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Mi
ha detto:
“La
volontà dell’alpinista di allontanarsi
corrisponde a un bisogno, quello di preservare
i suoi segni in seno a una natura selvaggia, suscettibile
di ricordargli la sua vera dimensione di uomo”.
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Giovedi' 29 Aprile 2004
Io lo so che dovrei aspettare qualche
giorno, e che fra un mese le parole sarebbero ancora più
diverse.
Ma quello che tutta la gente che l’ha conosciuto ha
dentro ce l’ho anch’io, voglio scriverlo di getto,
e voglio scrivere una cosa: in qualsiasi corso d’arrampicata,
in qualsiasi corso d’alpinismo, prima di ogni manovra,
prima di tirar fuori un freddo gri-gri od un otto consunto,
prima che il ragazzino di turno strizzi le prese di plastica
come nessun quarantenne può permettersi, proiettate
un film di Berhault, magari Metamorfosi, e leggete le parole
che mi disse sull’alpinismo.
Perché lui era una grande persona, il vero Maestro
della scalata, colui che con uno sguardo dolcissimo incastonato
in un fisico d’acciaio sapeva trasmetterti lo Spirito
del salire.
Non me ne è mai fregato niente di sapere se un grande
di una disciplina fosse anche una persona umanamente grande
o perfida; a chi importa sapere se Beethoven fosse o meno
un figlio di “buona donna”?
L’unico, l’unica persona per cui, con gli amici,
mi sbilanciavo a dire: un grande uomo oltre che un grande
scalatore era lui, Patrick. Perché in quelle ore in
cui mi raccontava la sua vita, emanava da lui una serenità
che si trova soltanto in quelle persone che dedicano la propria
vita ad una passione non inquinata da nulla. Nel suo caso,
non inquinata né dagli sponsor né dalla competizione,
né dalla rivalità né dall’ossessione.
“Io salivo le vie dure per liberarle, non per darle
un grado”.
Lo inseguii in Francia, in Svizzera, Italia; voleva sempre
aggiungere qualcosa, perché “ è la prima
volta che racconto la mia vita, voglio che possa rileggerla
come è stata”, ma io alla fine gli dissi che
non bastava, che doveva assolutamente scrivere un’autobiografia,
perché la sua vita era troppo speciale per condensarla
in qualche articolo o intervista.
Un ragazzo che si innamora dell’apnea perché
era il modo più naturale per conoscere il mare, che
scopre l’arrampicata e comincia a scalare senza pause,
ogni giorno possibile. Senza un soldo per mesi, senza preoccuparsi
del giorno dopo.
Legge Messner, vede Barber, Livesey e Fawcett e ne viene folgorato.
Con un altro Patrick, Edlinger, comincia a salire in libera,
“ la liberazione dello Spirito segnò la liberazione
del gesto: e nacque il free climbing”.
E ne diventa pioniere, adorando i tetti e i grandi strapiombi
e stupendo tutti quelli che lo vedevano. I due Patrick erano
semplicemente di una generazione avanti, si allenavano ogni
giorno, scalavano per ore consecutive.
Ma mentre Edlinger si consacra alla falesia Berhault non riesce
a scegliere fra falesia e grande montagna. Nel 1980 è
salvato da Kukuzka sul Nanga Parbat, e sarà l’unica
volta della sua vita in cui commetterà un’impudenza.
Poi, sempre, anche nei suoi concatenamenti impossibili del
Bianco, sarà sempre prudente e banalmente troppo forte
per essere compreso. Parte per ogni salita leggero il giusto,
meno selvaggio di Escoffier e Boivin ma ugualmente forte.
Non tutti comprendono che quello che lui fa in un giorno o
in quattro altri, anche contemporanei, possono farlo solo
nel triplo del tempo, magari con 50kg di zaino. Io qui non
dico quello che mi disse su grandi alpinisti conosciuti per
imprese di resistenza sovrumana perché sarebbero parole
sicuramente mal-interpretate mentre lui le disse con dolcezza,
senza alcuna malizia: lui partiva per una salita solo se era
leggero perché altrimenti voleva dire che non era all’altezza
di quella salita o di quel concatenamento. Non aveva senso,
nel suo concetto di libertà, partire con sacchi enormi,
avrebbe subito sentito un senso di prigionia. In quello che
faceva era sempre velocissimo e leggero, dissacrando il concetto
di “lotta con l’Alpe” semplicemente
perché per lui l’Alpe non era una lotta, ma un
amore.
In falesia è sempre fra i più
forti, fino a quando arriva, nel 1987, il Toit D’Auguste;
non gli dà il grado, non riesce a darglielo, è
la cosa più difficile che abbia mai salito e da quel
momento non salirà mai movimenti così duri perché
comincia a sentirsi prigioniero delle diete, degli allenamenti,
dei regimi imposti dalla corsa alla difficoltà. E lui
è il più libero degli scalatori. Non farà
mai alcuna gara e questo in Francia, dalle prime gare in poi,
sarà sempre un grosso punto di domanda: come si fa
a dire: io sono il più forte, quando Berhault non c’è?
Lo cercano tutti, sponsor e registi,
lui non va mai a bussare alla porta di nessuno: “avrei
fatto qualcos’altro, se nessuno mi avesse dato dei soldi
per scalare”.
Ad un certo punto va in un paesino sperduto e diventa fattore,
sì, agricoltore; era un suo sogno da bambino, e lo
realizza. La sera la gente del paese si racconta che quel
nuovo residente va a correre e ad arrampicare su dei massi
e il Sindaco gli chiede di aprire una scuola per bambini.
Lo fa, e diventa maestro di arrampicata e, credo di poter
dire anche se non c’ero, di vita.
Dopo qualche anno torna più vicino alle montagne, ogni
tanto inventa nuovi concatenamenti sul Bianco, ogni tanto
scala in falesia qualche monotiro di suggestiva coreografia.
Guardatevi le sue foto, sono tutte foto di archi, spigoli,
tetti, di magnifica sceneggiatura.
Nel 2001 percorre le Alpi a piedi, ogni giorni scalandone
una via, a volte molto difficile. Un fisico pazzesco, non
conosce la fatica.
Ieri la notizia è arrivata prima dai normali frequentatori
di Internet che dai reporter ufficiali. Tutti sgomenti, tutti
emozionati. Io mi copio e incollo le parole di chi l’ha
visto scalare agli inizi, quando il tetto orizzontale era
sinonimo di staffe prima che arrivasse lui, con i suoi volteggi.
Volteggi che aveva portato in un teatro, in una danza, oltre
che in numerosissimi film.
Un ragazzo di Belluno che non conosco ieri ha scritto una
frase, su un forum di Internet, così bella che non
posso fare a meno di riportare:
Berhault è scomparso, non è morto.
Per chiunque senta la scalata nel sangue, questo è
uno dei giorni più tristi della sua vita.
© fabio
palma
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