Narrativa

I cacciatori di Erto

Collana: Chaos

Autore: Italo Filippin

ISBN 978-88-6391-071-1

Euro 13,00

Formato: 12 x 21 cm

Pagine: 146

Editore: Biblioteca dell'Immagine

 



 

I cacciatori di Erto

imperdibile
di aprile 2012

Italo Filippin

Biblioteca dell'Immagine

 

la copertina

Tutti i libri che ci vengono inviati ricevono un pari dignitoso trattamento : sono letti, analizzati e spesse volte, recensiti; se il libro ci viene consigliato da un amico, del quale abbiamo stima, appare ovvio che lo prendiamo subito in esame, con una notevole curiosità, se poi chi ce lo consiglia è Mauro Corona...

Il libro è semplice, bello, senza giri di parole e possiamo aggiungere anche scritto molto bene, Filippin è di Erto, purtroppo nota per il Vaiont, ma preferiamo ricordarla per essere il paese del nostro Mauro e si vede che l'aria aiuta a scrivere, ricordiamo anche che a Cimolais, a pochissima distanza, c'è pure Luca Visentini...

Mauro Corona ha scritto la presentazione del libro e ci ha autorizzati a usarla come recensione, noi riteniamo che essa sia perfetta e che in nessun caso saremmo riusciti a descrivere così bene l'opera dell'autore, ricordiamo anche che il libro è corredato da una bella serie di disegni al tratto, opera di Matteo Corona, ben avviato sule orme del ben noto Papà.





Chi se non Italo Filippin, geometra, classe 1944, nato sul ripido Erto, poteva scrivere racconti e aneddoti di ars-venandi? Chi poteva dare luce a vite di uomini non illustri, bracconieri, cacciatori, geme di vetta e bosco, trappolieri, uccellatori e altra fauna umana che in tempi andati pescava dalla natura anime e animali, predatori e prede, esseri di taglie grandi e piccole, cornute o alate? Potevano farlo in tanti ma non tutti con l'esperienza di Italo.
Duplice esperienza: cacciatore prima, guardiacaccia poi e, infine, di nuovo cacciatore. Per sessant'anni Italo ha bazzicato la natura in forme diverse, non trascurando quella alpinistica, seppur ultimamente un poco messa a parte. È stato frequentatore della montagna non solo con gambe e fucile, corda, berretto e divisa, ma soprattutto con la testa. Organo usato come deposito di memoria. Ha cominciato da bambino, lavorando alle malghe col nonno Frambol, a conoscere gli uomini che imbracciavano lo schioppo per attingere dal bosco quel che dal macellaio non potevano permettersi. Passavano di la, guardinghi e silenziosi. pestando la val Zemola a ogni ora. Quando gufi e civette facevano sarabanda, quelli illuminavano i sentieri con lampade a carburo, Si fermavano alla baita di Frambol per un bicchiere, due chiacchiere. I più riottosi tiravano dritto. Il ragazzo li vedeva. li studiava, ne ammirava le gesta, ascoltava le storie. Una volta cresciuto ottenne la licenza e cacciò regolare sui monti e nelle valli. Poi, in età matura, il passaggio sulla riva opposta, a fare mestiere parecchio inviso dai bracconieri: il guardiacaccia. Ventisei anni di servizio a combattere e stanare coloro che non accennavano regole né imposizioni e che spesso volevano fare i furbi.
Durante gli anni di lavoro, Italo Filippin annotava minuziosamente su quaderni ogni passo della sua lunga avventura tra cacciatori e bracconieri, animali e monti, torrenti e nevicate, martore e volpi. Ecco perché si rivela più adatto di altri a mettere su carta quelle storie. Se nessuno lo faceva, tra qualche tempo avrebbero preso il sapore delle cose perdute e un velo d'oblio sarebbe caduto su di esse, cancellandole dalla memoria e dalla faccia del mondo. Ma, fosse solo per far leggere storie, quello che le scrive compie uno sforzo se non del tutto inutile, assai precario.
Il suo viaggio nelle parole darebbe in pasto soltanto cronaca la quale, dopo una prima, frettolosa lettura, finirebbe nel limbo del nulla o nel cestino. Invece la letteratura, dalla più alta a quella scadente, ha da prefiggersi un compito preciso: salvare il passato, la memoria, mettere al sicuro ciò che è stato. Un libro, un racconto, un saggio, un testo teatrale, tutto quel che vuole raccontare qualcosa, tra le righe deve far trapelare usi, costumi, tradizioni, mestieri, tecniche, oggetti e quant'altro. In poche parole, deve far conoscere la cultura del tempo nel quale si sono svolti i fatti e che lo stesso tempo, scorrendo, tende a cancellare. ltalo Filippin fa questo e anche di più. Nei suoi racconti di caccia, gradevoli e peraltro godibilissimi, forte di un'esperienza senza pari, insegna l'arte del muoversi. Insegna a camminare in montagna, essere cauti, vedere e schivare pericoli, le insidie del ghiaccio, le forre coperte da rami e foglie, pronte a ghermire l'incauto. Vi sono lezioni per tutte le età lungo le quattro stagioni anche se, alla base di tutto, rimangono le storie. Storie di uomini mossi dall' atavica passione per la caccia che resero famose queste valli con imprese epiche, bugie, tragedie, farse e vigliaccherie, ma pure gesti di bontà, generosità e altruismo senza pari. Questo di Filippin è un libro per molti versi difficile da accettare e pure rischioso. In tempi dove l'ecologia e il rispetto per gli animali hanno ottenuto la voce che cercavano, scrivere un testo di caccia può suscitare reclami, polemiche, nonché attacchi di ogni sorta. Ma non tema, Italo. È in buona compagnia, partendo in Russia con Ivan Sergeevia Turgenev e le sue "Memorie di un cacciatore", passando da Ernest Hemingway e Mario Rigoni Stern, per finire a Capo Horn con Francisco Coloane e i suoi libri su balene, balenieri e bracconieri di ogni sorta. Del resto le storie vanno raccontate, tramandate agli altri, passate a chi viene dopo come le tegole si passano l'acqua, per il semplice fatto che sono accadute e ciò che è accaduto è patrimonio di tutti, detrattori compresi. Se non altro per soddisfare quel sentimento naturale chiamato curiosità.
Ogni tanto, a mo' di scherzo (ma non del tutto), negli anni passati, dicevo a Italo di mettere nero su bianco le storie dei nostri cacciatori e bracconieri, ben sapendo che le aveva segnate tutte nei quaderni. Mi rispondeva sempre "meglio di no", campando la scusa che non era in grado. Invece in grado lo era. Questo bel libro lo conferma.

Mauro Corona

 

© Filippo Zolezzi