|
| |
ha
detto:
"Un
uomo getta un sasso, il sasso del suo desiderio, nella
nebbia, nell’ignoto, e subito si lancia ad inseguirlo". |
Tomo Cesen può essere considerato
il più formidabile alpinista solitario di tutti i tempi.
La sua salita sulla gigantesca parete dello Jannu prima (
1989, 2800 metri in 23 ore, con tratti di VI+ su roccia, A2,
ghiaccio estremo ) e sulla Sud del Lhotse poi ( 1991, in due
giorni ) rappresentarono il culmine di un’attività
che aveva visto Alpi Giulie, Alpi Occidentali, Dolomiti e
Himalaya percorse in stile alpino e in solitaria da un uomo
dotato di una capacità tecnica e fisica fuori del comune.
Cesen è stato uno dei primi
alpinisti a capire che le nuove frontiere ad alta quota potevano
essere abbattute soltanto con una preparazione fisica che
avesse molto in comune con quella di un arrampicatore su roccia.
Per questo si allenò fino a raggiungere l’8b
in falesia e l’8a slegato, l’VIII grado in scarponi
di plastica, centinaia di solitarie in qualsiasi condizioni.
La svolta avvenne nel 1985, sulla
cima Ovest del Kangchenjunga, a 8400 metri. Cesen e Bergant
stavano scendendo dalla cima, ma Bergant cadde esausto da
un difficile tratto di roccia. Cesen, senza cibo da 4 giorni
e impossibilitato a bere da due, riuscì a sopravvivere
al bivacco notturno, concludendo la discesa il giorno dopo.
Quel giorno trasformò Cesen in grande alpinista e convinto
assertore dello stile alpino veloce, leggero, solitario.
La scalata della Sud del Lhotse,
che aveva respinto Messner, Kammerlander, Profit, e su cui
aveva trovato la morte Kukuzka, fu preparata minuziosamente
da Cesen con mesi di preparazione fisica e una strategia insolita:
scalare la prima parte della parete, pericolosissima, di notte,
in modo da evitare le cadute di pietre.
La conquista fece scalpore, ma un anno dopo divamparono le
polemiche: una spedizione russa non trovò tracce della
salita, e Cesen era anche sceso per la via di salita invece
che per la normale. Aveva descritto correttamente la cima,
ma non aveva scattato fotografie della vetta. Come per molti
altri solitari, il dubbio travolse infine lo sloveno, che
si ritirò dall’alpinismo estremo. Perfino le
precedenti salite di Cesen furono rimesse in discussione,
e nelle riviste specializzate si formarono due partiti contrapposti.
Il racconto delle salite di Cesen
lo trovate nella bibliografia, mentre un’analisi tecnica
delle ascensioni sarà oggetto di un capitolo del libro
di M. Twight “confessioni di un serial climber”,
che verrà pubblicato in Italia prossimamente. Infine,
esiste un libro autobiografico, “Solo”, in cui
Cesen ripercorre la sua carriera.
Ovviamente non sono io che posso
dare un’opinione sulla controversia, soltanto gli alpinisti
che hanno ripercorso le sue vie hanno elementi di giudizio
critici e fondati. Certo Cesen ha aperto una strada, peraltro
molto pericolosa (Twight afferma che lo straordinario Sveticic
attaccò in solitaria l’inviolato sperone centrale
della parete Ovest del Gasherbrum IV, trovando la morte nel
quinto giorno, per andare al di là delle imprese di
Cesen), ideale proseguimento delle gesta dei grandi solitari
delle generazioni precedenti. La solitaria nella concezione
di Cesen è la massima espressione dell’alpinismo
ad alta quota, e non vi è solitaria importante uscita
indenne da dibattiti, discussioni, dubbi.
© fabio
palma
|