| ANNIBALE
SALSA
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Annibale Salsa
Presidente del Club Alpino Italiano
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Incontrare il Professor Annibale Salsa, Presidente Generale
del Club Alpino Italiano, è stata un'esperienza
molto bella e devo dire anche inaspettata, per certi
aspetti.
Non so come mai , ma avevo l'impressione di una persona
un po' distaccata, non molto alla mano; questa impressione
è stata subito dissolta dalla cortesia dei contatti
avuti via e-mail, caratterizzati da grande cordialita'
e disponibilità all'incontro, che è avvenuto
all'Università di Genova, dove il Professor Salsa
è docente di antropologia.
La sua grande gentilezza e la comune passione per la
montagna e per i suoi abitanti ha fatto in modo che
l'incontro si sia subito trasformato in una conversazione
amichevole, con risvolti molto interessanti...
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Prof. Salsa,
il Club Alpino Italiano è uno dei più antichi
e gloriosi del mondo: è nato nel 1863, ha un numero
immenso di soci, circa 304.000, che sensazione dà l'esserne
Presidente?
Provo una sensazione di grande responsabilità nel portare
avanti una storia associativa di 143 anni di amore per la
montagna ma al tempo stesso nell’intercettare i cambiamenti
e governarne le trasformazioni.
Le sue origini son più vicine
al mare che alle Alpi e lei vive in una città di mare,
come è nata questa passione per la montagna?
Si vivo a Savona, città di mare dove iniziano le Alpi:
uno dei paradossi geografici della Liguria caratterizzata
dal binomio mare-monti e dove la distinzione è del
tutto capziosa. La mia passione per i monti risale all’infanzia
e da allora amo la frequentazione della montagna, percepita
più dal punto di vista del montanaro che del cittadino.
Da bambino la mia vita si alternava tra Liguria e Piemonte,
trascorrevo tutto il periodo di vacanze dalla scuola sulle
Alpi Marittime e in Alta Langa, quasi quattro mesi all'anno.
C'era la salita all'alpeggio, c'era il taglio dei fieni, il
fascino del vissuto montanaro e questo mi ha fatto conoscere
la montagna dal di dentro, dalla parte di ci deve vivere tutti
i giorni e trarne sussistenza, non solo come passatempo o
divertimento.
Allora non erano vacanze in posti
alla moda?
Assolutamente no, era vivere la montagna insieme a chi ci
abitava sempre e ne traeva il sostentamento quotidiano. Non
era un approccio legato alla moda: chi si avvicina alla montagna
con questo spirito , dopo un pò di tempo non ci va
più, io invece porto dentro di me il vissuto della
montagna e lo considero una grande ricchezza spirituale. Dentro
di me è rimasto lo sky-line, il profilo dei
monti.
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CAI - Viva la montagna! |
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Sotto la sua
presidenza del CAI si ha l'impressione che l'escursionismo,
considerato per molto tempo un parente povero dell'alpinismo,
abbia trovato uno sbocco impensabile in un passato neppure
troppo remoto, cosa ne pensa?
Il montanaro, l'abitante delle montagne, aveva la cultura
della traversata, non quella della vetta. Questa visione l’ho
profondamente interiorizzata nel cercare di scoprire cosa
c'è al di là dell'orizzonte “cos'ù
ghe de là...”. La cultura della traversata è
più forte e radicata in me di quella della vetta.
Negli ani '90 ho sentito il bisogno di sdoganare l'escursionismo
in ambito CAI come espressione di alpinismo orizzontale. L'esperienza
della montagna è totalizzante: i grandi alpinisti,
dopo le imprese verticali, passano a quelle orizzontali, alle
grandi traversate, pensi a Bonatti, Messner, Mauri.
Nella storia del CAI quale tendenza
prevale, quella verticale o quella orizzontale?
Il CAI è un’Associazione che riflette le tendenze
della società. Alla sua nascita prevaleva l'aspetto
scientifico ed esplorativo, fino all'inizio del '900 e cito
volentieri l'Art 1 dello Statuto del 1863: Il CAI ha per iscopo
di fare conoscere le montagne, di favorirne le escursioni,
le salite, le esplorazioni scientifiche.
E' negli anni 30 che il CAI viene inserito nel CONI, su imposizione
del governo del tempo, e nel '31 cambia nome da Club Alpino
in Centro Alpinistico ma l'agonismo, se pur importante, non
è nel nostro DNA.
Noi siamo Club Alpino e promoviamo la frequentazione della
montagna, dalla passeggiata fatta con i bimbi, fino all'ascensione
più impegnativa ed estrema.
E' una duplice percezione che già era presente a Londra
alla nascita dell'Alpine Club nel confronto tra Stephen e
Ruskin, la doppia concezione tra il salire le montagne o osservarle
da lontano.
Allora, qual'è
la sua visione ideale del CAI?
Il CAI è la casa della montagna: dalla passeggiata
alla scalata, allo studio scientifico, all'arte. Io mi batto
e mi sono sempre battuto per questo: Ente della montagna.
Il CAI è nato come ente scientifico, era formato da
geologi, Sella era un minerologo e dava importanza all'aspetto
pedagogico dell'andare per monti, Saint Robert sottolineava
quello scientifico, ecc.
Quale priorità
vede oggi per il CAI?
Io vivo le cose con partecipazione emotiva.
Penso che occorra una rialfabetizzazione del territorio, perchè
oggi c'è un forte impoverimento della sua conoscenza.
Purtroppo oggi i giovani conoscono poco la dimensione geografica
del territorio. I giovani sono il futuro del CAI e cercherò
di coinvolgere il più possibile associazioni giovanili
come gli scout. Stiamo avviando una procedura di accreditamento
del CAI come ente di educazione ambientale presso il MIUR,
il Ministero dell'istruzione, per essere riconosciuti come
ente di formazione: vogliamo avere una maggiore presenza nella
scuola, svolgere il ruolo di formatori dei formatori e non
essere più noi a proporci, ma richiesti dalla comunità
scolastica.
Questo significa
che è cambiato qualcosa nel modo di vivere, specie
nei giovani?
Certamente c'è stato un cambiamento importante:. si
è rotto l'asse spazio-tempo, non c’è più
corrispondenza fra durata temporale e distanza spaziale. Oggi
predomina il fascino dello straordinario, della grande impresa,
ma tutto questo ha una brevissima durata, poi si cade nel
nulla; i ragazzi si impegnano se c'è sfida, se c'è
gara, se vi è un premio in palio, abbiamo la corsa
ai record, ma bisogna riscoprire la mobilità dolce,
fare slow travel...
Per molti CAI è sinonimo
di rifugio, di posto tappa o di base per le ascensioni; lei
come Presidente desidera fare delle innovazioni in materia?
I rifugi sono una delle nostre risorse più preziose,
ma non dobbiamo intenderli soltanto come semplici luoghi di
pernottamento o basi di partenza per le ascensioni, dobbiamo
gradualmente trasformarli in presidi culturali del territorio
con l’organizzazione di workshop, farli diventare una
vetrina del territorio. I primi esperimenti sono stati fatti
al rifugio Carrara sulle Apuane ed al Sebastiani sul Terminillo,.
Il rifugio non è più solo posto tappa e il CAI
non è e non deve essere solo un albergatore: persino
l’offerta gastronomica deve essere riterritorializzata,
le montagne non devono diventare non-luoghi
Occorre allargare le prospettive e io ho accettato l'incarico
di Presidente proprio per fare questo e la più grande
sfida su cui punto è il mondo giovanile.
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CAI
... la rinascita
delle Biblioteche? |
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Lei ha dato un
grande sviluppo alla Biblioteca Nazionale...
Sicuramente! La nostra Biblioteca di Torino è la seconda
al mondo, dopo quella di Monaco, per numero e qualità
delle opere, abbiamo volumi in esemplare unico e sono sempre
felice quando riusciamo a venire in possesso di opere rare,
poi abbiamo il simbolo della biblioteca più alta d'Europa,
alla Capanna Margherita, che, non si dimentichi, è
capanna scientifica, frequentata da scienziati e ricercatori
e non solo da alpinisti. Stiamo anche recuperando il rifugio
Alpetto al Monviso e ne vogliamo fare luogo della memoria...
Rivalutare la territorialità,
riscoprire i caratteri della montagna, il CAI è impegnato
su molti fronti scientifici...
Cercheremo di non abbandonare mai quest'attività, stiamo
collaborando da anni al progetto Interreg di tracciamento
delle cartine Alpi senza frontiere, dopo la parte occidentale
delle Alpi con Liguria, Piemonte, Valle d'Aosta, Francia,
stiamo affrontando la seconda fase con Lombardia, Svizzera
per la parte centrale. Un grande avvenimento è la pubblicazione
della SOIUSA, il nuovo progetto concordato tra tutti i paesi
alpini di suddivisione delle Alpi, con la partecipazione di
8 Stati e che viene finalmente a sostituire la vecchia suddivisione
nazionale, mai accettata da tutte le nazioni perchè
unilaterale.
Lei è docente di antropologia
filosofica e culturale in questa Università di Genova,
una materia entusiasmante che studia l'uomo e il suo sviluppo
nel territorio, in conclusione ci potrebbe dare la sua filosofia
del CAI?
Dal punto di vista antropologico essere in Liguria è
una fortuna, perchè in questa regione ci sono riassunte
tutte le caratteristiche del territorio, dal mare ai monti
(Alpi ed Appennini), con ogni tipo di paesaggio e di morfologia,
ma come filosofia del CAI posso dire che Alpinismo e Turismo,
con la T maiuscola, sono la metafora dell'errante, di colui
che esplora, che cammina per conoscere. Sono due scuole che
non vanno poste in contrapposizione: la montagna deve essere
il paesaggio dell'anima, non può limitarsi a essere
solo palestra, solo gesto atletico, non è uno stadio.
La tecnica deve essere un mezzo, non il fine. Purtroppo di
questa sostituzione (mezzo-fine) siamo testimoni ogni giorno,
in tutti i campi della vita. Se cadremo in questo tranello
saremo sempre più vittime di un impoverimento interiore...
Grazie Prof. Salsa...
a questo punto non ci resta che andare sul sito
del Club Alpino Italiano, per scoprirne insieme le molteplici
attivita'
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CAI - Club Alpino Italiano |
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© Filippo
Zolezzi
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