alpinia - cose di montagna

vite in verticale

Roland Mittersteiner

 

Bibliografia

> Uomini&pareti"
ed. Versante Sud, 2002

 

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  Roland Mittersteiner

 

ha detto:

"Il futuro dell’alpinismo su roccia? Salire a vista, con protezioni naturali e lontane, in totale accettazione del rischio, elevando contemporaneamente la difficoltà, in ambiente selvaggio e isolato. Non c’è avventura senza rischio”.

Tracciare un ritratto di Mittersteiner aiuta a fare chiarezza sulla dimensione di una salita su roccia in parete.
Ancora e spesso si leggono critiche, commenti ed opinioni sul valore di salite in cui sembra che l’unico metro di giudizio sia l’uso o il non uso dello spit. Giornalisti assai disinformati e alpinisti involontariamente millantatori attaccano ferocemente un Beat Kammerlander o un Rolando Larcher perché osano aprire in montagna con l’utilizzo del trapano e dello spit, dimenticandosi di precisare che questi apritori usano lo spit soltanto su un certo tipo di pareti, mentre nel loro curriculum hanno fior di vie aperte fino al 7b usando solo friends e nuts, neppure chiodi, per giunta con lo stile “a vista”.
In realtà si contano sulle dita di una mano chi, diciamo dal 1975 ad oggi ( ovvero, dalle prime teorizzazioni europee del free climbing in poi), può dire ad alta voce di non aver mai ceduto all’utilizzo dello spit PUR contemporaneamente firmando precisi passi avanti nelle salite delle grandi pareti di roccia.
Mittersteiner è sicuramente uno di questi, e dei più luminosi; a livello mondiale, peraltro, anche se il suo campo d’azione si limitò alle dolomiti.
Dopo l’era Mariacher e quella di Manolo, sulle Dolomiti (in cui, a livello Alpino, la salita su roccia aveva raggiunto i vertici maggiori), c’era stata la storia di Giordani, che aveva usato, anche se moderatamente, lo spit, e quella dei cecoslovacchi, che avevano con Sustr e Koller aperto la via del Pesce cedendo al solo compromesso dell’utilizzo del cliff: ovvero, niente spit, e arrampicata libera spinta al proprio limite, segnato dal resting su una protezione naturale.

Mittersteiner si confronta su tutte le loro vie, sempre arrivando al minimo al pareggio. Riesce anche a liberare tutte le vie di Giordani, e le salite in libera di Andromeda e Specchio di Sara sono dei passi avanti storici nella storia del free climbing; lo dicono i numeri, per chi non se la sente di andarne a ripetere le gesta: 7c su protezioni lontanissime, ovviamente non a spit.

Poi, le aperture: Mittersteiner arriva al 7c in apertura, sempre senza spit; con questo dimostrando un controllo mentale incredibile, anche considerato che il suo limite a vista in falesia non era poi che raramente superiore proprio al massimo grado realizzato in apertura. In quegli anni soltanto Knez sulle Tre Cime e Peter Croft su granito riuscirono in qualcosa di simile.
L’incidente (la caduta a seguito della fuoriuscita di un chiodo inserito in un buco svaso ) arriva contemporaneamente all’intensificarsi del suo impegno negli studi universitari, un impegno forse incompatibile con quello di un’attività alpinistica così realmente estrema e all’avanguardia.

Dal 1992 ad oggi non mi vengono in mente che i nomi di C. Hainz, Pat Littlejohn e Leo Houlding come prosecutori della sua etica severissima: arrampicata libera al vertice mondiale (ovvero, aperture con minimo il 7b obbligatorio), a vista, senza l’uso dello spit, con ritirata o caduta come unica via di fuga. Nessun compromesso, neppure quelli rarissimi accettati da Huber, Manolo, Bole in altre grandissime aperture.

Arrampicata libera e rischio a perenne stretto contatto, margini di errore minimi o nulli, livello di arrampicata a vista il più possibile indipendente dalla qualità della protezione. Per chi sostiene che i grandi problemi alpinistici sono finiti, la figura di Mittersteiner è una clamorosa smentita: di pareti vergini da salire in quello stile ce n’è ancora davvero molte.

© fabio palma