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FREE CLIMBING

CI FU IL TEMPO IN CUI LO CHIAMAVAMO COSI'


  Franco Perlotto 

Angeli strambi d’America.
Era il 1976, quando, senza il minimo preavviso, sulle Tre Cime di Lavaredo comparve un angelo. Aveva i capelli lunghi, biondi, gli occhi azzurri, sembrava appena uscito da una ceramica rinascimentale di Luca Della Robbia. S’era fermato al rifugio Lavaredo, quello piccolo sotto allo Spigolo Giallo. Diceva di arrampicare, ma nessuno degli alpinisti gli aveva creduto. Uno così non poteva scalare montagne. Non aveva né la barba, né le brache alla zuava.


Non era la prima volta che si sentiva dire che alle Tre Cime era comparso un angelo. Ma quando Emilio Comici era andato sulle Nord le sue sembianze umane erano palesi. Si mise ad arrampicare e tutti capirono la sua origine. In quell’estate fredda del ‘76 invece gli alpinisti non capirono. Nemmeno si degnarono di uno sguardo. Quando poi si accorsero che quel ragazzo aveva un pettine sempre infilato tra i cappelli ed uno spazzolino da denti sempre in bocca, lo trascurarono del tutto. Era troppo strambo per loro.
Lavavo piatti al rifugio quell’anno e, come un destino che mi perseguita, continuo a farlo. Mi resi conto della bravura di Mike Graham soltanto dopo averlo visto arrampicare sul masso alla forcella Lavaredo. Sulle montagne ad oriente in quegli anni non accadeva nulla. Gli scalatori erano arroccati nella loro visione classica della conquista, sebbene da domare non fossero rimasti ormai che gli alpinisti. C’erano le Dolomiti con le loro celebri vie classiche e gli scalatori che le ripetevano. Il Nuovo Mattino che ad occidente aveva mosso un po’ le acque, si vide transitare dalle pagine delle riviste patinate. Qualche articolo quasi del tutto trascurato da un mondo che lassù era rinchiuso in sé stesso e non aveva nemmeno l’intenzione di evolvere.
Mike Graham arrampicava sul Capitan nella Yosemite Valley. Per lui era l’anno di Eagles Way, una via nuova a destra di Zodiac, mentre la primavera seguente avrebbe ripetuto in solitaria la mitica Aquarian Wall di Jim Bridwell. Noi in Dolomiti arrampicavamo tutti con gli scarponi. Quelli rigidi con le lamine d’acciaio per reggerci meglio sugli appoggi più piccoli. Mi legai in cordata con Mike Graham in una giornata piovosa, nella quale al rifugio c’era poco da fare. “Gli americani sono rimasti ai tempi di Emilio Comici”, pensai guardandogli le scarpette lisce. E gli dissi che la celebre tecnologia calzaturiera del trevigiano, aveva inventato lo scarpone con la suola rigida. Gli spiegai che le scarpe da lui calzate non potevano sostenerlo sugli appoggi piccoli delle Dolomiti. Lui annuì.
Attaccammo lo Spigolo Giallo che era metà mattina, anziché l’alba. Io ero un rivoluzionario alle Tre Cime di Lavaredo, e mi sentivo forte delle mie tante scalate sulle Nord. Per Mike Graham sembrava invece fosse normale attaccare le vie di montagna così tardi. Quel giorno vidi arrampicare un angelo. Non si appese nemmeno a un chiodo. Infilava le mani nelle fessure e le incastrava. Poi via dritto verso l’alto, su per gli strapiombi. Per noi alpinisti su quella via esistevano soltanto il quinto grado e l’artificiale zero. Lui non sfiorò nemmeno un chiodo.


Albe idolatrate.
Forse gli scalatori di occidente s’erano visti piombare addosso gli inglesi, forse avevano capito prima di noi orientali il modo nuovo di affrontare le montagne. Forse i Nuovi Mattini erano nati là, ma noi nemmeno ce ne eravamo accorti. Per noi non c’è mai stato un Nuovo Mattino. E poi che senso avevano lassù in Dolomiti le icone di quelle albe ancora oggi tanto idolatrate? A dire il vero, a noi del Nordest, quei ragazzi d’occidente ci erano sembrati perfino un po’ scoppiati.


Un giorno entrai in cucina del rifugio Dibona sulle Tofane. Ero sceso dal Pilastro di Rozes. L’avevo scalato in solitaria alla fine di un inverno mite, ma giù per il sentiero mi ero inzuppato di neve bagnata. Mi ero seduto sul bordo della stufa per asciugarmi. Iniziai a chiacchierare con l’Antonia, la figlia di Angelo Dibona. In quel momento entrò Mario, il marito. “Sei il quarto in pochi anni che vedo seduto lì sopra, dopo aver salito in solitaria il Pilastro della Tofana”, mi disse. Sapevo che non si trattava della prima solitaria, ma attesi cos’aveva da dirmi il Mario. “Prima Enzo Cozzolino, poi Angelo Ursella, poi Mario Zandonella”, mi disse. “Porti sfiga?”, gli chiesi. Tre grandi solitari, tre miei miti, tutti morti. “Tutti in libera come te”, infierì. “La libera è un’altra cosa”, gli dissi.
Tutti pensavano che andare slegati tirandosi sui chiodi su una via di sesto grado fosse arrampicata libera. Ma da Mike Graham avevo imparato che invece si trattava di scalare senza toccare i chiodi. I francesi avevano capito che gli inglesi erano più avanzati ed avevano iniziato a copiarli. I transalpini erano di qualche anno più avanti di noi, così decidemmo di andare a spiarli. Andammo in Calanques. C’erano Marco Corte Colò, Ivo Zardini, Paolo Pompanin e altri cortinesi. Attaccarono le loro amache sotto al poggiolo di casa mia a Trissino e poi, insieme, proseguimmo per Marsiglia. Ma non ci capimmo niente. A noi sembrò che i francesi si arrampicassero più o meno come facevamo noi.
Così per capire si dovette andare in America. Marco Corte Colò ed io riuscimmo ad organizzarci alla fine di settembre del 1978. Scalammo la diretta all’Half Dome. Quando l’aveva aperta, Royal Robbins aveva parlato di A5, ma a noi interessava capire la famosa arrampicata libera. Scalammo come potemmo, ma da buoni alpinisti portammo a casa la salita. Appena tornato in Italia vi trovai Marco Preti arrabbiato nero. Voleva esserci anche lui a mettere il naso nell’arrampicata libera californiana. Quindi, via di nuovo. Quindici giorni dopo il mio rientro, eccoci ripartiti ad attendere a Londra un volo super economico stand by per San Francisco. Con noi c’era Alessandro Gogna. Tornammo a casa con un mare di idee confuse e la prima italiana di Salathè Wall, sul Capitan.


Arrampicatori liberi.
Parlai con Gianni Bailo. “Laggiù in California tutti si vestono in un’altra maniera”, gli dissi. “Dobbiamo creare una linea di abbigliamento anche per l’arrampicatore libero italiano”. Nel frattempo sulle Dolomiti ci eravamo imbarcati sulle prime grandi vie in arrampicata libera. Io mi accanii sul Pilastro della Tofana. Ma c’erano anche i tedeschi Andreas Kubin e Andrea Eisenhut. Jean Claude Droyer invece s’era incaponito sulla Comici alla Cima Grande di Lavaredo. Solo mani e piedi sulla roccia, era il diktat. I chiodi soltanto per protezione. Ma i chiodi erano quelli piantati negli anni trenta e volarci sopra per poi riprovare il passaggio conservava quel fascino antico del brivido alpinistico. Nemmeno si pensava di imbullonare le pareti per proteggerci meglio. Eravamo lontani mille miglia da quel pensiero. Sopra a casa mia, sulle Piccole Dolomiti vicentine, Gianni Bisson ed io “liberammo” la Soldà sulla Sisilla, poi lo spigolo Sandri Carlesso, poi lo spigolo delle Due Sorelle, poi ci spostammo in Pasubio.
Gianni Bailo si rese conto che era nata una nuova epoca e mi ascoltò. Ma quando giunse il momento di studiare una strategia di marketing per comunicare col suo target, mi venne un dubbio. “Se lo chiamiamo abbigliamento per l’arrampicata libera, creiamo un pasticcio che va ad aumentare la grande confusione che già esiste con coloro che se ne vanno slegati sulle vie classiche”, gli dissi.
“Battezziamolo all’inglese”, risolse lui, “Free climbing”. Lo convinsi perfino, primo in Italia, ad adottare il pile, un prodotto che Chris Bonington mi aveva fatto provare ad Alms Cliff, nello Yorkshire, quando avevamo arrampicato insieme su una paretina non più alta di due tiri di corda.
Poi andai da Giancarlo Tanzi. Pochi anni prima aveva inventato la Asolo Sport e dopo la scalata al Capitan, Alessandro Gogna me lo aveva presentato. Ci voleva una scarpa con una a suola liscia che tenesse un po’ di più di quelle poche che già c’erano. Delle mie idee, Tanzi ne aveva parlato in America con Ivon Chouinard, già allora mito vivente. Un giorno Chouinard arrivò in Italia e approdò a casa mia. Si sedette per terra in cucina e perfezionò le mie maldestre tecniche di fessura, incastrando mani e piedi tra gli elementi del termosifone. Mio padre era esterrefatto. Quei giorni studiammo un modello di scarpetta a suola liscia che divenne la più popolare dell’epoca e ne parlammo anche con Gino Soldà che ne fu entusiasta. Chouinard era il più famoso e la battezzò col suo nome. In Gran Bretagna invece accontentarono la mia vanità e mi citarono sulle pubblicità.
Poi venne il tempo delle complicazioni. Riuscii a convincere alcune aziende di materiale per le scalate ad unire le loro forze. Giancarlo Tanzi, Gianni Bailo e Tono Cassin crearono un’operazione congiunta per parlare di free climbing. Perfino il Sole 24 Ore citò quell’evento. Ma forse in quell’occasione nacque il free climbing promozionale. Ci eravamo divertiti così tanto che nemmeno ci eravamo accorti di aver creato un mostro. Ciriano Zanon aveva disegnato per Gianni Bailo il celebre marchio Think Pink. Il nome l’avevo trovato io tra mille vie di roccia moderne. Think Pink l’aveva aperta Ron Fawcett in Inghilterra in quegli anni settanta. Gli brillavano gli occhi a Ciriano, mentre con i pennarelli rosa e neri, cercava di collocare il famoso pallino nel punto giusto. Aveva già disegnato marchi famosi come quello della Lotto, ma in quel momento lo vidi in preda alla passione più sfrenata. Io inventai la scritta che stava sotto: “Free climbing, nato nella valle di Yosemite per rilassare la tua mente e capire la natura”.
In quei giorni Silvano Rusmini lavorava alla J. Walter Thompson, grande agenzia pubblicitaria. Settimo piano, quello dei dirigenti, dei sovrani della grande immagine. S’era innamorato dell’idea del free climbing, al di là dei budget e delle pianificazioni. Andai al Piccolo Teatro di Milano e insegnai ad arrampicare a Lorenzo Castelluccio. Un mimo giovane, uno di quelli bravi, uno di quelli della scuola francese. Al Circolo della Stampa di Milano avevamo innalzato delle montagne rosa, ritagliate dal cartone, alte fino al soffitto. E così, tra quei muri austeri di corso Venezia, inscenammo la nascita del free climbing. Lorenzo Castelluccio pareva davvero prendere gli appigli, sembrava davvero si sollevasse da terra, mentre imitava i gesti dello scalatore. Ne parlarono tutti per mesi. La rappresentazione mimica piacque così tanto, che qualcuno ci scritturò per Domenica In della Rai Tivu, allora condotta da Pippo Baudo. Quello mi intervistò, ma sbagliò tutto. Chiamò la creatura: freak line. Era il 1981.


Il mostro d’oriente.
Noi ad oriente eravamo degli alpinisti tozzi. Solo muscoli per gli strapiombi. Nemmeno ci eravamo accorti cosa fosse accaduto ad occidente. Gli inglesi erano calati in Verdon, tanti anni prima. Loro erano alpinisti e arrampicavano in libera solo sui vecchi chiodi, sui dadi o su qualche altra diavoleria inventata da poco. Ma i francesi capirono tutto al volo. Per provare e riprovare i passaggi si dovevano creare degli itinerari sicuri. Così, trapano alla mano, iniziarono a bucare la roccia.
“E no!”, dicemmo dal pensatoio ad oriente. Pochi i pensieri, ma semplici. “Noi siamo alpinisti alla Paul Preuss, naturalisti alla John Muir, trascendentalisti alla Ralph Waldo Emerson, bucolici alla Henry David Thoreau”, sbraitammo. “Il free climbing non si tocca”. Qualcuno si arrabbiò. Qualcuno ci contestò la paternità del free climbing. Ma in fondo cos’era se non un’idea, un sogno? Un lungo ingenuo sogno che comunque aveva permesso a qualcuno di divertirsi davvero? Quando ci si arrampicava in libera sul Pilastro della Tofana non eravamo degli arrampicatori sportivi. Ma non eravamo nemmeno degli alpinisti, perchè quelli vi salivano con le staffe. Oggi salire una via senza toccare i chiodi rientra nei canoni moderni dell’alpinismo classico. Ma allora chi eravamo?
E’ davvero esistito un free climbing, o è stato soltanto un mostro promozionale, un’imbonitura pubblicitaria! Noi, in fin dei conti, ci avevamo creduto. Free climbing: nato nel 1978 con le nostre esperienze californiane, morto, ma non per tutti, ufficialmente nel 1985 con la prima gara di arrampicata sportiva. Ora che tutte le pareti sono imbullonate, il gioco è un’altro. E’ giusto, la vita va protetta. Così i moralisti sono saliti sul loro solido palco.
Ma forse per qualche anno a nordest qualcosa di nuovo c’è stato davvero. Intorno a quegli anni, sulle Alpi occidentali e su quelle centrali qualcosa s’era mosso in una direzione diversa dall’alpinismo classico, forse anche qualche tempo prima che ad oriente. Ma mentre in valle dell’Orco e in valle di Mello si era iniziato ad aprire vie nuove con le tecniche moderne, sulle Dolomiti si ripetevano vecchi itinerari alpini senza toccare i chiodi. Gli scalatori liberavano le pareti e si facevano chiamare free climbers, i liberatori.


Fantasmi.
A Lumignano c’era Alberto Campanile che tirava come un matto. Renato Casarotto invece non ci credeva molto al free climbing. Lui era un alpinista classico e di lì non si muoveva. Però aveva iniziato ad usare anche lui scarpette lisce e imbragatura bassa. Noi liberavamo la Simeoni e la Durlindana, mentre lui apriva i suoi itinerari storici. Ma i nostri miti erano gli stessi e così un giorno ci legammo insieme. Andammo a fare la prima ripetizione della via dei Fachiri di Cozzolino sulla Cima Scotoni. Con noi c’erano anche Bruno e Giorgio De Donà. Nevicò quel giorno e dal bivacco che ne conseguì uscimmo tutti un po’ stralunati, ma con la chiara convinzione che quel Cozzolino ci aveva preceduti tutti. Da quel giorno non ci legammo più insieme. Qualche anno dopo salirono alla ribalta Manolo, Mariacher, Luisa Jovane.
Per i free climbers, pratica e sogno non erano poi così lontani. Spesso le loro vie si intersecavano. Qualcuno ci aveva detto che era stato il concetto di conquista della cuspide, della vetta, ad aver ispirato tanta retorica nell’alpinismo. Ma in fondo ci si dovette ricredere. L’alpinismo è sempre stato uno sport, un’attività di competizione tra gli uomini. Che se ne dica, la montagna da sempre è terreno di sfida, simile ad una pista sulla quale l’atleta si misura. L’alpinismo romantico è esistito soltanto nelle parole. In realtà la lotta e il confronto sono sempre stati la molla per il successo. Il free climber è stato forse il primo lirico che al di là del cantare la bellezza delle montagne ha agito in coerenza col suo romanticismo. Non a caso le prime competizioni di arrampicata sportiva sono nate negli ambienti accademici dell’alpinismo classico piemontese e non tra le fila dei sognatori orientali che si arrampicavano sulle Dolomiti. Non a caso di tutta una generazione di free climbers, da Manolo, a Mariacher, a Corona, nessuno si era presentato alla linea di partenza.
Qualcuno di noi era stato in Inghilterra. Lassù sembrava proprio che il concetto fosse chiaro. Come in America, nessuno chiamava free climbing l’arrampicarsi moderno, perchè il concetto di arrampicata libera era per loro fin troppo ovvio. L’arrampicata su roccia, rock climbing, come la chiamavano semplicemente, era scalare solo con mani e piedi sulla roccia. Nient’altro. C’era anche una scala del rischio che misurava l’audacia di un passaggio. Settimo grado con un buon dado vicino, oppure settimo grado con una fila di gancetti malsicuri, quindi tutto più difficile.
A ripensarci, ciò che era nato nell’oriente delle Alpi, in fin dei conti, era una cosa originale. Raccolta l’eredità di Enzo Cozzolino e dei suoi triestini, preso il meglio degli inglesi e degli americani, riadattato il concetto di non conquista alla francese, con tanto di sogno ad effetto altopiano che sostituiva l’idea di vetta, era nato un modo nuovo ed originale di affrontare le montagne. Uno stile che, quel poco che era durato, aveva decretato la fine dell’alpinismo tecnologico. Poi gli eventi sorpassarono le evoluzioni. La nuova arrampicata sportiva, quella delle gare e degli accademici, fu contestata dagli ecologisti, perchè danneggiava l’ambiente, e così divenne pratica urbana. Non a caso poi i migliori nacquero in periferia della città e si arrampicarono nei bunker dei sotterranei e poi nelle sudaticce palestre di quartiere. Rinacque anche l’alpinismo tecnologico e tutti tornarono sulle montagne col trapano in mano. E il free climbing morì, almeno ufficialmente.
Intanto sulle Dolomiti dei primi anni ottanta una ad una erano state liberate gran parte delle grandi vie classiche utilizzando la chiodatura che c’era. “All free”, si gridava alla fine dei passaggi chiave. Gli angeli non esistevano più. Esistevano solo fantasmi. Ma un enigma non fu mai svelato. Chi era quello scalatore solitario che superava tutti in velocità e che si arrampicava soltanto sulle vie classiche? Scalava con un frac giallo, una bombetta all’inglese e qualche piuma da Shultzer sul cappello. Ci sono state mille illazioni sul suo nome, ma forse, si è preferito mantenerne il segreto. Oggi che gli angeli delle rocce non esistono più, forse qualcuno vuole conservarne il ricordo. In fondo non fa male a nessuno. Anche se di nascosto, lo sappiamo, qualcuno ancora fa il free climber.

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Per conferenze sulla storia del Free Climbing o serate su montagna e arrampicate:
Dott. Franco Perlotto
Contrada Benetti 25 - Recoaro Terme (Vi)
mob. 3392825034
email: francoperlotto@tiscali.it
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  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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