alpinia - cose di montagna

vite in verticale

Alex Huber

 

Bibliografia

> “Uomini & Pareti ”,
Palma, Svab
Ed. Versante Sud 2002


 

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  Alex Huber

 

ha detto:

"La natura offre il terreno, le regole,
non esistono morfologia, vantaggi o svantaggi.
L’arrampicata è uno sport naturale, è nato in natura
e il suo ambiente è quello. Come la Maratona non è nata
in pista, e tutti sanno lo stesso chi sono i migliori,
così anche nell’arrampicata si accettano le condizioni
del momento”.

Una galleria di ritratti di grandi di sempre non può prescindere dall’inserimento di Alex Huber, il fuoriclasse tedesco che ha voluto cimentarsi, dalla fine degli anni ’80 in poi, su tutte le sfaccettature del diamante verticale.
Un personaggio molto mediatizzato, non sempre tenero nei giudizi sugli altri e talvolta in contraddizione con se stesso. Ma un fuoriclasse che ha comunque voluto dare un senso a tutte le sue performances.
Pensiamo alla solitaria senza corda sulla Hasse-Brandle; non possiamo dire se sia stata la più grande solitaria di tutti i tempi, almeno su calcare, ma certo la scelta non è stata casuale. Una via di roccia insicura, prima di tutto, dove salire presuppone un controllo ben superiore a quello che richiederebbe una pari difficoltà in ambienti altrettanto esposti ma su roccia eccellente ( pensiamo al Verdon ).
Una via che all’epoca suscitò scalpore anche per l’uso eccessivo dei chiodi a pressioni, e scalandola senza corda Huber ha dato un chiaro segnale di passaggio di consegne, di evoluzione, di scambio generazionale.

Una via, infine, scelta su un gruppo montuoso su cui la storia dell’alpinismo ha scritto pagine fondamentali, e dove quindi un’impresa di free solo avrebbe sicuramente colpito più generazioni.
Ai vertici in più discipline, dall’arrampicata sportiva alle salite su ghiaccio in Scozia, dalle libere estreme in Yosemite al free solo in falesia e in parete, Huber ha sempre posto l’accento anche sul carattere sportivo dell’alpinismo e dell’arrampicata, sottolineando come, per esempio, la definizione “morfologica” sia puramente una giustificazione in arrampicata, o come la diatriba chiodo-spit sia un falso problema dell’alpinismo.
Contrariamente a quanto da più parti affermato, non è poi vero che Huber ha sempre scelto obiettivi di assodato successo: il Cerro Torre per la via Egger-Maestri e l’Ogre poi conquistato dal fratello sono alcune delle sue più clamorose ritirate, così come la via di arrampicata sportiva OM, il secondo 9a di sempre, lo vide tentare per quasi sei mesi prima dell’agognata libera.
Conscio dei suoi limiti nell’alpinismo misto d’alta quota, e dell’avanzare dei nuovi fenomeni in arrampicata ( ma i suoi due 9a sono ancora irripetuti…), Huber riesce comunque ad essere sempre nelle prime notizie dell’anno in virtù di una scelta degli obiettivi molto oculata e mirata. Scelta accusata da chi lo vede soltanto come attento agli sponsor e all’immagine, ma questa è soltanto il retro-copertina di un libro che nessuno, negli ultimi 15 anni, ha saputo eguagliare in poliedricità e contenuti.

© fabio palma