Per
comprendere a fondo limportanza storiografica ed il significato
ideale di questo libro, che tratteggia in modo lineare e vigoroso
la figura di un valoroso ufficiale degli Alpini che cadde combattendo
sul più alto campo di battaglia della Prima Guerra Mondiale,
dobbiamo - per forza di cose - soffermarci diffusamente anche sullautore.
Il Maggiore degli Alpini Giuseppe
Magrin di Valdagno, è riuscito a trasmetterci, attraverso
un sapiente dosaggio di lettere depoca, annotazioni diaristiche,
ricordi di amici e commilitoni, un commosso e veritiero ritratto
umano e spirituale di un giovane, coscientemente predestinato al
sacrificio della propria esistenza.
Nessuno meglio dellamico
Magrin avrebbe potuto indagare con maggior attenzione e sincerità,
coinvolgente passione ed effettiva competenza (anche sul piano tecnico-militare)
gli avvenimenti ed i retroscena di quella che è stata unanimemente
definita come la più alta (ma anche inutile) battaglia alpina.
Il suo interessamento per questa
materia, esplicatosi con la pubblicazione di un libro e di numerosi
articoli, risale agli anni 1980, quando ricevette lincarico
di effettuare, con altri specialisti, la metodica bonifica di quegli
ordigni esplosivi, residuati di guerra, che nelle fasi del disgelo
emergevano dai ghiacciai dei gruppi Ortles-Cevedale ed Adamello-Presanella.
Nel corso di questi interventi
capitava di imbattersi nei miseri resti di soldati caduti da entrambe
le parti in conflitto, che lui raccoglieva con reverente premura,
interessandosi poi per linumazione nei due principali ossari
della zona.
In
tali circostanze, specialmente quando saggirava nella zona
del ghiacciaio dei Forni e del Dosegù, il suo pensiero andava
invariabilmente alleroe della Punta San Matteo, misteriosamente
disperso al termine dei combattimenti e verso il quale sentiva di
avere una sorta di affinità elettiva.
Così, col passar del tempo,
cominciò ad interessarsi della questione.
Analizzando accuratamente le informazioni
in suo possesso e svolgendo innumerevoli ricognizioni sul terreno
(salì per lo meno una ventina di volte questa montagna, percorrendone
tutti i versanti) si era infatti convinto di aver - grossomodo -
individuato il luogo ove poteva trovarsi la salma, inutilmente ricercata
per tanti anni, nel primo dopoguerra, dai familiari e dai commilitoni
con laiuto di guide alpine locali.
Di conseguenza egli si propose
di dedicarsi - anima e corpo - a questa missione rimasta incompiuta
cercando di coinvolgere nella sua solitaria impresa anche le competenti
autorità militari preposte dufficio alle Onoranze ai
Caduti.
Non riuscì nel suo intento:
e forse fu meglio così! Difficilmente si potrebbe trovare
- oggi - una sepoltura più degna per il Capitano Berni, che
non sia quella del gelido ed inviolato campo di battaglia, sul quale
- nel fiore degli anni - aveva trovato eroica morte.
Daltro canto gli sforzi del
Magrin per ridarci, se non il corpo, almeno lo spirito nobilissimo
ed indomito del Berni, proseguirono in altra direzione: nel rievocare
le vicende di quella mitica battaglia fra i ghiacci e ricercando
la documentazione personale che sembrava anchessa misteriosamente
scomparsa.
Laverla
fortunosamente ritrovata e riportata alla nostra attenzione è
stata opera altrettanto meritoria e certo molto più valida
dellinfruttuosa ricerca delle sue misere spoglie mortali.
Questa documentazione (per lunghi
anni conservata dalla famiglia del nipote Arnaldo Piccinini) tanto
spontanea e personale ci restituisce, come per incanto, il Capitano
Arnaldo Berni nella pienezza delle sue funzioni e dei suoi giovanili
entusiasmi, con la sincerità delle sue confessioni più
intime e con le molte preoccupazioni ed ansie, offrendoci nel contempo
indicazioni significative per la storiografia di guerra in questo
difficile settore.
Un lavoro impegnativo e prezioso
di recupero della memoria storica e biografica, effettuato da Magrin
con intensa dedizione e sincera partecipazione, forse smitizzando
quanto deffimero e retorico era stato costruito attorno a
questo protagonista dellepopea alpina, ma restituendoci lo
spirito più puro e sensibile di Arnaldo Berni, fulgido ed
imperituro eroe del San Matteo.
Luciano Viazzi