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  sport  

pubblicato il 21 luglio 2009

Cristina Castagna, una piccola grande donna.


Perché Cristina è morta? Perché le montagne che lei amava tanto l’hanno perduta… ?

E’ la domanda che in questi giorni di dolore, gli amici e tutti quelli che guardano alla montagna, si pongono e mi pongono, quasi che io potessi con una formula tolta da chissà quale esperienza o da quale libro, lenire un poco almeno questo doloroso stupore che tutti ci prende. La conoscevo appena: qualche incontro in montagna, una sera assieme nella casa dei suoi ai Busellati, qualche scambio di battute. Fuori dal suo stretto giro di amici, non credo fosse molto loquace, ma il successo di 6 grandi scalate himalajane la rendeva sicura di sé, le dava entusiasmo e voglia di vivere. Non aveva timori reverenziali Cristina, voleva misurarsi e sapeva di avere nella mente e nel cuore una energia e una volontà quasi sovrumane.
Il mondo degli Ottomila, li dove la sfida alla natura selvaggia ed il rischio sono la costante, era diventato il suo mondo. Voleva e poteva vincere in quel gioco, almeno finché la sorte, o un piccolo inconveniente non si mettono di mezzo e ti tradiscono. Ho visto e conosciuto alpinisti che rischiavano oltre ogni ragionevolezza, tornare vincitori e incolumi e ne ho visti altri prudenti e scrupolosi come il mio compagno di cordata Ernesto Menardi, morire banalmente per un nulla. Allora per risolvere ogni cosa si usa dire: “destino!” Io sono persuaso che in buona parte siamo noi stessi artefici del nostro destino: costruiamo la storia delle nostre vite sulle nostre inclinazioni, sulla volontà e su ciò che ci piace e ci tocca.
A Cristina è toccato l’incontro con la montagna che –si badi- è un universo di sensazioni, di azioni, di possibili diverse interpretazioni e tra esse cose quasi inconciliabili come spirito e sport. Conquistatori dell’inutile, artisti, sognatori, ogni alpinista ha la sua chiave per aprire le porte delle altezze. Rispettiamo dunque le scelte soggettive, la libertà, il valore della azioni che sono frutto della volontà e dell’impegno e che per questo diventano un esempio di vita coraggiosamente, energicamente vissuta nel rispetto delle cose (natura) e degli uomini.
Qualcosa dobbiamo sempre apprendere anche se abbiamo consumato molte paia di scarponi sulle rocce e nella neve dei monti. La vita di questa giovane donna spentasi tra i ghiacci del Broad Peack ci dice con certezza di prova che anche queste giovani generazioni, apparentemente distratte dalle lusinghe tecnologiche dalla comodità e dal denaro, sanno trovare ideali che conoscono la bellezza e l’impegno personale. La vita di Cristina ricalca le tracce di Maria Luisa Orsini caduta dalla guglia Angelina in Grigna per la medesima passione, o quella di Chantal Mauduit che dopo aver salito come Cristina ben 6 Ottomila, è morta nella tenda accanto alla mia al campo 2 del Dhaulagiri quando la dannata valanga scelse con precisione quel percorso, soffocando lei e lo sherpa Ang Shering nella polvere bianca e risparmiando noi per pura fortuna nostra. E’ un gioco rude quello dell’alpinismo estremo, che dà molte soddisfazioni intime e quasi nessun riconoscimento dalla nostra società distratta e viziata dalle mega banalità del circo mediatico. Le persone vere, quelle che sentono forte e vivono alla altezza di quel che sentono, non si riconoscono e semmai si ignorano, perché il loro esempio è quasi una provocazione per chi vive cullandosi nella sua oziosa banalità. Gli ideali, le passioni come quella di Cristina però, sono la spina dorsale dell’esistenza…per questo oggi lei ci manca davvero tanto…

Bepi Magrin


 

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