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L’INCONTRO:
CUOR DI NORVEGIA E LA MUSICA DEGLI SCI


  Davide Sapienza 

Via dell'incontro (© Davide Sapienza)
Inverno. Per molti norvegesi questa parola non significa solamente qualche mese di oscurità e crepuscolo ma anche opportunità – di relazionarsi in maniera più intima con la propria natura schiva, riservata e silenziosa, di riscoprire il proprio ambiente, di trasmettere un’idea amichevole, non ostile, dell’ambiente naturale. A Oslo sono duemila i chilometri dedicati allo sci da fondo e la sera, dopo il lavoro, sono in tanti a praticare questo tipo di “jogging sulla neve” sulle piste illuminate. Nel centro, tra le catene montuose e i fiordi, a nord dove la tundra si estende libera, in attesa del ritorno del sole alla fine di gennaio, non è difficile incontrare i norvegesi amanti degli sport puliti, senza motori. E gli sci sono il mezzo più meraviglioso per entrare in sintonia con le distese della meditazione e di spettacolari paesaggi che ricollegano mente e spirito.
Eirik Bræin Gikling, produttore di importanti eventi culturali a Oslo, nel Finnmark e a Tromsø (Barentsjazz, il festival dedicato a tutti i musicisti dell’area artica del Nord Europa, è un grande successo invernale), ex campione nazionale giovanile di sci, ha trovato terreno fertile quando ha proposto al suo governo di finanziare il progetto Farout. Farout, lontano/fuori parte da un’idea semplice che ci ha coinvolto. Eirik è un amico che mi ha invitato a testimoniare come è possibile raggiungere il cuore dell’inverno boreale con le proprie gambe e senza essere fenomeni no limit.
Alba sul Torbuvatnet (© Davide Sapienza)

La Norvegia non è solo uno degli stati modello del nord Europa ma soprattutto una terrazza naturale incastonata tra il Mare del Nord, tundra e montagne selvagge, fiumi e laghi: grazie a ciò il paese offre agli amanti della natura incontaminata e lontana opportunità illimitate, praticamente dietro la porta di casa nostra, in poche ore di volo. Grazie a una storia forgiata dalla wilderness, l’identità della giovane nazione, resasi indipendente dal regno di Svezia dal 1905 senza guerre, balza subito all’occhio come pacifica e non molto irruvidita da forti contrasti sociali. Anche le questioni con i Saami, che nelle terre di Scandinavia abitavano da molto prima, pur non prive di episodi difficili e tristi, sono state risolte con il dialogo più che con gli eserciti.
È chiaro dunque perché, da oltre un secolo, gli eroi nazionali sono spesso figure legate all’esplorazione geografica, campioni di sport invernali, artisti. Quando Fridtjof Nansen, nell’agosto 1896, fece ritorno a Oslo dopo tre anni nell’Artico, oltre centomila persone la attesero al porto: Nansen nel 1922 vinse il Premio Nobel per la pace, stabilendo un importante precedente circa la percezione che il mondo esterno poteva avere della Norvegia.
Ecco perché un’iniziativa come Farout esprime tutte le tensioni più antropologiche e naturali della “Norvegia dei norvegesi”, come la chiama Eirik, un paese un po’ diverso da quello percepito sui cataloghi delle agenzie di viaggio: “la nostra terra è una grande riserva naturale e a noi piace viverla prendendoci tutto il tempo che serve; gran parte delle persone vedono poche cose, in pochi giorni, molti chilometri su un bus turistico, sino a Capo Nord o sul mare costiero con il traghetto postale Hurtigruten. Non c’è niente di male”, sostiene Eirik, “ma quando sai di essere seduto su uno scrigno di bellezza e lo ami, hai voglia di comunicarlo in un modo differente”. Così fu per i grandi esploratori di allora e così per ogni piccolo esploratore chiuso nel cuore di tanti discendenti dei vichinghi.
Hytta e alba (© Davide Sapienza)

Come immagina il futuro Eirik? La risposta è stata un viaggio nel cuor di Norvegia a fine inverno, per osservare i primi segni di rinascita del ciclo stagionale. Bræin Gikling ha scelto una traversata con gli sci nordici un luogo simbolico, tra Oslo e Trondheim nella Norvegia centrale, il parco nazionale Dovrefjell-Sunndalsfjella: “il viaggio in inverno è un’esperienza da provare. Se non si conosce la nostra terra, scoprirla adesso è amore a prima vista”.
Il fascino della Norvegia è irresistibile, anche quando il buio è una presenza scomoda; aspettare la luce al mattino che si presenta con lentezza e osservarla ostinatamente alta sull’orizzonte seguita dalle aurore boreali, è uno spettacolo difficilmente descrivibile. Il Dovrefjell-Sunndalsfjella Nasjonalpark, si stende tra le regioni dell’Oppdal e del Møre og Romsdal. Era il 1814 quando i membri del primo parlamento norvegese giurarono fedeltà alla corona a Eidswoll affermando: “rimarremo uniti e fedeli sino al giorno in cui le montagne del Dovre resteranno in piedi”.
Fu così che le vallate e le oltre cinquanta cime di questa wilderness divennero le montagne nazionali di una patria che in quel secolo avrebbe prodotto grandi personaggi: il visionario esploratore e poi ambasciatore della Norvegia nel mondo, Fridtjof Nansen; il tormentato pittore Edward Munch; il malinconico compositore Edvard Grieg; l’incompreso e modernissimo drammaturgo Henrik Ibsen. Nel suo leggendario Peer Gynt del 1867, il protagonista verrà redarguito proprio dal Vecchio di Dovre.
Reinheim (© Davide Sapienza)

“Ma il parco è molto amato da chi predilige la solitudine, oltre che dagli studiosi della diversità botanica di zone come le colline di Knutshøene”, nota Eirik. Pur rimanendo mille chilometri sotto il circolo polare artico, per uno strano gioco della natura, vi si trovano piante dell’era glaciale. La morfologia selvatica, a tratti severa, d’improvviso può ingentilirsi attorno alle numerose vette e agli infiniti laghi; nell’attraversarlo in estate si nota ancora di più come la zona orientale, grazie a un suolo ricco di calcio, presenti una biodiversità che non c’è in quella occidentale, fatta di terre sterili e rocce lavorate dal tempo, in emersione dal terreno come lame e sculture naturali.
Sono diversi anche gli animali normalmente presenti oltre il circolo polare artico (ghiottone, volpe artica), l’aquila e la renna selvatica: ma è il moskus, il bue muschiato, a far tuffare il viaggiatore dritto nella preistoria e fuori dal tempo.
La traversata parte da Kongsvoll, piccolo agglomerato di case dove si annida l’ex rifugio e ora albergo Kongsvold Fjeldstue, sino a Grødalen. È una tratta di circa 100 Km fatta di saliscendi tra i 900 e i 1800 metri del passo più alto: per chi non dorme in tenda, le tappe sono a regolate dalla presenza delle hytte, baite self-service aperte tutto l’anno con legna e stufa, costruite nei secoli in punti strategici a distanze mai superiori ai venti chilometri. La Norvegia dei norvegesi è questa: accessibile nei luoghi remoti, misteriosa e selvaggia anche da vicino.
Tracce... di vento e di rocce (© Davide Sapienza)

Per secoli, la gente ha attraversato le montagne del Dovre per spostarsi dal Trøndelag alla zona sud orientale del paese. Più a nord, a Trondheim, Nidaros è stato il trono sul quale si sono succeduti diversi regnanti, facendo di questa cattedrale meta di pellegrinaggi che continuarono per cinque secoli. I viandanti percorsero questi lunghi sentieri per pregare sulla tomba di San Olav, e visitare il Trollheimen. Davanti alla cattedrale di Nidaros parte la Styrkeprøven, la Trondheim-Oslo, 546 Km di bicicletta in tappa unica per amatori e professionisti che si svolte per festeggiar l’arrivo dell’estate.

Attraversare a marzo o aprile significa vedere l’inverno a nord e la primavera a sud, nello stesso istante, con uno sguardo istantaneo da oriente a occidente. Su questa immaginaria linea di confine, la natura e la cultura, gli animali e il vento sono ingredienti vitali per immaginazione e desiderio. Mentre gli sci scorrono leggeri, l’infinito sembra accogliere tutte le storie che in questo vuoto si sono ripetute nei secoli. Chissà come dovevano essere le prime hytte nel Dovre, le sælehus, costruite nel dodicesimo secolo per volontà di Re Eystein. La prima tappa, che percorre la vallata di Stoplsjødalen prevede una sosta a Reinheim, sotto la vetta più alta, la Snøhetta, 2286 metri.
Sondre Norheim, il padre dello sci nella regione del Telemark, tra il 1870 e il 1890, nonché campione di sci nordico, lanciò ai suoi connazionali l’idea che si poteva vivere l’inverno e vedere la propria terra con quei due pezzi di legno ai piedi. Sarà con l’impresa di Fridtjof Nansen che attraversa la Groenlandia con sci e slitte, che avverrà l’esplosione. Nel 1911, Roald Amundsen, arriva per primo coi suoi uomini al Polo Sud, utilizzando gli sci, mentre gli inglesi del testardo e arrogante Capitano Scott, nelle stesse settimane, muoiono di stenti per la lentezza del loro procedere a piedi sulla neve. Børge Ousland, negli anni recenti, ha attraversato Antartide e Artide con gli sci e la slitta, da solo. Un’impresa senza precedenti e probabilmente, irripetibile (Il solitario dei Poli, CDA&Vivalda, 2006).
Uomini... di carne e di pietra (© Davide Sapienza)

La parola “sci”, pronunciata come si legge e scritta “ski”, è norvegese e la tradizione continua con i campioni della prima parte del secolo scorso, come Birger Ruud, sino ai recenti fuoriclasse e danzatori della neve Lasse Kjus e Kjetil André Aamodt (vincitore di ben sette medaglie olimpiche in carriera). E si deve alla famiglia reale norvegese se nel ‘900 lo sci è diventato un simbolo della nazione. Sono i racconti che Eirik avvolge nell’orgoglio discreto di un norvegese nato per esplorare e navigare neve e acque, come tanti suoi antenati. Seguirlo in una delle Farout Adventures significa usare corpo e mente e ritrovarsi dopo una settimana un po’ diversi e un po’ più in sintonia.
Durante il bianco viaggio nel Dovrefjell ogni luogo è un incontro, un møteplassen dove la betulla arde nella stufa Jotul e ogni notte, prima del sonno, la hytta, è il piccolo guscio atterrato chissà come nell’immensità di un sogno che accompagna l’uomo da quando è sulla Terra. Così ci si sente nella minuscola baita di Salhobu, ai piedi dello Storskrymten, nel cuore dell’avventura, finalmente al passo con se stessi.
Pochi giorni fa mi ha telefonato Eirik: “Sai dove sono? Proprio qui, dove eravamo assieme l’anno scorso, sotto l’alba viola e davanti al silenzio e al lago ghiacciato della mia hytta. Senti la neve di Norvegia?”: si Eirik, la sento. È una musica bellissima.
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  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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