alpinia - cose di montagna

vite in verticale

Patrick Berhault

Bibliografia

>Legato ma libero, ed. CDA-Vivalda 2002

> “Uomini&Pareti, ed Versante Sud 2002

 

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  Patrick BERHAULT

 

patrick berhault

Mi ha detto:

“La volontà dell’alpinista di allontanarsi corrisponde a un bisogno, quello di preservare i suoi segni in seno a una natura selvaggia, suscettibile di ricordargli la sua vera dimensione di uomo”.

 

Giovedi' 29 Aprile 2004

Io lo so che dovrei aspettare qualche giorno, e che fra un mese le parole sarebbero ancora più diverse.
Ma quello che tutta la gente che l’ha conosciuto ha dentro ce l’ho anch’io, voglio scriverlo di getto, e voglio scrivere una cosa: in qualsiasi corso d’arrampicata, in qualsiasi corso d’alpinismo, prima di ogni manovra, prima di tirar fuori un freddo gri-gri od un otto consunto, prima che il ragazzino di turno strizzi le prese di plastica come nessun quarantenne può permettersi, proiettate un film di Berhault, magari Metamorfosi, e leggete le parole che mi disse sull’alpinismo.
Perché lui era una grande persona, il vero Maestro della scalata, colui che con uno sguardo dolcissimo incastonato in un fisico d’acciaio sapeva trasmetterti lo Spirito del salire.
Non me ne è mai fregato niente di sapere se un grande di una disciplina fosse anche una persona umanamente grande o perfida; a chi importa sapere se Beethoven fosse o meno un figlio di “buona donna”?
L’unico, l’unica persona per cui, con gli amici, mi sbilanciavo a dire: un grande uomo oltre che un grande scalatore era lui, Patrick. Perché in quelle ore in cui mi raccontava la sua vita, emanava da lui una serenità che si trova soltanto in quelle persone che dedicano la propria vita ad una passione non inquinata da nulla. Nel suo caso, non inquinata né dagli sponsor né dalla competizione, né dalla rivalità né dall’ossessione.
“Io salivo le vie dure per liberarle, non per darle un grado”.
Lo inseguii in Francia, in Svizzera, Italia; voleva sempre aggiungere qualcosa, perché “ è la prima volta che racconto la mia vita, voglio che possa rileggerla come è stata”, ma io alla fine gli dissi che non bastava, che doveva assolutamente scrivere un’autobiografia, perché la sua vita era troppo speciale per condensarla in qualche articolo o intervista.
Un ragazzo che si innamora dell’apnea perché era il modo più naturale per conoscere il mare, che scopre l’arrampicata e comincia a scalare senza pause, ogni giorno possibile. Senza un soldo per mesi, senza preoccuparsi del giorno dopo.
Legge Messner, vede Barber, Livesey e Fawcett e ne viene folgorato. Con un altro Patrick, Edlinger, comincia a salire in libera,
“ la liberazione dello Spirito segnò la liberazione del gesto: e nacque il free climbing”.
E ne diventa pioniere, adorando i tetti e i grandi strapiombi e stupendo tutti quelli che lo vedevano. I due Patrick erano semplicemente di una generazione avanti, si allenavano ogni giorno, scalavano per ore consecutive.
Ma mentre Edlinger si consacra alla falesia Berhault non riesce a scegliere fra falesia e grande montagna. Nel 1980 è salvato da Kukuzka sul Nanga Parbat, e sarà l’unica volta della sua vita in cui commetterà un’impudenza. Poi, sempre, anche nei suoi concatenamenti impossibili del Bianco, sarà sempre prudente e banalmente troppo forte per essere compreso. Parte per ogni salita leggero il giusto, meno selvaggio di Escoffier e Boivin ma ugualmente forte.
Non tutti comprendono che quello che lui fa in un giorno o in quattro altri, anche contemporanei, possono farlo solo nel triplo del tempo, magari con 50kg di zaino. Io qui non dico quello che mi disse su grandi alpinisti conosciuti per imprese di resistenza sovrumana perché sarebbero parole sicuramente mal-interpretate mentre lui le disse con dolcezza, senza alcuna malizia: lui partiva per una salita solo se era leggero perché altrimenti voleva dire che non era all’altezza di quella salita o di quel concatenamento. Non aveva senso, nel suo concetto di libertà, partire con sacchi enormi, avrebbe subito sentito un senso di prigionia. In quello che faceva era sempre velocissimo e leggero, dissacrando il concetto di “lotta con l’Alpe” semplicemente perché per lui l’Alpe non era una lotta, ma un amore.
patrick berhault

In falesia è sempre fra i più forti, fino a quando arriva, nel 1987, il Toit D’Auguste; non gli dà il grado, non riesce a darglielo, è la cosa più difficile che abbia mai salito e da quel momento non salirà mai movimenti così duri perché comincia a sentirsi prigioniero delle diete, degli allenamenti, dei regimi imposti dalla corsa alla difficoltà. E lui è il più libero degli scalatori. Non farà mai alcuna gara e questo in Francia, dalle prime gare in poi, sarà sempre un grosso punto di domanda: come si fa a dire: io sono il più forte, quando Berhault non c’è?

Lo cercano tutti, sponsor e registi, lui non va mai a bussare alla porta di nessuno: “avrei fatto qualcos’altro, se nessuno mi avesse dato dei soldi per scalare”.
Ad un certo punto va in un paesino sperduto e diventa fattore, sì, agricoltore; era un suo sogno da bambino, e lo realizza. La sera la gente del paese si racconta che quel nuovo residente va a correre e ad arrampicare su dei massi e il Sindaco gli chiede di aprire una scuola per bambini.
Lo fa, e diventa maestro di arrampicata e, credo di poter dire anche se non c’ero, di vita.
Dopo qualche anno torna più vicino alle montagne, ogni tanto inventa nuovi concatenamenti sul Bianco, ogni tanto scala in falesia qualche monotiro di suggestiva coreografia. Guardatevi le sue foto, sono tutte foto di archi, spigoli, tetti, di magnifica sceneggiatura.
Nel 2001 percorre le Alpi a piedi, ogni giorni scalandone una via, a volte molto difficile. Un fisico pazzesco, non conosce la fatica.
Ieri la notizia è arrivata prima dai normali frequentatori di Internet che dai reporter ufficiali. Tutti sgomenti, tutti emozionati. Io mi copio e incollo le parole di chi l’ha visto scalare agli inizi, quando il tetto orizzontale era sinonimo di staffe prima che arrivasse lui, con i suoi volteggi. Volteggi che aveva portato in un teatro, in una danza, oltre che in numerosissimi film.
Un ragazzo di Belluno che non conosco ieri ha scritto una frase, su un forum di Internet, così bella che non posso fare a meno di riportare:
Berhault è scomparso, non è morto.

Per chiunque senta la scalata nel sangue, questo è uno dei giorni più tristi della sua vita.

© fabio palma