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Quando
Andersen,
il primo uomo che si mise due legni sotto i piedi per muoversi meglio
nella neve, ad un certo punto incontrò un pendio eccessivo, si cavò
i legni e prosegui' a piedi. L'idea d'aver rischiato di rompersi
un femore non la conobbe mai. Non aveva bisogno di conoscenze tecniche
per adattare il suo comportamento allo scopo della sicurezza. Aveva
solo sentito l'eccesso. Quel sentire passa attraverso le orecchie
della Relazione con l'ambiente, Sé incluso (un principio che vale
assai anche in contesti didattici.)
Quando
un Tuareg
si avvia alla traversata insieme alla sua carovana, non ripassa il manuale di deserto, di tempesta di sabbia o di sopravvivenza sahariana. La cultura con la quale e' cresciuto, nella quale si identifica (senza alcun processo di razionalizzazione), e' la sede della sua sicurezza. Una cultura forzatamente coniugata, scaturita e formata dalla relazione con l'ambiente.
Per lo stesso motivo un camoscio sente quando poter attraversare una colata ghiacciata e quando no. E' per questo nocciolo che l'alpinismo e' atto culturale, non sportivo, cosi' le montagne e la natura.
Con
le stesse modalita' del tuareg ogni giorno guidiamo la macchina
e conduciamo la vita. Davanti ad una curva ghiacciata adottiamo
un comportamento utile solo se determinato dalla relazione con tutti
gli elementi in gioco, colti, intuiti, razionalizzati, consci ed
inconsci. La Tecnica, la Conoscenza stessa, se l'atteggiamento e'
tarato sull'ascolto, diviene elemento pari agli altri e con essi
coniugato, quindi tendenzialmente sfruttata al meglio. Non e' certo
ripetendo pedestremente quanto dice, o non dice, il cartello stradale
che realizziamo la massima sicurezza. Come potremmo evitare una
sbandata se non usassimo come riferimento il sentire in sostituzione
del sapere fornitoci dal cartello?
Ognuno di
noi può condividere che davanti ad un passo pedonale
oltre al verde del semaforo e' opportuno dare un'occhiata in giro,
ovvero, privilegiare le informazioni scaturite dalla relazione piuttosto
che quelle preconfezionate.
Solo quando la sicurezza dell'incrocio
passa dal verde di quel semaforo all'ambiente, possiamo attraversare
con il rosso a 'rischio zero'. Diversamente, si tende ad
alzare il rischio: la presenza dell'imprevisto. La relazione contiene
il massimo potenziale d'innalzamento della sicurezza, indipendentemente
dalle conoscenze tecniche e dall'abilita' motoria di cui disponiamo.
Gia' Bonatti si era accorto che non era la pistola la fonte
della sicurezza per muoversi in ambienti selvaggi. Gia'
Messner aveva messo in risalto il significato del ri-percorso storico
come centro della ricchezza e della forza. Della sicurezza. Gia'
Gogna aveva assunto come perno della prospettiva la ri-creazione,
fatto individuale, mai massificabile, sinonimo di bellezza e di
vita. Gia' Guerini vide il Gioco su terreni tanto seri.
Quindi il famoso turista giapponese
che esce dal rifugio Torino in scarpe da tennis non adotta, di per
sé, un comportamento rischioso. Noi stessi esperti alpinisti potremmo
fare come lui. Giapponesi ed alpinisti tendono
ad alzare il rischio se il comportamento e' adottato senza tener
conto degli elementi e delle richieste che l'ambiente e il sé
continuativamente offrono e cangiano. Vi ricordate quando su un
sentiero qualunque si alza lo sguardo per osservare in giro? Vi
ricordate che s'inciampa subito?
La non relazione, a qualunque
livello, alza la possibilita' dell'imprevisto, della sorpresa, riduce
l'habitat della creatività: la sola energia capace
di re-inventare la soluzione appropriata, di scegliere tra tecniche
specifiche (se se ne hanno) o di combinarle in modo inusuale o nuovo.
In quest'epoca nelle nostre espressioni si trova l'induzione a pensare/credere che la sicurezza stia nel materiale e nelle tecniche. Due cose fuori da noi, acquisibili e nelle quali Ð inconsapevolmente Ð rimettiamo la nostra sicurezza. La sicurezza sembra il prodotto di atto acquisitorio, non quello dell'esperienza consapevole. E' da questa concezione che nasce l'idea che spittare alza la sicurezza. Giusto! A patto che gli scalatori ri-cerchino in sé e non fuori da se' il nodo della sicurezza. Sbagliato! Se avvicina inconsapevoli persone tarate secondo il positivistico volere e' potere.
La sportivizzazione,
il prestazionalismo, l'attenzione alla Quantita'
delle cose, materiali ultima generazione, equipaggiamento come da
pubblicita', ce l'ha fatta mia sorella devo farcela anch'io, le
tecniche concepite come il fondamento per frequentare le montagne
non fanno che spingerci lontano dal centro: la nostra motivazione,
la nostra dimensione, la nostra liberta' gratificata.
Che morale
dunque?
Parlare di sicurezza in questi termini e' maggiormente efficace
che limitarsi a citare il famigerato rispetto per la montagna
o il contemporaneo alter ego di natura amica. La natura e' la natura,
per cavalcarla bisogna sentirla. Accedere a se stesso prima che
alle tecniche, permette ad ognuno di riconoscere la sede del problema.
Per riconoscere quali preconcetti si stanno impiegando. Permette
di aggiornare il linguaggio, di cogliere il vero nel patrimonio
della propria memoria/esperienza senza piu' cercare di ricordare
cosa ha detto di fare l'istruttore in questi casi?, di pensare
che la lacerazione mente/corpo-natura/cultura possa avere un'opportunita'
di riduzione. Nessuno piu' dal Torino scivolera' dentro un crepaccio.
Le guide alpine stanno lavorando per creare un dibattito aperto
su questo tema. Ritengono sia possibile organizzare un intervento
culturale di portata nazionale. Potenzialmente in grado di entrare
a concorrere nella formazione scolare, nella dimensione ambientale,
oltre naturalmente ad essere gia' oggetto della formazione delle
Guide alpine stesse e degli Accompagnatori di media montagna.
a
cura dell'Ufficio Comunicazione delle Guide Alpine Lombardia
approvato dal Collegio Nazionale Guide Alpine Italiane |

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I loghi dell'Unione Internazionale
Guide Alpine, del Collegio Nazionale delle Guide Alpine
Italiane e del Collegio Regionale delle Guide Alpine della
Lombardia.
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Alpinia.net
- Cose di Montagna
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