Narrativa

Luoghi Selvaggi

Collana: Frontiere

Autore: Robert MacFarlaine

ISBN 978–88–06 –19408-6

Euro 21,00

Formato: 15 x 22 cm

Pagine: 322

Editore: Einaudi

 

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Luoghi Selvaggi

Robert MacFarlaine

Einaudi

 

Recensione a cura di Alessandro Santucci
la copertina


Molto raro ed anomalo definire “delicato” un libro che parla di avventura e di luoghi selvaggi.

Eppure così potrei definire, usando una sola parola, lo scritto di questo insegnante di Cambridge, appassionato alpinista, critico letterario e colaboratore della BBC.

Non è un libro che narra di una avventura specifica, né di imprese eroiche, eppure l'avventura ed i luoghi selvaggi di cui va alla ricerca MacFarlane, sono quasi estremi, sicuramente impegnativi e aspri.
L'autore può apparire come un uomo che conduce la sua vita “normale” nella città Inglese, in modo piuttosto tradizionale; eppure è legato ad alcuni personaggi piuttosto fuori dalla “normalità”, come ad esempio Roger Deakin, membro e fondatore dell'associazione “Fiends of the Earth”, cui confida l'idea iniziale del suo viaggio.
Non a caso il libro ha proprio la dedica introduttiva a questo amico che si intuisce speciale.
Il suo amico aveva fatto una scelta di vita molto naturale quando era giovane ed è, sembra, uno dei suoi più stretti amici, accomunato a lui dalla passione per la selvaticità, della vita e dei luoghi.
Ma l'autore stesso non è affatto un “uomo normale”, come lo intenderemmo noi comodamente seduti nella poltrona a leggere il suo libro. Da giovane amava arrampicarsi sugli alberi, e... traversare dei boschi passando di albero in albero, senza scenderne che al termine del bosco stesso.
Oggi insegnante rispettato, eppure appassionato alpinista, si imbarca in questa impresa: ricercare e collegare con un ipotetico ed immaginario filo logico, luoghi fra i più selvaggi dell'Inghilterra e dell'Irlanda, alla ricerca di qualcosa che non è la semplice e dichiarata possibilità che esistano ancora luoghi del genere e che la wildness sopravviva. Si intuisce che questo viaggio è qualcosa che l'autore compie per poter immergersi nell'ambiente che ama e di cui avverte il richiamo, la Terra, nelle sue materializzazioni che siano monti, coste, bufere, fiordi, e così via.
Apparentemente può sembrare di avere a che fare con un libro che sia una specie di ricerca erudita, appunto da parte di uno studioso di Cambridge (cita libri e fonti infiniti e nella bibliografia in fondo c'è un elenco molto dettagliato e diffuso).
Invece tratta dei luoghi e della descrizione dei vari stati d'animo che MacFarlaine di volta in volta assapora e che, con sincerità mai scadente nella noia, offre al lettore attento.

Leggendo le sue pagine con la calma necessaria, assaporandole come un bel bicchiere di Porto, si è letteralmente con l'autore e si osservano i vari paesaggi che si alternano via via nel suo girovagare.
Le parole che usa e che sono al tempo stesso ricercate e ben assortite, descrivono le scene come se le stesse tratteggiando con pennello e colori e senza accorgercene ci si trova immersi a goderne insieme a lui, come fossimo suoi compagni di avventura.

Si intuisce il suo bisogno di immergersi veramente nel paesaggio, quando, ad esempio scrive, citando R. Penn Warren: “Un paesaggio in cui non possiamo entrare non racchiude molti misteri”.
O la sua tranquillità nel condurre questo tracciato di selvaticità che unisce luoghi distanti e diversi fra loro e cita R. Nelson: “Chi si sposta nella natura selvaggia e remota […'> non è mai veramente solo. Il paesaggio è qualcosa di cosciente, di senziente, che incarna una personalità. E' un ambiente che prova emozioni.”
E tutto trova il logico sbocco nelle sue azioni e scelte che lo portano, ad esempio, a dormire all'aperto nel pieno di una bufera, dicendo a proposito: “..quella sera lo Scott (si riferisce all'esploratore inglese morto nel tentativo di raggiungere il Polo Sud) che albergava in me diceva che dovevo lasciare la casetta e passare la notte fuori, nella tempesta.”

In tutto questo, la delicatezza appunto, citata all'inizio, fa da sottofondo all'animo di chi scrive; non una finta e forse affettata dolcezza, tutt'altro: si tratta di descrizioni crude e realistiche che ci rendono appieno l'idea di dove l'autore si stia muovendo, ma quella che emerge dal suo osservare, sentire ciò che osserva, avvertire il legame con ciò di cui è testimone e protagonista al tempo stesso.
Uno scritto da leggere, come fa S. Perotti, con la matita in mano, per segnarsene, magari, passaggi particolari, e poterli trascrivere per gustarli ancora in futuro.

Al termine del libro, che ripeto, a mio parare va degustato con calma, e con rispetto, assaporandone ogni singola frase, proprio con il piacere di leggerlo, chiudendo l'ultima pagina, si ha l'impressione di tornare MacFarlaine a Cambridge ed ognuno di noi nella sua casa, ma dopo avere compiuto un vero viaggio diverso, dove si sono visti luoghi, sentite storie, conosciuto persone, molto fuori dalla nostra “normalità” pur di persone dedite alla natura nelle sue varie forme.

(A. SANTUCCI)

Filippo Zolezzi