cadere ma non si sarebbe mai accasciato.
Avrebbe potuto vivere cibandosi di sterpaglie e sassi per
giorni, e intanto salire, scrisse Wanda Rutkiewicz, la sintesi
di un alpinismo eroico di cui Kukuzka è stato uno degli
ultimi grandi esponenti.
Sulla stessa Sud del Lhotse arrivò poi Cesen, che la
vinse in 48 ore, da solo, quasi un confronto impietoso con
il tentativo di settimane, a più campi, del grande
polacco; al di là dei dubbi che poi travolsero lo stesso
Cesen, era il segno del passaggio di un testimone, e certo
Jerzy l’avrebbe commentato con onestà e spirito
critico.
Restano pagine e pagine di avventura “bestiale”,
e anche un sordido messaggio a chi si rifugia nelle giustificazioni;
anche un uomo normale e non baciato dalla fortuna può
diventare un grandissimo come Jerzy Kukuzka.
© fabio
palma
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