INTERVISTE

  a cura di
  Filippo Zolezzi

 

 

ANNIBALE SALSA

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Annibale Salsa
Presidente del Club Alpino Italiano

Incontrare il Professor Annibale Salsa, Presidente Generale del Club Alpino Italiano, è stata un'esperienza molto bella e devo dire anche inaspettata, per certi aspetti.

Non so come mai , ma avevo l'impressione di una persona un po' distaccata, non molto alla mano; questa impressione è stata subito dissolta dalla cortesia dei contatti avuti via e-mail, caratterizzati da grande cordialita' e disponibilità all'incontro, che è avvenuto all'Università di Genova, dove il Professor Salsa è docente di antropologia.

La sua grande gentilezza e la comune passione per la montagna e per i suoi abitanti ha fatto in modo che l'incontro si sia subito trasformato in una conversazione amichevole, con risvolti molto interessanti...

Prof. Salsa, il Club Alpino Italiano è uno dei più antichi e gloriosi del mondo: è nato nel 1863, ha un numero immenso di soci, circa 304.000, che sensazione dà l'esserne Presidente?
Provo una sensazione di grande responsabilità nel portare avanti una storia associativa di 143 anni di amore per la montagna ma al tempo stesso nell’intercettare i cambiamenti e governarne le trasformazioni.

Le sue origini son più vicine al mare che alle Alpi e lei vive in una città di mare, come è nata questa passione per la montagna?
Si vivo a Savona, città di mare dove iniziano le Alpi: uno dei paradossi geografici della Liguria caratterizzata dal binomio mare-monti e dove la distinzione è del tutto capziosa. La mia passione per i monti risale all’infanzia e da allora amo la frequentazione della montagna, percepita più dal punto di vista del montanaro che del cittadino.
Da bambino la mia vita si alternava tra Liguria e Piemonte, trascorrevo tutto il periodo di vacanze dalla scuola sulle Alpi Marittime e in Alta Langa, quasi quattro mesi all'anno.
C'era la salita all'alpeggio, c'era il taglio dei fieni, il fascino del vissuto montanaro e questo mi ha fatto conoscere la montagna dal di dentro, dalla parte di ci deve vivere tutti i giorni e trarne sussistenza, non solo come passatempo o divertimento.

Allora non erano vacanze in posti alla moda?
Assolutamente no, era vivere la montagna insieme a chi ci abitava sempre e ne traeva il sostentamento quotidiano. Non era un approccio legato alla moda: chi si avvicina alla montagna con questo spirito , dopo un pò di tempo non ci va più, io invece porto dentro di me il vissuto della montagna e lo considero una grande ricchezza spirituale. Dentro di me è rimasto lo sky-line, il profilo dei monti.
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CAI - Viva la montagna!

Sotto la sua presidenza del CAI si ha l'impressione che l'escursionismo, considerato per molto tempo un parente povero dell'alpinismo, abbia trovato uno sbocco impensabile in un passato neppure troppo remoto, cosa ne pensa?
Il montanaro, l'abitante delle montagne, aveva la cultura della traversata, non quella della vetta. Questa visione l’ho profondamente interiorizzata nel cercare di scoprire cosa c'è al di là dell'orizzonte “cos'ù ghe de là...”. La cultura della traversata è più forte e radicata in me di quella della vetta.
Negli ani '90 ho sentito il bisogno di sdoganare l'escursionismo in ambito CAI come espressione di alpinismo orizzontale. L'esperienza della montagna è totalizzante: i grandi alpinisti, dopo le imprese verticali, passano a quelle orizzontali, alle grandi traversate, pensi a Bonatti, Messner, Mauri.

Nella storia del CAI quale tendenza prevale, quella verticale o quella orizzontale?
Il CAI è un’Associazione che riflette le tendenze della società. Alla sua nascita prevaleva l'aspetto scientifico ed esplorativo, fino all'inizio del '900 e cito volentieri l'Art 1 dello Statuto del 1863: Il CAI ha per iscopo di fare conoscere le montagne, di favorirne le escursioni, le salite, le esplorazioni scientifiche.
E' negli anni 30 che il CAI viene inserito nel CONI, su imposizione del governo del tempo, e nel '31 cambia nome da Club Alpino in Centro Alpinistico ma l'agonismo, se pur importante, non è nel nostro DNA.
Noi siamo Club Alpino e promoviamo la frequentazione della montagna, dalla passeggiata fatta con i bimbi, fino all'ascensione più impegnativa ed estrema.
E' una duplice percezione che già era presente a Londra alla nascita dell'Alpine Club nel confronto tra Stephen e Ruskin, la doppia concezione tra il salire le montagne o osservarle da lontano.

Allora, qual'è la sua visione ideale del CAI?
Il CAI è la casa della montagna: dalla passeggiata alla scalata, allo studio scientifico, all'arte. Io mi batto e mi sono sempre battuto per questo: Ente della montagna.
Il CAI è nato come ente scientifico, era formato da geologi, Sella era un minerologo e dava importanza all'aspetto pedagogico dell'andare per monti, Saint Robert sottolineava quello scientifico, ecc.

Quale priorità vede oggi per il CAI?
Io vivo le cose con partecipazione emotiva.
Penso che occorra una rialfabetizzazione del territorio, perchè oggi c'è un forte impoverimento della sua conoscenza. Purtroppo oggi i giovani conoscono poco la dimensione geografica del territorio. I giovani sono il futuro del CAI e cercherò di coinvolgere il più possibile associazioni giovanili come gli scout. Stiamo avviando una procedura di accreditamento del CAI come ente di educazione ambientale presso il MIUR, il Ministero dell'istruzione, per essere riconosciuti come ente di formazione: vogliamo avere una maggiore presenza nella scuola, svolgere il ruolo di formatori dei formatori e non essere più noi a proporci, ma richiesti dalla comunità scolastica.

Questo significa che è cambiato qualcosa nel modo di vivere, specie nei giovani?
Certamente c'è stato un cambiamento importante:. si è rotto l'asse spazio-tempo, non c’è più corrispondenza fra durata temporale e distanza spaziale. Oggi predomina il fascino dello straordinario, della grande impresa, ma tutto questo ha una brevissima durata, poi si cade nel nulla; i ragazzi si impegnano se c'è sfida, se c'è gara, se vi è un premio in palio, abbiamo la corsa ai record, ma bisogna riscoprire la mobilità dolce, fare slow travel...

Per molti CAI è sinonimo di rifugio, di posto tappa o di base per le ascensioni; lei come Presidente desidera fare delle innovazioni in materia?
I rifugi sono una delle nostre risorse più preziose, ma non dobbiamo intenderli soltanto come semplici luoghi di pernottamento o basi di partenza per le ascensioni, dobbiamo gradualmente trasformarli in presidi culturali del territorio con l’organizzazione di workshop, farli diventare una vetrina del territorio. I primi esperimenti sono stati fatti al rifugio Carrara sulle Apuane ed al Sebastiani sul Terminillo,. Il rifugio non è più solo posto tappa e il CAI non è e non deve essere solo un albergatore: persino l’offerta gastronomica deve essere riterritorializzata, le montagne non devono diventare non-luoghi
Occorre allargare le prospettive e io ho accettato l'incarico di Presidente proprio per fare questo e la più grande sfida su cui punto è il mondo giovanile.
cai
CAI
... la rinascita
delle Biblioteche?

Lei ha dato un grande sviluppo alla Biblioteca Nazionale...
Sicuramente! La nostra Biblioteca di Torino è la seconda al mondo, dopo quella di Monaco, per numero e qualità delle opere, abbiamo volumi in esemplare unico e sono sempre felice quando riusciamo a venire in possesso di opere rare, poi abbiamo il simbolo della biblioteca più alta d'Europa, alla Capanna Margherita, che, non si dimentichi, è capanna scientifica, frequentata da scienziati e ricercatori e non solo da alpinisti. Stiamo anche recuperando il rifugio Alpetto al Monviso e ne vogliamo fare luogo della memoria...

Rivalutare la territorialità, riscoprire i caratteri della montagna, il CAI è impegnato su molti fronti scientifici...
Cercheremo di non abbandonare mai quest'attività, stiamo collaborando da anni al progetto Interreg di tracciamento delle cartine Alpi senza frontiere, dopo la parte occidentale delle Alpi con Liguria, Piemonte, Valle d'Aosta, Francia, stiamo affrontando la seconda fase con Lombardia, Svizzera per la parte centrale. Un grande avvenimento è la pubblicazione della SOIUSA, il nuovo progetto concordato tra tutti i paesi alpini di suddivisione delle Alpi, con la partecipazione di 8 Stati e che viene finalmente a sostituire la vecchia suddivisione nazionale, mai accettata da tutte le nazioni perchè unilaterale.

Lei è docente di antropologia filosofica e culturale in questa Università di Genova, una materia entusiasmante che studia l'uomo e il suo sviluppo nel territorio, in conclusione ci potrebbe dare la sua filosofia del CAI?
Dal punto di vista antropologico essere in Liguria è una fortuna, perchè in questa regione ci sono riassunte tutte le caratteristiche del territorio, dal mare ai monti (Alpi ed Appennini), con ogni tipo di paesaggio e di morfologia, ma come filosofia del CAI posso dire che Alpinismo e Turismo, con la T maiuscola, sono la metafora dell'errante, di colui che esplora, che cammina per conoscere. Sono due scuole che non vanno poste in contrapposizione: la montagna deve essere il paesaggio dell'anima, non può limitarsi a essere solo palestra, solo gesto atletico, non è uno stadio. La tecnica deve essere un mezzo, non il fine. Purtroppo di questa sostituzione (mezzo-fine) siamo testimoni ogni giorno, in tutti i campi della vita. Se cadremo in questo tranello saremo sempre più vittime di un impoverimento interiore...

Grazie Prof. Salsa... a questo punto non ci resta che andare sul sito del Club Alpino Italiano, per scoprirne insieme le molteplici attivita'
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CAI - Club Alpino Italiano

 

© Filippo Zolezzi