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ha
detto:
"Nessuna
vita è indipendente, anche se lo spirito
cavalca le parole, il bello, lo spazio, non cammina,
non vola che per rientrare dentro sé stesso
nel tutto, l’uno, alleggerito del suo ego
terreno.
Eremita in corpi intrisi di quotidianità,
si diverte a rigirare bastioni himalaiani in universi
già sondati, sfiorare l’evanescente,
planare sull’orizzonte, evaporare il tempo
in parole colte dalle piume di un uccello di passaggio.
L’essenza della vita non è forse
toccare il sublime?”.
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Chantal Mauduit era un facile obiettivo,
per un fotografo o uno sponsor.
Giovane, molto carina, colta, alpinista.
Difficile dare un’immagine più dolce all’alpinismo
Himalayano, dove, per citare Hans Peter Eisendle, “io
ho sempre visto tutti soffrire come cani”.
La poesia l’accompagnava sempre, sia nei discorsi che
nelle letture, lo zaino sempre pieno di libri non certo da
passatempo.
Decise di praticare un alpinismo himalayano non particolarmente
tecnico (le sue ascensioni non hanno mai seguito linee che
presentassero difficoltà particolari) ma assolutamente
etico: rifiuto assoluto dell’uso dell’ossigeno,
salite in solitaria.
Non era difficile, grazie al suo fascino, trovare solidarietà
ed assistenza nei campi base, ma i vantaggi della sua splendida
femminilità si esaurivano lì, sul piano.
Nelle salite non cercò mai
scorciatoie, dando un contributo importante alla crescita
della considerazione dell’alpinismo femminile.
Bello, profondo, particolare è il suo libro, che esce
in Italia nel Novembre 2003, accompagnato da un’interessantissima
prefazione di Nives Meroi; un lavoro fondamentale per tutti
i cultori dell’alpinismo, ma anche un libro molto intimo
e piacevole, adatto a una lettura non specializzata.
La truce gabbia del principio della conquista della vetta,
la centenaria lotta dell’alpe, tanto stantia quanto
ancora nostalgicamente presente in chi vede l’alpinismo
secondo un occhio solo apparentemente romantico, in questo
libro lascia il posto all’esplorazione delle persone,
degli istanti, della socializzazione.
Anche con se stessa, poiché
Chantal era una solitaria.
Naturalmente non basta essere romantici o curiosi per essere
alpinisti di punta e Chantal invece lo era, come si desume
dal suo curriculum di salite non certo da alpinista normale:
sei ottomila senza ossigeno, per esempio, di cui tre in solitaria;
cascate di ghiaccio in Canada, salite in Yosemite e sul Bianco.
Ma forse la sua unicità era nella ricerca introspettiva,
sospinta dal suo continuo leggere di poesie e classici di
prosa.
La riflessione che riporto, colta fra le moltissime del suo
libro, rimanda a tutte quelle domande su cui talvolta ci imbattiamo,
e di cui probabilmente i grandi spazi himalayani non possono
che amplificarne l’eco.
In questo senso davvero Chantal Mauduit
merita un posto di primo piano nell’alpinismo di fine
secolo, una figura di sintesi fra l’evoluzione della
prestazione e la ricerca alle proprie risposte.
© fabio
palma
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