alpinia - cose di montagna

vite in verticale

Jerzy Kukuczka

 

Bibliografia

> “Il mio mondo verticale ”,
di Jerzy Kukuczka,
prefazione di Reinhold Messner e Simone Moro,
Ed. Versante Sud 2003


 

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  jerzy Kukuczka

 

ha detto:

"Tornammo a valle. C’era un bel tempo d’ottobre, camminavamo attraverso un bosco dipinto dall’autunno coi colori del giallo e dell’oro.
Camminavo costringendomi a non guardare indietro, dove spuntava la parete della grande montagna, illuminata dal tramonto del sole, la montagna sulla quale non ero salito. Questo quadro mi provocava un grande rimpianto: mancava così poco per toccare la cima… Ma mi rallegravo all’idea che l’Himalaya fosse alla nostra portata e che sarei tornato ancora su quelle montagne, le più alte del mondo.
Dovevo tornare.
E tornai.
E scrissi questo libro.
In esso non c’è una risposta alla domanda, posta con insistenza, su quale sia il senso delle spedizioni verso le alte montagne.
Non ho mai sentito il bisogno di una simile definizione. Andavo sulle montagne e le conquistavo.
Ecco tutto.”.

Jerzy Kukuzka, il più grande scalatore d’alta quota degli anni ’80.
Affermazione azzardata, omaggio postumo ad una grande figura?
Rileggendo le cronache alpinistiche di un tempo, e un gran bell’articolo di Roberto Mantovani sulla Rivista del Cai, la tentazione di porre Kukuzka nell’olimpo è molto forte e in qualche modo giustificata; con mezzi economici e, anche, fisici, nettamente inferiori a quelli dei grandi contemporanei, Jerzy rincorse gli 8000 Himalayani, e non solo, con una caparbietà e una dedizione fuori dal comune. Salite invernali, vie nuove anche quando la logica del business ambiva al risultato sicuro per vie già conosciute, tentativi azzardati in compagnia di scalatori non sempre all’altezza.
Kukuzka suppliva alle sue carenze fisiche (aveva una resistenza alla fatica e agli stenti assolutamente fuori dal comune, ma non era, costituzionalmente, un atleta modello) con una feroce volontà irrazionale, indomitamente al servizio dei giganti Himalayani.
Il suo libro, che esce in questo Gennaio 2003, lascia talvolta increduli per i compromessi anche privati a cui il grande polacco sottoponeva la sua vita, sempre teso verso un sentiero non luminoso ma piuttosto abbagliante.
C’era ben poco tempo, nelle sue scalate al limite della sopravvivenza, per gustarsi la montagna e la salita; la “montagna dentro la montagna” ( definizione datami da Berhault in Uomini&Pareti ) trovava pienezza nelle asperità della natura piuttosto che nelle sue contemplazioni.
La sua morte, sulla Sud del Lhotse, non poteva avvenire per mancanza di forze, e così infatti, non fu: Jerzy poteva solo cadere ma non si sarebbe mai accasciato.
Avrebbe potuto vivere cibandosi di sterpaglie e sassi per giorni, e intanto salire, scrisse Wanda Rutkiewicz, la sintesi di un alpinismo eroico di cui Kukuzka è stato uno degli ultimi grandi esponenti.
Sulla stessa Sud del Lhotse arrivò poi Cesen, che la vinse in 48 ore, da solo, quasi un confronto impietoso con il tentativo di settimane, a più campi, del grande polacco; al di là dei dubbi che poi travolsero lo stesso Cesen, era il segno del passaggio di un testimone, e certo Jerzy l’avrebbe commentato con onestà e spirito critico.
Restano pagine e pagine di avventura “bestiale”, e anche un sordido messaggio a chi si rifugia nelle giustificazioni; anche un uomo normale e non baciato dalla fortuna può diventare un grandissimo come Jerzy Kukuzka.

 

© fabio palma