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Roberto Mantovani
Direttore Responsabile della Rivista della Montagna
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| Roberto Mantovani |
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Roberto
Mantovani, nato nel 1954 in Val Pellice, é stato
collaboratore e direttore della Rivista della Montagna
dal 1970 al 1996; nel 2000 ne é ritornato alla
direzione. Ricopre anche l'incarico di Coordinatore
tecnico delle pubblicazioni del Gruppo Editoriale CDA-Vivalda
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Roberto Mantovani
é uno dei nomi maggiormente conosciuti nell'ambito
del giornalismo di montagna, lei é legato alla storia
del Rivista della Montagna, ce ne vuole narrare le origini?
Ho iniziato nei primi '70 a frequentare la redazione della
Rivista della Montagna, c'erano Stefano Ardito, Enrico Camanni,
era la vecchia redazione di Corso Moncalieri.
La Rivista nacque praticamente in un sottoscala della Libreria
della Montagna, grazie alla benevolenza di Piero Mattei, c'era
giá Camanni e la pubblicazione veniva giá distribuita
al pubblico.
Com'era la Rivista nei primi anni,
quali erano gli argomento preferiti?
La Rivista é nata con il desiderio di fare qualcosa
di differente dal periodico del CAI, nei primi anni era dedicata
soprattutto al Piemonte e al Nord Ovest ed era particolarmente
legata al mondo occitano.
Nel gruppo di redazione c'erano personaggi come Motti e Grassi,
si viveva un nuovo mattino, si parlava molto di montagna,
era il periodo immediatamente dopo l'universitá e nasceva
la passione per l'ambiente alpino.
Si parlava di sci, di alpinismo, di escursionismo, eravamo
ragazzi di 22/23 anni e ci siamo buttati da zero, da autodidatti;
io ho fatto la gavetta nel mondo del giornalismo e sono diventato
professionista.
Il direttore era Giorgio Daidola e noi formavamo un sorta
di comitato di redazione, nelle cui riunioni discutevamo continuamente,
anche in modo feroce, ma sempre con il progetto di migliorare.
Nel vostro ricercare
nuove forme di giornalismo di montagna avete tratto ispirazioni
da fonti estere?
Certamente! Volevamo differenziarci dal CAI e allora abbiamo
rivolto lo sguardo a riviste come Ascent, Mountain e soprattutto
la francese Alps.
Motti ci ha guidato alla scoperta dell'alpinismo americano.
Noi volevamo elaborare un modello italiano che tenesse conto della
nostra cultura.
E' vero la rivista
della Montagna é stata una vera novitá nel mondo
della stampa periodica e del mondo alpino italiano, ci racconti
ancora della sua evoluzione...
Nel 1985 Camanni e Chiaretta hanno lasciato la Rivista per
fondare ALP, una pubblicazione molto diversa dalla nostra:
formato grande, foto stupende e grafica curatissima, noi invece
guardavamo maggiormente ai contenuti, con un aspetto un pochino
piú dimesso, anche se bello.
Nel 1986 divenne bimestrale e poi mensile, con un enorme sforzo
editoriale e grandi cambiamenti; noi eravamo in competizione
con ALP che si presentava maggiormente rivolto all'attualitá
e alla cronaca, noi ci siamo sempre dedicati maggiormente
all'approfondimento, con servizi piú meditati e studiati
(ricordo con affetto la rubrica Oltre la notizia)
La RdM era all'avanguardia nel settore specialistico della
montagna, poi ci siamo un poco adagiati, non ci siamo adeguati
ai gusti di certo nuovo pubblico che guarda di preferenza
le foto piuttosto che leggere i testi, che noi abbiamo sempre
privilegiato.
C'era una sorta di guerra tra editori, ma poi l'amicizia e
e il buonsenso hanno prevalso.
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Copertina della Rivista
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Lei ha lasciato la Rivista
nella metá degli anni novanta...
Si, nel 1996 ho lasciato l'RdM e sono andato al CISDAE, centro
di Studio e Documentazione Alpinismo Extraeuropeo al Centro
dei Cappuccini, che si occupa anche delle mostre sulla montagna.
A me piace molto la ricerca storica...
Ma nel 2000 ho accettato di ritornare alla direzione della
RdM, la sua situazione non era delle migliori, ho accettato
una scommessa...
Si direbbe che la scommessa
sia riuscita, la Rivista va molto bene adesso...
Sicuramente! Essa é stata cambiata totalmente: nel
formato , nella formula, nei servizi.
Siamo ritornati a livelli molto soddisfacenti come tiratura,
il miglioramento sta avvenendo numero dopo numero, ma ci sono
ancora molti spazi di crescita: le teste per fare questo ci
sono, occorrono i mezzi per realizzare le idee.
CDA e Vivalda
si sono unite alla fine del 2001, é stata una sorpresa
per tutti gli appassionati di editoria di montagna vedere
la fusione tra le due editrici piú rappresentative
del ramo; lei quale ruolo ricopre in questo nuovo gruppo?
La
sorpresa ha colpito anche noi che ci lavoravamo quando a Natale
la notizia si é diffusa...
Io sono attualmente coordinatore tecnico delle pubblicazioni
del gruppo CDA-Vivalda, in pratica ho la supervisione di tutte
le riviste del gruppo, che ora non sono piú in concorrenza
tra loro, ma hanno peculariatá differenti.
La Rivista della Montagna continuerá ad essere rivista
di opinione e laboratorio di idee, dai prossimi numeri ci
saranno interessanti novitá; ALP si sta esaurendosi
dopo aver descritto le grandi montagne, potrebbe passare alle
valli; ALP Wall dovrebbe raccoglierne il testimone allargandosi
dalla semplice arrampicata all'alpinismo; Free Rider , che
é un poco fuori dal mio mondo, é di nicchia
e si occupa di una specialitá.
Le collane di libri vanno avanti tutte con molta soddisfazione.
Ogni anno vediamo accadere
sempre piú incidenti di montagna, specialmente nello
scialpinismo e in quello estremo, nella sua ormai trentennale
esperienza di giornalista di montagna sente scrupoli a scrivere
qualcosa che puó influenzare anche seppur minimamente
le persone a rischiare piú del dovuto?
Ho un grande problema
di coscienza e molti scrupoli, perché oggi l'estremo
appare essere solo ripido e il pericoloso solo impegnativo...
Occorre che noi diamo un messaggio responsabile, che chi legge
abbia la consapevolezza dei rischi che si prepara ad affrontare
Se ripenso ad amici come Franco Malnati, espertissimo e finito
sotto una valanga, o al grande Giancarlo Grassi, perito su
di una banale cascata di ghiaccio...tanti amici se ne sono
andati, ma purtroppo non esiste la casualitá: é
l'uomo che si caccia nei guai, la neve, il ghiaccio, la roccia
seguono le leggi di fisica...
Quindi il problema della
sicurezza di chi legge e poi va in montagna la influenza molto?
Moltissimo, pensi
che a volte, alla sera, dopo aver chiuso la rivista, mentre
sono a casa mi vengono scrupoli di non essere stato abbastanza
chiaro e allora torno di corsa in tipografia, per modificare
una frase, aggiungere un aggettivo, che possa fare riflettere
e indurre maggiormente alla prudenza...
Quindi vuole
dare un consiglio ai nostri lettori di Alpinia su come godere
della montagna?
Si molto volentieri!
Si va in montagna per divertirsi e non per rischiare!
Oggi non c'é il senso e la percezione del pericolo,
si é diffuso il messaggio della faciloneria; filmati
e notizie fanno pensare che le imprese si realizzino in sequenza
quasi per partenogenesi: un'impresa difficile ne genera un'altra.
Un'altra causa sono le imprese commerciali in Himalaya, dove
si pensa che basta pagare per salire sull'Everest... Non si
puó contrabbandare la montagna come gioco, per questo
ci sono le palestre al coperto e il bouldering.
Questa nostra conversazione
é stata veramente entusiasmante, parlare con lei vista
la sua competenza ed esperienza é come aprire uno
scrigno e ammirarne gli splendori..., ma le voglio fare un'ultima
domanda, quella di rito nelle mie interviste: c'é un
sogno nel cassetto di Roberto Mantovani?
Eccome se cé! Come le ho giá detto sono molto
appassionato di ricerca storica e vorrei riuscire a scrivere
la storia del periodo pre-alpinistico della conoscenza dell'Himalaya.
partendo dalle missioni dei cappuccini e dei gesuiti, poi
i geografi e i cartografi, esploratori di un mondo che allora
era come per noi la luna.
E' un'opera che vedo molto ampia e ponderosa ed é
il limite che mi pongono gli editori che non vorrebbero un
libro con piú 300/350 pagine...
Carissimo Mantovani,
grazie per la sua cortesia e per la pazienza avuta in quest'intervista,
a conclusione posso capire che tutta la sua vita é
caratterizzata da un profondo amore per la montagna e per
la sua gente...
Si é proprio cosí: ho la montagna nel sangue,
ci vado da quando avevo 3 anni e ora ne ho 49... mi piace
girare molto le montagne, specie quelle extraeuropee, come
nell'Asia e nelle Ande.
si conoscono popoli che hanno analogie impressionanti con
le nostre popolazioni, l'anima delle montagne unisce la gente:
i pastori del Nepal assomigliano ai nostri e la stessa avviene
cosa nelle Ande; in ogni luogo di montagna a me sembra di
essere a casa: al di lá delle culture e delle religioni
ci sono cose straordinariamente uguali...
Voglio concludere con questa frase: "la montagna é
lo scenario della storia, é qualcosa di piú
dello sfondo..."
© Filippo
Zolezzi
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