| Ombre sul ghiacciaio
Drammi e miserie in alta quota
Joe Simpson
CDA & Vivalda Editori
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| La copertina |
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...che cosé l'Everest
senza l'occhio che lo vede? E' il cuore degli uomini a renderlo
grande o piccolo. (Tenzing Norgay)
Con queste parole inizia
il libro di Joe Simpson dedicato ad un fenomeno di
questi ultimi anni: la corsa sfrenata e spesso disumana alla
conquista degli ottomila, un mito da raggiungere, quasi un
distintivo da poter portare al bavero della propria giacca,
da vantare nelle serate di gala o con gli amici.
Everest, K2, Annapurna, Makalu e tutti gli altri ottomila
sono diventati una meta da raggiungere non solo per i migliori
alpinisti del mondo, ma anche per i mediocri purché dotati
di un portafoglio ben fornito.
Questa gara sconsiderata ha portato
molti problemi: un affollamento insopportabile di tutti i
campi base, con conseguente accumulo di detriti di ogni genere,
il Colle Sud dell'Everest a oltre 8.000 é uno dei posti piú
inquinati del mondo (sic!), un numero sempre piú elevato di
spedizioni e di scalatori impegnati nelle vie di salita, con
un'apparente banalizzazione delle stesse, ma con un tributo
di vite umane insopportabile e una forma inaccettabile e disumana
di indifferenza alla sofferenza e alla morte altrui.
L'autore, sopravvissuto
a un terribile incidente nel 1985 sulle Ande, essendo rimasto
prigioniero di un crepaccio con una gamba fratturata, aveva
descritto il modo miracoloso con cui si era salvato nel libro
La morte sospesa
Ombre sul ghiacciaio é un atto
di accusa a un certo modo moderno di fare alpinismo, basato
solo sulla propria capacitá economica o sull'ambizione di
riuscire ad arrivare ad ogni costo, anche se questo vuol dire
rimanere al caldo nella propria tenda ignorando le richieste
di soccorso di un moribondo o scavalcarlo nella corsa alla
vetta, preferendo la propria performance sportiva(?) a un
gesto di umana pietá.
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| Joe Simpson |
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Un nuovo genere di rifiuto deturpa
le pendici degli ottomila: i corpi senza vita di alpinisti
morti per incidente o per malori e rimasti insepolti, per
non perdere il tempo della vetta, chi organizzerebbe una spedizione
per il recupero di un corpo senza vita? Meglio un altro tentativo
sulla cima... questa é la filosofia di molti himalaysti odierni,
che l'autore denuncia senza mezzi termini.
Riprendendo le parole di Tenzing Norgay,
primo vincitore dell'Everest, viene da pensare che con l'ottica
di oggi l'Everest sia divenuto piccolissimo, ben altro spirito
animava lui o i vari Herzog, Mallory, e tutti quelli che vedevano
nella corsa alla conquista una grande sfida, ma mai disgiunta
dalla solidarietá e dalla volontá di aiutare chi si fosse
trovato in difficoltá, ma anche questo fa parte della globalizzazione
e della realtá virtuale...anche la sofferenza e la morte.
© Filippo
Zolezzi
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