INTERVISTE

  a cura di
  Filippo Zolezzi
 

Mirella Tenderini

mirella tenderini
Mirella Tenderini

Da molto tempo desideravo intervistare Mirella Tenderini, una vita dedicata all'avventura, alla ricerca, ai monti in ogni luogo della terra, ai libri, una persona "speciale", uno scrigno del sapere che ogni tanto prende la penna e ci dona qualche libro stupendo...
Mirella dirige le collane Tascabili e Le Tracce del gruppo editoriale CDA & Vivalda.
Ma l'intervista non l'ho fatta io...
ci ha pensato Davide Sapienza, che col suo primo libro ha giá sfondato le porte del successo, lo splendido I diari di Rubha Hunish.
Questo é l'incontro tra due generazioni di scrittori di avventura, entrambi bravissimi e molto emozionanti da leggere.

Filippo Zolezzi

 

UNA CONVERSAZIONE CON MIRELLA TENDERINI
DI SHACKLETON E DELL'ESPLORAZIONE COME POESIA

di Davide Sapienza

Chi è il terzo che ti cammina accanto?
Quando conto, siamo noi due soli
Ma se guardo avanti sulla strada bianca
C'è sempre un altro che ti cammina vicino.
(T.S. Eliot, Terra Desolata)

Ho avuto la buona fortuna e il privilegio di incrociare il mio destino con Mirella Tenderini in un pomeriggio autunnale di due anni fa; in una sua telefonata, istigata dal comune amico Franco Michieli, si parlò della figura di Ernest Shackleton, l'esploratore polare che più di tutti gli altri ha acceso le fantasie mediatiche e del pubblico e di noi scrittori avventurosi negli ultimi quindici anni.

Si parlò subito anche dello Scrivere, dell'amore per il racconto e la trasmissione di emozioni con le parole. Lei stava scrivendo La lunga notte di Shackleton, che seguiva altri volumi importanti firmati dalla direttrice editoriale di CDA&Vivalda come biografa rigorosa, documentata e dotata di uno stile straordinariamente efficace.
Avevo letto praticamente tutto su Shackleton, ma dal suo libro emerse qualcosa di nuovo, che voglio chiamare "il senso di Mirella per l'anima del visionario". Sapevo già tanto di Shack, ma leggendo quelle pagine mi è sembrato di scoprire cose mai conosciute: è la dote del grande biografo, che cattura l'attenzione e poi incendia la fantasia e il desiderio di immedesimazione nel mondo, nell'epoca, nella cultura in cui il personaggio si mosse.
Quali sentieri psichici segue l'anima di una biografa come lei?
Dove trova l'equilibrio tra slancio poetico suscitato da fatti e persone, e il racconto serrato, preciso, semplice, efficace, completo?
Nel corso di lunghe settimane di scambi epistolari, giocando agli esploratori che si scrivono da terre lontane e si danno il tempo di pensare e riflettere, abbiamo provato a parlarne, da scrittrice a scrittore, da gente schierata dalla parte del cuore e della visione, lei affermata autrice di splendidi volumi come Le nevi dell'equatore (che già avevo recensito in passato nella mia precedente rubrica che curavo per conto del CAI Lugo), Il Duca degli Abruzzi: principe delle montagne (Premio Gambrinus 1997), Gary Hemming: una storia degli anni •60, il sottoscritto da autore che si affaccia su questi universi assetato di conoscenza ed esperienza:
"Mi interessa la gente. Credo che ci sia molto da imparare su se stessi cercando di capire gli altri",
mi dice subito lei.
shackleton
La copertina del diario di Shackleton

Illuminante.

"E sicuramente, cercare di capire un personaggio proveniente da un mondo temporalmente o culturalmente diverso dal nostro è un occasione straordinaria per esplorare quel mondo avendo per guida la persona che si vuole raccontare. Voglio dire che non si può, secondo me, capire una persona, il suo carattere, le sue motivazioni, senza calarsi nell'ambiente nel quale ha vissuto e nel momento storico in cui ha vissuto, e senza conoscere le persone che gli sono state vicino: amici e nemici, amori e rivali. Alla fine una biografia finisce con l'essere uno studio di diverse persone, anche se poi si omette di inserire nel libro la storia di ciascuno. A meno che invece di una biografia non si voglia scrivere una storia generale, come ho fatto con Le Nevi dell'Equatore, che è una raccolta di biografie-lampo che mi servono per raccontare l'esplorazione, la colonizzazione e la decolonizzazione di un continente...Quella è stata un'operazione alla rovescia".

Solo i libri biografici di Roland Huntford mi hanno appassionato come quelli di questa gentile e affascinante signora della cultura italiana.
"I personaggi di cui mi sono occupata sono arrivati da lontano, diventandomi familiari a poco a poco, prima che io decidessi di scrivere di loro. Quando ho deciso, sono iniziate ricerche che sono durate anni. Nel mio primo libro su Gary Hemming, ho girato mezza Europa e mezza America per incontrare le persone che lo avevano conosciuto - gli amici, la madre, le donne che lo avevano amato - e per vedere i luoghi dove aveva vissuto, le montagne che aveva scalato. Guardavo e memorizzavo, ascoltavo e prendevo appunti, tornavo magari ancora una volta, più volte, dalle stesse persone, negli stessi luoghi.
Ho letto le sue lettere e i suoi diari - una cassa piena di quaderni scritti fitti fitti da lui, che ho trovato in una cantina a Parigi dopo una specie di caccia al tesoro attorno al mondo che meriterebbe un libro a sè. Non ho cominciato il libro fino a quando non ho avuto chiaro in testa il personaggio come pensavo che fosse e sono sicura che era. Mi sono seduta e ho scritto un capitolo al giorno, per quindici giorni, tutto di fila, come se mi fosse stato dettato da Gary in persona. Quando il libro è uscito tutti gli amici di Gary mi hanno detto che lui era proprio cosñ - eppure ciascuno di loro mi aveva dato di lui una versione diversa da quella degli altri.

E' che Mirella possiede una qualità rara, diventare la materia di cui tratta: l'empatia.
Come è "diventata" il mondo dentro e attorno Ernest Shackleton.
"Non potevo interrogare nessuno, vivente, che lo avesse conosciuto e non mi è rimasto che leggere tutti i libri scritti da lui e su di lui, e sugli altri esploratori polari e sulla storia mondiale di quegli anni".

Un lavoro enorme, di quantità, qualità e passione profonda:
"Così sono riuscita a farmi solo un quadro convenzionale sia del personaggio che dell'epoca e degli altri protagonisti. Scrivere una biografia è un po' impossessarsi dell'anima di un personaggio. E' un atto di rapina che può essere perdonato solo se, nella scrittura, il biografo sceglie con grande rispetto cosa può e deve raccontare e cosa omettere.
La rapina consiste nel calarsi nell'anima del personaggio attraverso le cose che ha scritto - non solo le cose ufficiali, ma le lettere e gli scritti non pubblicati. Io non sono grafologa nè mi sono mai rivolta a un grafologo per interpretare i miei personaggi. Ma come gli scritti di Gary mi avevano illuminato su di lui non tanto per quello che lui scriveva, ma per quello che la grafia stessa mi suggeriva, così le lettere autografe di Shackleton e delle persone vicino a Shackleton che ho avuto la fortuna di poter leggere, hanno dato vita al personaggio completo ma inanimato che avevo davanti a me, e solo allora ho potuto cominciare a scrivere. Mi sono sempre lasciata prendere istintivamente dalle sensazioni che mi trasmettevano certe frasi scritte in un certo modo, o le alterazioni della grafia a seconda dell'argomento, del destinatario o dell'umore... Non hai idea dell'emozione che si può provare nello scoprire dalla curva di certi caratteri o dal peso del pennino, o da altri dettagli minimi, che chi scriveva era turbato o felice o furente - o che mentiva. Questo non succede esaminando un solo documento, ma solo dopo aver letto e riletto decine, centinaia di lettere e di scritti privati. Una specie di contatto diretto tra me e il mio personaggio - l'unico vero contatto reale che potevo avere con persone scomparse. Forse l'intermediazione "scientifica" di un grafologo avrebbe spezzato questo filo diretto.

Shackleton finì al polo quasi per caso, poi divenne il suo mal d'Africa; ci finì perchú era ambizioso e voleva fare qualcosa che lasciasse un segno nei suoi tempi e ci terminò l'esistenza perchè a mio avviso fu "il poeta dei ghiacci". Leggendo di lui e vedendo le foto, i documentari e lo splendido film di Charles Sturridge con un Kenneth Branagh superlativo ("Shackleton"), non sono riuscito a trattenere le lacrime. Non si sottolinea mai troppo la sua dedizione al benessere dei suoi uomini. Shackleton fu l'uomo che domò l'inizio di un ammutinamento recitando versi di BrowningÄ
Era un sensitivo, preveggente, vedeva cose che altri non immaginavano neppure.
Era un visionario, sapeva "visualizzare" e quindi disporre ognuno nel ruolo giusto.
Anche Mirella ne ú convinta:
"Certo che Shack era ambizioso. Senza ambizione non si compiono grandi imprese. Ma bisogna distinguere tra l'ambizione egoistica che spinge a continuare a qualunque prezzo e l'ambizione che sprona a fare e a inventare. La seconda è quella di Shackleton. E poi, nel suo caso, la passione era sicuramente più grande dell'ambizione. E poi c'è la responsabilità nei confronti dei suoi uomini, che per lui non era solo dovere, ma qualcosa di più importante e profondamente umano. Se fosse stato soltanto ambizioso Shack non avrebbe fatto dietro front così vicino al Polo, il 9 gennaio 1909! E solo per senso del dovere non avrebbe lanciato la James Caird nelle onde dell'Oceano Antartico per una traversata quasi impossibile! Shack era profondamente umano. E immensamente generoso. Non basta essere visionari o essere poeti per avere una considerazione così grande, sacrale, della vita umana. I suoi fedelissimi lo idolatravano perchè lui ci teneva davvero a loro e lo ha dimostrato in mille modi, nelle grandi ma anche nelle piccole cose. E io sono convinta che il suo voler tornare a tutti costi in Antartide anche quando non sapeva più dove andare fosse dettato più ancora che dal desiderio di rivedere quei luoghi da quello di tornare ad essere con i suoi compagni, i suoi amici, i suoi fratelli. Per questo io ho citato Tennyson e l'Enrico V di Shakespeare...Lui chiedeva da ciascuno il massimo. E perciò gli affidava il compito più adatto. Era bravissimo in questo. Un fine psicologo. Sapeva fino a che punto poteva spingere e di chi si poteva fidare.
Ma queste sono perlappunto le doti del leader nato.
shackleton endurance
L'equipaggio dell'Endurance

Scrivendo, vedo qualcosa o qualcuno "in distanza" che si avvicina. Mi capita spesso, succede quando finisci di preparare un bivacco e guardi attorno o quando all'improvviso, durante un cammino nel territorio, ti senti richiamato da qualche direzione strana. Mi è capitato con Shackleton e nel mio libro ho dedicato una journal entry alle foto di Frank Hurley, che mi hanno fatto immaginare e aiutato moltissimo a viaggiare anche mentre ero a casa. Mi sono chiesto quando era iniziato l'incontro tra Mirella e Shackleton, se c'era stato uno "shining" con il poeta dei ghiacci eterniÄ
"L'incontro con Shackleton risale a tanto tempo fa, e non c'è stata una folgorazione. Piuttosto l'ho intravisto pi¶ volte senza farci molto caso, e ad un certo punto, quando ho cominciato a pensare di occuparmi di lui, era già una vecchia conoscenza e sapevo già molte cose di lui. Una decina di anni fa ho cominciato a scrivere una biografia del Duca degli Abruzzi - a quattro mani con un giornalista americano - e, come sempre mi succede quando mi occupo di un personaggio, mi sono persa nei mondi da lui percorsi. Persa a inseguire altri personaggi e altre storie... Il Duca degli Abruzzi aveva pubblicato un libro ben documentato su ciascuna delle sue spedizioni e in teoria non c'era bisogno di molte ricerche supplementari. Ma come capire lo spirito di un'epoca o di un'epopea se non immergendosi in tutto quello che è stato scritto da altre persone che l'hanno vissuta o l'hanno ricostruita? Così, per raccontare la storia della Stella Polare, ho fatto conoscenza innanzitutto con l'ispiratore del Duca degli Abruzzi, un altro visionaro e poeta di nome Fridtjof Nansen, e poi con altri esploratori, dei quali magari avevo già sentito parlare ma che in quell'occasione mi interessava conoscere meglio. Shackleton compariva solo marginalmente nelle mie ricerche - che erano tutte incentrate sul Polo Nord - finchè non lessi South, e quella sì fu una folgorazione. Terminato il libro sul Duca, ho continuato a procurarmi libri sull'era eroica dell'esplorazione polare. Qualcosa stava germogliando nella mia testa. Poi un giorno ho scovato una copia di un facsimile di Aurora Australis, il libro scritto, composto, illustrato, stampato e rilegato in Antartide durante la spedizione di Shackleton del 1907-1909 e quel qualcosa è letteralmente esploso. Perchè, capisci, va bene volere raggiungere il Polo per primo, va bene organizzare spedizioni scientifiche collaterali, ma per pensare di caricare su una nave stracarica anche torchi di stampa, caratteri di piombo, inchiostri, acidi e carta e mettersi in una capanna di meno di cinquanta metri quadri affollata da quindici persone e tutta la loro attrezzatura per vivere e lavorare per un inverno intero a 4 gradi sopra zero quando non si spegneva la stufa, beh, bisogna essere più che poeti e sognatori! Questa storia dovevo proprio raccontarla. Per questo mi sono concentrata sulla lunga notte di Shackleton. Una notte vera, quella australe, e quella simbolica dell'immeritato oblìo che lo ha avvolto, dopo l•incredibile impresa del salvataggio degli uomini dell'Endurance.

Così ci si innamora della vita e così ci si abbevera alla sua sterminata fonte: la sola ragione non può condurre lontano. Se così fosse, l'uomo non avrebbe mai fatto alcun passo "oltre". Molti uomini sono ancora disposti a credere, anche nella nostra strana e schizofrenica epoca. Mirella Tenderini nella vita ha incontrato e vissuto molte persone davvero fuori dal comune, ma del resto lei e il marito Luciano (una delle grandi guide alpine italiane dei decenni scorsi) sono creature fuori dal comune, le cui coordinate sono dettate principalmente da scelte di cuore e di amore. Mirella mi ha racccontato un episodio rivelatore, che voglio condividere con i lettori di Alpinia.
Un episodio che parla di Elephant Island, l'isola dalla quale partì quel guscio di noce che era la James Caird per un viaggio incredibile proprio ottantanove anni fa, alla fine di aprile, con Shackleton, Worlsey e altri quattro uomini a bordo:
"Andrea Gobetti (che ha fatto conoscenza con Shackleton ben prima di me, probabilmente quando era ragazzino e suo padre scriveva la storia dei Poli) qualche anno fa aveva scritto una bozza di sceneggiatura per un filmato da girare su Elephant Island (Andrea ha veleggiato da quelle parti con Marco Preti, credo, alla fine degli anni novanta). Era poco più di un abbozzo e io gli avevo proposto di scrivere insieme, invece, una pièce teatrale, partendo dalla sua ambientazione su Elephant Island e la preparazione alla traversata con la barca scoperta e raccontando tutta la sua vita - il prima e il dopo - con una serie di flash-back e di flash-forward. Poi non se ne è fatto niente. Andrea ha scritto invece per la mia collana il suo bellissimo Ombra del Tempo - e io ho rinunciato alla pièce e ho scritto il libro.
diario shackleton
Diario di Shackleton, 10 Aprile 1916

Ritengo essenziale focalizzare un soggetto con un "titolo". Non deve diventare una gabbia, deve piuttosto assomigliare alla selezione del "terreno giusto" per depositare il carico che ci portiamo dentro e che vogliamo esprimere. E' come levarsi lo zaino dalle spalle, aprirlo e srotolare il materiale e preparare la nostra casa temporanea, che rimarrà per sempre lì in quel tempo-spazio e in quel luogo. La lunga notte di Shackleton è un territorio invitante, ci si ferma incuriositi e si riparte pi¶ ricchi. Questo racconto biografico e anche poetico ha percorso una certa distanza nel cuore di Mirella:
"Anche la lunga notte viene da lontano... Mi avevano colpito, nelle prime letture di libri sui poli, i racconti degli sverni in attesa della partenza verso il Polo in primavera, con tutto un rituale forzato per mantenere l'equipaggio in buona forma fisica e mentale. Nella prima spedizione al Polo Sud alla quale aveva partecipato - quella di Scott con la Discovery - Shackleton aveva avuto l'incarico di occuparsi della biblioteca e degli spettacoli teatrali. Era normale che sulle navi di Sua Maestà Britannica che dovevano trascorrere una notte polare si leggesse molto e si facesse teatro, ma forse non era così comune che ci si portassero appresso il migliaio di libri che aveva scelto Shackleton! Che per la spedizione successiva, la "sua", andò ancora più in là: non solo tutti avrebbero letto, ma avrebbero anche scritto un libro. Tutti loro, gli uomini isolati nella baracca in attesa della prima luce della fine dell'inverno avrebbero "fatto" il libro: lo avrebbero scritto, stampato - pubblicato! E questa secondo me non è stata una mera stravaganza ma il vero colpo di genio di Shackleton che nella lunga attesa non vedeva una sosta forzata ma un'occasione straordinaria per creare qualcosa di assolutamente unico, e crearlo tutti insieme. Pensa alle altre spedizioni inglesi, con gli ufficiali nel quadrato e i marinai sottocoperta, che uscivano sul pack a fare esercitazioni come in caserma, agli ordini dei superiori... E comunque, anche in una baracca, a parte i turni, ciascuno faceva il suo lavoro e ciascuno leggeva o scriveva a casa o aggiustava i calzini per conto suo... A parte le bevute collettive del sabato, l'unica attività aggregante era forse il teatro. Ma fare un libro è qualcosa di più di una semplice aggregazione, e soprattutto non è un espediente per passare il tempo, ma impegnarsi in qualcosa per la quale di tempo se ne vorrebbe avere addirittura di più. E si è tutti insieme, tutti importanti allo stesso modo, senza gerarchie, consapevoli che il risultato finale dipende dal contributo creativo di ciascuno. Solo un visionario come Shackleton poteva pensare una cosa simile - che è illuminante della sua personalità. Perciò ho ritenuto fondamentale passare attraverso quella notte. Una lunga notte di attesa sì, ma non passiva. Una notte fervida di aspettative e di attività, generatrice di forze...

Non a caso si cita Fridtjof Nansen, discorrendo di visionari e poeti, capita di usare questo aggettivo anche per il grande Umberto Nobile e Knud Rasmussen. Ho sempre pensato al visionario come a una figura destabilizzante: quando Nansen annunciò la spedizione della Fram (1893-1896) fu preso per pazzo. Ma penso anche all'altra grande passione della mia vita, la musica. Per tre decenni il rock fu materia socialmente pericolosa, non per le ovvietà dei mass media dominanti, ma per il senso di "pericolo", di tuffo senza ritorno verso nuove terre della musica. Negli anni '50 la "beat generation" di Kerouac era "pericolosa", ma lo era prima che gli venisse dato quel nome: dopo, fu una cosa manovrabile editorialmente, economicamente, socialmente. Oggi quel "pericolo" sta altrove, non so dove, ma il rock non ha più un'anima rock'n'roll, è diventato manieristico. E la mia percezione è che troppi aspetti dell'avventura siano divenuti manieristici e in definitiva noiosi. Non tanto per chi la pratica, ma per chi in teoria deve rimanere avvinto dai racconti. Le "imprese" vengono vendute prima della partenza e gli sponsor si pavoneggiano di chissš quali "conquiste" che non sono altro che primati sportivi.
Ma allora, dove sono gli esploratori rock'n'roll?
"I visionari sono le persone che vedono un po' pi¶ in là degli altri. Perfetto l'esempio del rock. E' vero che anche il Duca degli Abruzzi era un visionario - anche se il suo personaggio, impastoiato negli abiti e nel ruolo del principe di sangue reale, non è simpatico e "ispiratore" come uno Shackleton o un Nansen. Ma che vuoi farci, lui era un Savoia, anche se non era colpa sua...Dove sono i visionari dell'avventura oggi? Mah. Certamente non nel grande circo no-limits. Ma ci sono, ci sono. Se non facciamo delle graduatorie metto nel gruppo i Michieli, i Sapienza e i miei due amici carissimi che per decenni hanno scalato montagne MAI salite prima senza dire niente a nessuno, limitandosi a costruire sulla cima un ometto con dentro un bigliettino col loro nome e la data della loro salita... Forse oggi, nell'era della supermediaticità, il visionario sceglie di fare cose per se stesso limitandosi a comunicarle ad un pubblico ristretto in grado di recepire il loro valore simbolico, di altissima valenza etica e poetica. Forse il modello del visionario contemporaneo somiglia più a Thoreau o a Muir che a Nansen o Shackleton. Anche perchè potrà trovare ancora un "untrodden world" come quello dei primi, mentre quello degli esploratori fino alla metà del secolo scorso non esiste più. Le super performance ormai inflazionate non possono, secondo me, ispirare alcuno se non ad una emulazione atletica, che è cosa pregevole ma non ha niente a che vedere con il sacro fuoco dei nostri preferiti. Eppoi, detto tra di noi, che noia tutti quegli exploit ripetitivi! E che noiosi e tristi tutti quei personaggi a dieta e allenamento forzato, malinconici astemi, avari di se stessi, senza amici veri, senza risate, senza errori...
diario shackleton
3 Aprile 1916, Diario di Shackleton

Per niente facile, per gente come Franco Michieli far passare questo messaggio, anche se rispetto ad alcuni anni fa la sua idea di rivivere i territori senza dargli dei nomi sembra aver fatto presa. In un tempo di vero e proprio terrorismo mediatico meteorologico, ricordo un grande scritto apparso sulla Rivista della Montagna, l'elogio della pioggia e del disorientamento (Michieli sta per pubblicare il suo film in dvd "La via invisibile"). Quando feci conoscenza con Franco, durante la spedizione di Renato Da Pozzo tra i Saami ai confini del sonno, rimasi affascinato dalla scoperta di un grande autore trovato da Renato, Barry Lopez (fondamentali i suoi "Artico", "Lupi" e altri testi non tradotti in italiano come "Crossing Open Ground"). Barry in seguito è divenuto per me e per i miei due amici un punto di riferimento. Nella sua visione del rapporto immaginazione-territorio (vedi sempre la RdM, n. 239), intravvidi un legame con gli insegnamenti di due grandi figure con le quali ho avuto l'onore e il privilegio di lavorare, i poeti e attivisti pellerossa John Trudell e Lance Henson. Ma non sempre tra gli esploratori ci fu grande talento letterario: Shackleton va annoverato tra i più dotati nell'indagare "il rapporto tra immaginazione e territorio", tema che determina anche pilastri fondanti della geopoetica che più mi stimola come autore. Si può esplorare l'ignoto codice segreto che regola il rapporto tra le cose come le vediamo, le cose come le immaginiamo, le cose come le vorremmo. E sono convinto che Shackleton fu figura carica di bruciante romanticismo in un'epoca di enormi mutamenti sociali che si concluse a muso duro contro la Grande Guerra. Mirella, ci propone una lettura molto interessante delle linee del tempo sulle quali esplicarono queste meravigliose storie cariche di irresistibile fascino, lettura che proprio sullo spartiacque tra tempo e spazio ci svela come si è consumata la vicenda, da una parte o dall'altra dell'immortalitàÄ
"Il Duca degli Abruzzi, anche se indubbiamente aveva una marcia in più (e una dozzina in più, almeno, di tutti gli altri Savoia messi insieme) non lo paragonerei a un Nansen o a uno Shackleton. Di sicuro non aveva il loro carisma. Temo che i suoi fedeli compagni fossero più attaccati al principe che al signor Luigi Savoia. Ti dirò che ho fatto una certa fatica a tirar fuori il suo lato umano che pure c'era - eh sì, c'era, e come! e alla fine l'ho trovato e per lui ho provato umana simpatia oltre che ammirazione. Shackleton, che era capitato per caso nell'esplorazione polare, se ne era poi innamorato, tanto da farne la sua ragione di vita. Siamo di fronte a un visionario con una passione dominante. Il duca degli Abruzzi non aveva uno scopo, una passione, una visione. Forse non era un visionario per niente. Era un militare di carriera (come Scott) aveva avuto una giovinezza noiosissima e priva di affetti ed era legato per nascita alla famiglia reale. Avrebbe potuto diventare un eroe di guerra come suo fratello maggiore o un dandy scioperato come suo fratello minore. Invece gli piacevano l'avventura e i primati e decise di fare l'esploratore. Esplorando e "conquistando" (importante a quell'epoca la conquista! Ma anche in seguito, mi pare) tutto quello che gli veniva segnalato come conquistabile, indipendentemente dalla collocazione geografica. Pensaci un momento: il Sant'Elia in Alaska, il Polo (anche se non ci arrivò, superò il record di Nansen), il Ruwenzori in Africa, il K2 nel Karakoram (anche lì non arrivò in vetta, ma che formidabile esplorazione fu la sua, oltre che primato di altitudine), e ancora in Africa, le sorgenti dell'Uebi Scebeli. Credo che non ci sia mai stato né prima né dopo di lui un esploratore altrettanto eclettico. Ovviamente i vari Messner, grandi fin che vuoi, non sono esploratori, perché esploratore è perlappunto chi esplora e si preoccupa di fornire all'umanità carte e studi su ciò che ha esplorato. Gli altri sono grandi alpinisti o grandi viaggiatori, ma è un'altra categoria. Credo che non ci sia mai stato né prima né dopo di lui un esploratore altrettanto eclettico. Naturalmente a parte i grandi navigatori e scopritori come Magellano, Bering, Cook, La Perouse, Bougainville che esploravano i Tropici e i Poli stando in giro per il mondo anni e anni e finendo magari mangiati dai cannibali.
Ma quelli erano i grandissimi dei tempi mitici, addirittura pre-eroici.

Uomini erranti ed erratici, che hanno raccolto un futuro da immaginare e ce lo hanno donato.
Adesso, tocca a noi.

Davide Sapienza

 

Filippo Zolezzi