alpinia - cose di montagna

vite in verticale

Chantal Mauduit

 

Bibliografia

> Abito in Paradiso”, Chantal Mauduit, Ed. Versante Sud 2003 collana rampicanti

 

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  Chantal Mauduit

 

chantal mauduit

ha detto:

"Nessuna vita è indipendente, anche se lo spirito cavalca le parole, il bello, lo spazio, non cammina, non vola che per rientrare dentro sé stesso nel tutto, l’uno, alleggerito del suo ego terreno.
Eremita in corpi intrisi di quotidianità, si diverte a rigirare bastioni himalaiani in universi già sondati, sfiorare l’evanescente, planare sull’orizzonte, evaporare il tempo in parole colte dalle piume di un uccello di passaggio.


L’essenza della vita non è forse toccare il sublime?”.

Chantal Mauduit era un facile obiettivo, per un fotografo o uno sponsor.
Giovane, molto carina, colta, alpinista.
Difficile dare un’immagine più dolce all’alpinismo Himalayano, dove, per citare Hans Peter Eisendle, “io ho sempre visto tutti soffrire come cani”.


La poesia l’accompagnava sempre, sia nei discorsi che nelle letture, lo zaino sempre pieno di libri non certo da passatempo.
Decise di praticare un alpinismo himalayano non particolarmente tecnico (le sue ascensioni non hanno mai seguito linee che presentassero difficoltà particolari) ma assolutamente etico: rifiuto assoluto dell’uso dell’ossigeno, salite in solitaria.
Non era difficile, grazie al suo fascino, trovare solidarietà ed assistenza nei campi base, ma i vantaggi della sua splendida femminilità si esaurivano lì, sul piano.

Nelle salite non cercò mai scorciatoie, dando un contributo importante alla crescita della considerazione dell’alpinismo femminile.
Bello, profondo, particolare è il suo libro, che esce in Italia nel Novembre 2003, accompagnato da un’interessantissima prefazione di Nives Meroi; un lavoro fondamentale per tutti i cultori dell’alpinismo, ma anche un libro molto intimo e piacevole, adatto a una lettura non specializzata.
La truce gabbia del principio della conquista della vetta, la centenaria lotta dell’alpe, tanto stantia quanto ancora nostalgicamente presente in chi vede l’alpinismo secondo un occhio solo apparentemente romantico, in questo libro lascia il posto all’esplorazione delle persone, degli istanti, della socializzazione.

Anche con se stessa, poiché Chantal era una solitaria.


Naturalmente non basta essere romantici o curiosi per essere alpinisti di punta e Chantal invece lo era, come si desume dal suo curriculum di salite non certo da alpinista normale: sei ottomila senza ossigeno, per esempio, di cui tre in solitaria; cascate di ghiaccio in Canada, salite in Yosemite e sul Bianco.
Ma forse la sua unicità era nella ricerca introspettiva, sospinta dal suo continuo leggere di poesie e classici di prosa.
La riflessione che riporto, colta fra le moltissime del suo libro, rimanda a tutte quelle domande su cui talvolta ci imbattiamo, e di cui probabilmente i grandi spazi himalayani non possono che amplificarne l’eco.

In questo senso davvero Chantal Mauduit merita un posto di primo piano nell’alpinismo di fine secolo, una figura di sintesi fra l’evoluzione della prestazione e la ricerca alle proprie risposte.

 

© fabio palma