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LA TRAGEDIA DEI FRATELLI ZOIA

Gridone 25 settembre 1896


  Giulio Frangioni 

Il Gridone è una bella montagna dura, arcigna, severa e complessa che si erge maestosa e imponente sulla conca vigezzina, occupando il lato destro della valle come un ultimo baluardo sul vuoto dell’orizzonte.
Nove cime, una cresta frastagliata, pareti scure e verticali che si alzano, non si sa come dal verde circostante ne fanno una calamita per lo sguardo che prima o poi incontra questo massiccio. E’ così severo da questo lato, dolce e degradante verso la Svizzera, mantenendo tuttavia sul versante cannobino pendii brulli e scoscesi che valorizzano la diversità di ambienti a così pochi metri di distanza.
La sua storia alpinistica, o meglio quella della sua esplorazione, è simile alle consorelle vette che cingono la valle.
Non sappiamo nulla dei primi salitori, che sono stati sicuramente gli alpigiani in cerca delle loro capre, qualche cacciatore ad inseguire camosci, o forse anche qualche cercatore di cristalli quando questo minerale era assai pregiato molto più di oggi.
Ben di più invece sappiamo di chi per primo ha aperto vie su queste pareti che, per un certo periodo, furono le uniche della zona degne di questo nome.
Edmondo Brusoni, che nel 1888 assieme al Bazzetta diede alle stampe la prima guida dell’Ossola in poche righe fotografò la situazione: “E’ ben vero che l’alpinista tenero pei ghiacciai la Val Vigezzo, essendone priva, non può offrire interesse.
Le montagne sono di modesta elevazione (punto culminante la Scheggia m 2468); ma colui che desidera scapricciarsi colle rupi troverà in esse pane per i suoi denti. Salga egli le roccie della Scheggia, della Pioda di Crana, del Gridone e potrà accertarsene”.
Più che di un monte a se stante si può parlare di un gruppo, quello del Gridone appunto; la parte occidentale è chiamata “Rocce del Gridone” che è il teatro di questa storia.
Si tratta di una dorsale dentellata dove spuntano diverse cime, tra cui la guglia Vigezzo, un elegante torrione, la Punta Vittoria e Punta Federica, così nominate dai primi salitori, che per un effetto ottico dall’Alpe Spoccia appaiono molto più elevate di quel che sono in realtà: conosciute come “Mento del Gridone”.
Da qui la cresta diventa più accidentata frantumandosi in diverse torri, poco individuabili dal versante vigezzino, che continua poi su di un promontorio dove si stacca lo sperone che muore nella testa del Misello, mentre la dorsale prosegue culminando nella Cima Ovest, la massima elevazione di questa montagna.
La cresta scende quindi alla Bocchetta de Fornale dove si incontra il confine di Stato e risalendo a destra va a culminare nella massima elevazione del Monte Limidario, a 2180 metri di quota.
Poco vicino alla Cresta Ovest si separano alcuni rocce, senza importanza, sbrecciate e informi che danno vita a dei torrioni, dove ai loro piedi , è adagiata una piccola valletta detritica, punteggiata da rari pini.
Un paesaggio, lunare, repulsivo, quasi spettrale, non adatto all’uomo e neanche alle bestie, quindi la fantasia locale sentenziò che se non ci poteva stare il Bene ci doveva stare il Male. Divennero così le “Torri delle Streghe” e più sotto non poteva che esserci il “Piano delle Streghe” o, meglio il pian di Stri, per dirla come i vigezzini.
Le streghe erano molto impegnate e in funzione del loro grado tenevano le riunioni nei vari giorni della settimana.
Il lunedì notte toccava a gruppi di streghe che avevano lo scopo di impaurire i viandanti, il martedì spettava a quelle vecchie d’anni e di peccati, il mercoledì ai libertini di ambo i sessi, il giovedì alla preparazione di lambicchi amorosi, mentre il venerdì era dedicato ai capi stregoni della valle che decidevano sui tempi e sulle modalità della grande adunanza che si teneva sempre di sabato.
“La notte di sabato si radunavan pertanto nel Pian di Stri, tutte le streghe vigezzine, con non poche delle Centovalli e Valle Cannobina per il gran ballo in costume adamitico, bal di stri che continuava sino al tocco della campana dell’ “Ave Maria” del mattino ad Olgia.”.
Così lo racconta il Riana, soprannome dello storico Giovanni De Maurizi, in un opuscoletto del secolo scorso dedicato agli usi e costumi proprio della Valle Vigezzo. La leggenda di queste streghe fu poi ripresa e romanzata anche da Benito Mazzi nel suo “Fantasmi di Vigezzo”.
Streghe o non streghe il Gridone non gode comunque di molta popolarità fra gli escursionisti, ma anche fra i locali ha fama di montagna un po’ sinistra.
Sarà perché farsi sorprendere dai temporali in alta quota non è mai bello, ma qui è ancora peggio visto che le rocce contengono molto ferro.
Un tempo vi erano: “dei filoni di minerale ferrugineo al di sopra di Crana, ed al piede del Gridone premenzionato, ed in quest’ultimo luogo eravi altre volte fucine destinate al ricavo del ferro” (Carlo Cavalli 1843).
Qualche traccia lo troviamo anche nella toponomastica come Rio del Ferro di fronte ad Isella, che percorre appunto la Valle del Ferro, Rio Nigro le cui acque scorrono nelle scure anfibioliti, mentre prove più pesanti di questa attività sono ormai erose dal tempo. Invase dalla vegetazione è possibile rinvenire a circa 1200 metri di quota delle trincee per estrarre a cielo aperto il minerale, e una galleria non molto profonda, mentre nei pressi del Melezzo si trovavano i resti di una fornace ed i cumuli di scorie.

Ma forse più di tutti incise su questa montagna la tragedia dei fratelli Zoia, periti di sfinimenti in una malaugurata giornata di inizio autunno.
L’evento ebbe vasta risonanza non solo sulla stampa locale, ma anche su quella nazionale, dove addirittura si parlò di una delle più grandi disgrazie dell’alpinismo e dove questo caso fu preso ad esempio per degli studi scientifici.
Era il 25 settembre del 1896 quando una comitiva composta dai fratelli Alfonso e Raffaello Zoia, e con Filippo De Filippi, da poco passata la mezzanotte, partirono da Craveggia dove erano in vacanza con l’intento di salire il Gridone.
Gli Zoia erano figli del professore di anatomia dell’Università di Pavia. Raffaello di 27 anni, era un giovane alto e magro, biondo col viso un po’ emaciato, quasi ascetico, dai tratti affinati, con espressione dolce, sempre serena ed era laureato in medicina.
Il fratello Alfonso, studente diciannovenne, era un ragazzo ben conformato, magro di aspetto robusto, e molto agile. Tutte e due godevano di buona salute, almeno apparentemente, e avevano già effettuato i giorni prima delle escursioni tra cui la Scheggia e la Pioda di Crana. Il più esperto era comunque Filippo De Filippi, dottore e assistente alla clinica medica dell’Università di Bologna, e figlio dell’avvocato De Filippi di Torino e di Olimpia Sella, con quindi la passione per i monti nel sangue. Al tempo della disgrazia non aveva ancora trent’anni ma vantava già un curriculum alpinistico di tutto rispetto, consolidato sulle montagne del Delfinato e dell’Oblerand Bernese. Nel 1897 fu poi chiamato dal Duca degli Abruzzi alla spedizione del Monte Sant’Elia, raggiungendone anche la vetta.
Fu questo il trampolino di lancio per una carriera di alpinista esploratore e di studioso a fianco del Principe sabaudo, durante le sue leggendarie imprese compiute in mezzo mondo e consegnate alla storia.
Al chiaror di luna, con un tempo bellissimo, per quattro ore camminarono in piano costeggiando il torrente e alternandosi nel portare il pesante zaino, l’umore era alto e la giornata prometteva bene. Iniziò quindi la salita e verso le 6 ci fu la prima fermata con spuntino e un paio di ore dopo erano all’attacco delle rocce in quella che doveva essere una divertente arrampicata.
Il De Filippi, il più esperto del gruppo, si caricò lo zaino non tanto per alleggerire i compagni quanto per renderli più agili nella salita che si rivelò un po’ una delusione “..certo non più difficile delle altre fatte assieme quell’anno, e trovammo che non metteva conto di andare così lontano per così poco”.
L’aria si manteneva limpida e cristallina, lo sguardo poteva spaziare lontano e non vi erano nubi. Verso le 11 però un capriccio di vento scaraventato da nord portò una sottile nebbia che condensò immediatamente in una breve e leggera spruzzata di neve e ghiaccio, ma subito tornò il sole e nessuno diede peso all’evento che annunciava però più profondi mutamenti.
Poco prima di mezzogiorno la cordata toccò la vetta, la salita poteva ritenersi conclusa e ora ci sarebbe stato soltanto il superamento di alcune facili rocce e quindi l’imbocco del sentiero alla Bocchetta del Fornale, che conduceva in basso, presto si sarebbero incontrate gli alpeggi più alti e quindi i paesi della Valle Cannobina.
Non più di quattro o cinque ore di marcia e l’avventura si sarebbe felicemente conclusa.
Si fermarono in cima più di un ora a mangiare, a riposare e a gustare il panorama ma, nel giro di pochi minuti, un violento quanto improvviso temporale da nord li colse del tutto impreparati e questa volta la tempesta non durò una manciata di minuti, ma molte, troppe ore.
La nebbia li avvolse completamente, limitando la vista a pochi metri, mentre un impetuoso vento faceva turbinare la neve incollandola a tutto ciò che emergeva da quel grigiore spettrale. In quelle condizioni era follia ridiscendere per l’itinerario di salita quindi era indispensabile forzare l’altra via dei torrioni. Il De Filippi prese il comando della cordata e si avviò, ma ben presto si accorse che gli amici non lo seguivano più con il passo spedito di prima.
Pensò che fosse il vento a determinare il rallentamento e consigliò ai suoi compagni di camminare a carponi se non si fossero sentiti sicuri nel stare in piedi su quelle rocce diventate ostili. Le soste per riprendere fiato si facevano più numerose, ma purtroppo anche questa scelta non permise di percorrere più celermente la cresta.
Gli Zoia erano pallidi, sfiniti, infreddoliti, avevano mal di testa, nausea, apatici, muti, senza energia, affermavano di non aver paura, ma di essere stanchi, sostenendo che il riposo avrebbe fatto loro riprendere le forze.
Ma così non fu. In quattro ore avevano camminato solo un terzo della strada per arrivare in bocchetta sfondando nella neve che ormai arrivava alla ginocchia, quando il De Filippi che si rendeva conto della situazione disperata, tentò il tutto per tutto infilandosi in un canale che pareva scendere verso la Cannobina.
Davanti i due fratelli e per ultimo lui che li assicurava con la corda. Un salto impossibile da percorrere in quelle condizioni allucinanti sbarrò la strada; invano si cercò la soluzione. Si erano abbassati di 60/70 metri e non restava altro che risalire a riguadagnare la cresta. Alle 6 di sera nel buio più completo trovarono un piccolo spiazzo riparato dal vento, ma non dalla neve che continuava a scendere copiosa per passare la notte.
Con i fiammiferi bagnati non riuscirono neppure ad accendere la lanterna bevvero ancora quel che rimaneva del té, e tentarono di inghiottire qualcosa, ma per chi era allo stremo delle forze fu un impresa impossibile.
Verso mezzanotte, altrettanto velocemente così come era venuta la tempesta di colpo si dissolse, lasciando il posto ad un magnifico cielo stellato ed ad un freddo altrettanto intenso, insopportabile, micidiale, che tutto ghiacciò nel volgere di un baleno facendo ancora di più precipitare la situazione, peraltro già assai disperata.
Fra gli Zoia, Raffaello, appariva ed era il più grave, non rispondeva alle domande se non molto tempo dopo, era ormai incosciente.
Gli amici avevano continuato a massaggiarlo e frizionarlo con neve nel tentativo di non fargli perdere calore ma inutilmente.
Anche il fiato si fece via più flebile: cercarono anche di aiutarlo con la respirazione artificiale, ma il cuore cessò di battere verso le due del mattino.
La notte era sinistramente illuminata dalla luna, in condizioni fisiche normali i due superstiti avrebbero potuto riprendere la via della salvezza, ma Alfonso era in pessime condizioni: non riusciva ad alzarsi e le gambe non lo sostenevano più.
Dovettero quindi aspettare inermi accanto al cadavere del compagno l’alba tragica, preannunciata dal freddo più intenso che c’è prima che sorga il sole.
Arrivò anche il tepore dei primi raggi e quindi i due tentarono di mettersi in movimento. Le condizioni migliorarono un po’ anche se il calvario della discesa si preannunciava difficile.
Ogni pochi minuti era necessario fermarsi, lo Zoia barcollava ad ogni passo, tanto che in due ore riuscirono a fare quello che normalmente si percorre in un quarto d’ora. Erano ad una ventina di metri dall’ultimo spuntone che li separava dal colle, che rimaneva però una meta irraggiungibile.
Il De Filippi decise allora di ritentare la manovra del giorno precedente e cioè far scivolare sulla neve l’amico seduto lungo un ripido e stretto camino trattenendolo con la corda.
“Quando non ebbi più corda (eravamo legati a circa cinque metri di distanza), mi misi pure io nello stretto canale.
L’avevo di peso alla cintura, poiché mi occorrevano le due mani per trattenere me e lui servendomi degli appigli rocciosi.
Scendemmo così con precauzione un 50 metri; ad un tratto io, che in quel momento scendevo di fianco, sentii mancare la tensione della corda e volgendomi vidi Alfonso, carponi quasi coricato, che annaspava colle mani nella neve.
Era inconscio, con respiro lento, polso piccolo e rapido. Gli feci il massaggio con la neve, mezzo istupidito dalla fatalità che s’era legata a noi”. Verso le 11 del mattino Alfonso Zoia morì senza scosse, con un rallentarsi progressivo del respiro.
Al De Filippi non toccò altro che legare alla roccia i due cadaveri perchè non scivolassero via, e secondo il cornista dell’Ossola “perché si potessero ritrovare intatti (uno stormo di corvi si era addensato sul luogo della disgrazia) bendò pietosamente il viso”. In circa mezz’ora raggiunse la Bocchetta di Fornale proseguendo per le alpi di Spoccia, dove incontrò dei finanzieri e quindi raggiunse il paese.
Domenica mattina le squadre salirono al Gridone per il recupero dei cadaveri che furono trasportati a Spoccia dove giunsero verso le due del pomeriggio, e consegnate all’Autorità.
La relazione medica parlò di morte per sincope cardiaca di Raffaello, il più anziano dei due Zoia, mentre per il più giovane di sfinimento. Il De Filippi, il più esperto ed allenato avezzo all’alta montagna dei tre, se la cavò con un inizio di congelamento ai piedi di cui si rimise prontamente e non influì per nulla sulla sua brillante carriera alpinistica.
La tragedia ebbe il suo epilogo con la camera ardente ricavata al primo piano di palazzo Mellerio a Craveggia dove abitava la famiglia, e quindi i funerali solenni con la sepoltura nel cimitero locale, in attesa del trasferimento nella città natale di Pavia.
Certamente quella notte sul Gridone scoppiò una tempesta di inaudita violenza per quelle quote, e per quella stagione. La stanchezza, i vestiti bagnati, l’abbassarsi della temperatura, portarono quasi sicuramente ad una morte per assideramento giustificata dal fatto che, uno dei due fratelli, prima di collassare asserì di non avere più freddo, condizione che si ripete spesso in questo tipo di morte.

A seguito di una precisa, completa e puntuale relazione dell’incidente fatta dal De Filippi, ll caso fu ripreso, studiato e analizzato da Angelo Mosso, professore di fisiologia dell’Università di Torino e ideatore della Capanna Laboratorio Regina Margherita, a 4559 metri di quota sulla punta Gnifetti al Monte Rosa.
Qui l’illustre scienziato compì diversi studi sfociati tra l’altro nella pubblicazione di un testo “fisiologia dell’uomo sulle Alpi” pubblicato nel 1897, ritenuto un’opera fondamentale sull’argomento ancora citata e ripresa ai giorni nostri.
A cappello dell’articolo scrisse queste parole: “Fino a che durerà la fisiologia della fatica saranno ricordate queste pagine del dottor De Filippi, perché nella storia delle Alpi vi sono pochi avvenimenti più tragici. Nessuna supera questa per la novità di una sventura quasi sovrumana.”.
Non si attennuarono nel breve tempo però le discussioni e anche le polemiche su questo incidente: non ci si rendeva, o non si voleva, rendersi conto di quella che era stata la genesi della disgrazia.
I fratelli Zoia erano giovani, avevano fatto salite più o meno dello stesso livello, e sapevano anche cosa vuol dire trovarsi in mezzo al brutto tempo.
Ben epiquaggiati nell’abbigliamento, avevano con sé abbondanti provviste, non avevano alcolici (erano tutti astemi) e bevvero solo del té.
Allora come oggi ci fu chi intentò dei processi sommari per stabilire se l’unico superstite aveva fatto tutto il possibile per salvare i compagni, quasi fosse una colpa l’essersi salvato, o se tutte le norme di prudenza fossero state osservate.
Ci furono però anche voci autorevoli che richiamarono al buon senso nel riconoscere che quando la fatalità prende il sopravvento ad ogni possibile previsione umana c’è poco da fare.




  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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