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L’UOMO BELLO


  Franco Perlotto 

Quando ai Campesani lo videro arrivare giù di corsa dalla mulattiera, Beppe brillava, tanto era ricoperto di crosticine di sudore ghiacciato.
Due istanti dopo, i primi ciottoli del selciato della strada principale iniziarono a rimbombare sotto agli scarponi, carichi di un peso che non era nemmeno il suo.
Un sole gelido di fine inverno s’affacciava a illuminare soltanto le cime ancora innevate delle montagne. Nell’aria persisteva ancora quel pizzicore imbroglione d’una stagione che ormai tutti speravano fosse andata.
I passi concitati di Beppe lasciarono mezzi Campesani col fiato sospeso per la preoccupazione. Nessuno l’aveva mai sentito camminare così pesante, e quando le prime case iniziarono a correre veloci alle sue spalle frettolose, le donne s’affacciarono da dietro le tende di tela stinta.

Le Valpese furono le prime a vederlo arrivare.
Da duecento anni almeno abitavano la casa dietro alla curva del capitello, quello con la statua di santa Giuliana.
Avevano ascoltato l’andatura potente giù dalla mulattiera che scendeva dal passo. Poi l’avevano spiato da dietro le tende.
“E’ accaduto qualcosa”, disse la vecchia Antonia con la lucidità di chi ha la certezza di già sapere.
Lucia, sua nipote più giovane, appoggiò un occhio in un buco della tenda logora e scrutò dalla finestra. Ne riconobbe appena la mascella scarna sotto alla barba corta, vecchia di qualche giorno. Beppe le era sempre piaciuto, anche se aveva quasi vent’anni più di lei.
Se n’era innamorata, sebbene, forse per quel suo volto duro, non l’avesse mai ritenuto capace di vivere vere passioni.

Al vederlo fremere di tensione, il cuore le dette un balzo improvviso.

Ai Campesani non accadeva più nulla da almeno duecento anni, dall’epoca della grande frana del monte Rotolon che aveva sfiorato la contrada, e forse non sarebbe accaduto più nulla nei duecento anni a venire.
Quindici case di pietre grigie, tutte abitate, appoggiate alla montagna.
L’ultima frazione prima del passo. Dalla valle bassa, poco sotto all’abitato, arrivava la mulattiera che collegava la gente dei Campesani col resto dell’umanità.
La strada si fermava in un largo a ridosso delle prime case della contrada. Quattro chilometri più a valle c’era l’asfalto.
Sebbene le apparenze lo volessero far sembrare, i Campesani non erano poi così fuori dal mondo. Fino a lassù vi si arrampicava perfino un automezzo del comune.
Due volte al giorno, ogni mattina e ogni sera, per prendervi e per riportarvi gli alunni delle scuole. Ma in effetti su quel camioncino poi ci salivano tutti.

Beppe voltò verso destra, ma non infilò la via per casa sua.
Imboccò invece il vicolo infangato dietro alla chiesa che sorgeva appoggiata al muro settentrionale del cimitero.
I ciottoli di pietra bianca comparivano appena sulla strada. Erano sepolti sotto a riporti di terra bagnata, depositati lì dagli scivolamenti della neve che da tutto l’inverno veniva sospinta dallo scrollare degli erti nelle giornate di sole.
Lucia Valpese l’aveva seguito fino a dove gli occhi potevano arrivare. Aveva ormai passato i vent’anni e quell’uomo le piaceva proprio.

Senza bussare, Beppe entrò dritto nella casa dei Cailotto. Valentino stava arrivando dalla porta di dietro con una bracciata di legna così grande che gli lambiva il mento. Valentino Cailotto era il più bravo scalatore dei Campesani.
L’avevano visto arrampicarsi sulle rocce del passo con la delicatezza di una ballerina, con la grinta di un gatto.
Aveva mani enormi e un corpo grande e grosso come quello di tutti i taglialegna. Ma quando toccava le pietre, la sua forma tozza spariva d’incanto e si librava, soffiata in alto come la fiamma nel focolare.

Sua sorella Giovanna puliva il pavimento. Aveva vent’anni anche lei ed era molto amica di Lucia Valpese. Anche lei era innamorata di Beppe.
Quando lo vide entrare, si bloccò dalla sorpresa.
Per un istante s’illuse che fosse venuto per lei e il cuore le schizzò in gola dalla passione. Beppe guardò Valentino con lo sguardo di chi doveva annunciare fatti importanti.
L’uomo capì il peso del momento e appoggiò la legna sulla pietra del caminetto.
Poi s’avvicinò attento ad ascoltare:
“C’è un uomo in cima al Dito di Dio”, disse con la voce rotta dal fiatone e dall’emozione. “E’ morto”, aggiunse.
Giovanna interruppe il suo lavare e tese il volto per meglio sentire.
Valentino raggrinzò le ciglia e contorse la pelle sopra agli zigomi. “Andiamo a prenderlo”, mormorò perentorio.
“Non possiamo portarlo giù dalla normale”, sussurrò Beppe. “Il camino è ancora intasato di ghiaccio. Oggi ci sono passato per un pelo”.
“Lo tiriamo giù dalla parete”.
“E lo strapiombo?”, chiese Beppe impaurito da tanta decisione.
“Andiamo”, ordinò Valentino senza rispondere.
Infilò le scale di legno e andò a mettersi gli scarponi.
“E’ quasi buio”, mormorò Beppe.
Ma erano parole inutili per le orecchie di Valentino.
Lui sapeva scalare il Dito di Dio anche di notte, d’inverno e per la parete strapiombante di settentrione. Non gliene importava né del freddo, né della morte.
Valentino sarebbe salito subito fin lassù a prendere quell’uomo.

“Ma chi sarà?”, chiese Giovanna all’improvviso. La sua voce era piena di paura e di mistero, ma con mano ferma porse a Beppe una tazza di caffè bollente.
“Gli ho pulito via la neve dalla faccia. Avrà trent’anni. Sembra sereno: non ha i segni della paura. Sembra dormire. E’ un bell’uomo”.
“Un bell’uomo?”, ripeté Giovanna quasi senza accorgersene.

Valentino scese le scale in un frastuono di legno e scarponi.
Aprì la porta e uscì. Beppe gli s’infilò dietro senza salutare. I passi rimbombarono pesanti ancora una volta quel giorno sulle lastre d’ardesia del villaggio.
Quando uscirono dalla curva del capitello con Santa Giuliana, le tende delle Valpese s’alzarono entrambe. I due s’infilarono nella penombra della sera che avvolgeva ormai ogni angolo della montagna.
Quando Lucia Valpese li vide scomparire, indossò il cappotto e uscì di fretta a cercare notizie di cos’era successo. Arrivò alla casa di Giovanna Cailotto che già si era fatto buio.
“C’è un morto in cima al Dito di Dio”, disse Giovanna, soppesando ogni parola. Poi, dopo un lungo istante, aggiunse: “E’ un bell’uomo”.
“Vado a dire agli Asnicar che salgano ad aiutarli”, ansimò Lucia.
Poi, in preda all’agitazione, aggiunse: “C’è un morto. Vado dirlo anche al Pianalto, che apra la chiesa”.
“Ho visto l’aura”, sussurrò Giovanna. “Non voleva morire. Ha ancora il filo blu della vita stretto tra le mani. Vuole riattaccarlo”.
“Smettila con le tue magie”, sibilò Lucia spazientita. “Devo correre”.
“Ho visto il suo corpo astrale vagare ramingo. Quell’uomo non voleva morire”, incalzò Giovanna.

I fratelli Asnicar erano tutti e sette nella stalla a chiacchierare.
Santino, il più vecchio, era concentrato a tirare le tette secche di una vacca che non aveva più latte.

Appena Lucia li avvisò del morto sulla montagna, tutti e sette s’adoperarono a infilarsi gli scarponi e a indossare le giacche a vento.
In meno di cinque minuti furono pronti e partirono con le torce in mano per andare a far luce ai due scalatori. Giovanna invece andò dal becchino.

Dopo mezz’ora le due ragazze si ritrovarono nel tinello della casa delle Valpese e decisero di vegliare la notte alla luce fioca delle lampadine a bassa tensione.
A turno, per almeno due ore, si affacciarono alla finestra di destra, dove le torce si videro brillare fin sotto al passo del Rotolon.
Antonia Valpese, mezza sorda, non aveva capito esattamente cosa fosse successo. Appena la nipote le raccontò della partenza degli uomini, andò a mettere sul fuoco un pentolone di vino per quando sarebbero tornati.
Poi, con la faccia tesa, anche lei si preparò alla veglia per attendere gli uomini, scrutando dall’altra finestra.

“Chi è il morto”, urlò all’improvviso.
“Un bell’uomo”, si trovarono a rispondere le ragazze quasi in coro.
Si guardarono e si sorrisero.
Quando giunsero al passo del Rotolon, i fratelli Asnicar fecero appena in tempo a vedere le mani grandi di Valentino che abbracciavano la roccia, quasi a volerla possedere.
La luna, ancora gelida in quel lungo finale d’inverno, illuminava ogni ombra delle asperità che si contorcevano come spettri sullo spigolo di settentrione. Valentino doveva tendere una corda sullo strapiombo centrale.
Gli serviva per poter tirare dentro il cadavere dal precipizio. Senza un aggancio alla roccia, il corpo del morto sarebbe finito a penzolare nel vuoto.
Beppe, nel frattempo, stava salendo nell’oscurità del camino della via normale, da dove il morto non sarebbe mai potuto essere calato.

Con un nodo, Valentino bloccò il capo della corda. C’erano già alcuni chiodi sul posto. Sapeva dov’erano e li scovò a colpo sicuro.
La luna accecava gli occhi, tanto il buio era denso intorno a lui. Gli appigli più piccoli erano così fusi nelle ombre drammatiche dei chiari di luna, che ne intuiva soltanto l’apparenza. Conosceva a memoria quel precipizio.
Conosceva anche lo strano movimento d’uscita, dov’era sempre stato costretto a mollare i piedi penzoloni nel vuoto.
Quella notte le luci delle fiaccole e lo stupido faccione un po’ triste della luna, gl’infilarono in cuore un sottile timore.
Si fermò un istante a immaginarsi ogni movimento per rassicurarsi ancora delle sue capacità, prima di uscire dallo strapiombo.

All’improvviso la voce di sua sorella lo distrasse dai pensieri.
Pareva arrivare dal passo del Rotolon e ne ascoltò il timbro per capire se Giovanna era salita fino alla montagna con i fratelli Asnicar.
Poi di nuovo sentì la voce. Era più nitida, ma giungeva ora da sopra allo strapiombo.
“Osserva attento l’aura dell’uomo bello”, gli disse Giovanna. “Ha un cordone blu che gli scende dal ventre. E’ spezzato, ma è ancora luminoso. Ti condurrà fuori dallo strapiombo”.

Valentino pensò che stava impazzendo. Ma, lentamente come quando a oriente sorge il sole e spolvera di luce le cime degli abeti più alti, vide gli appigli piccoli in mezzo allo strapiombo irrorarsi di toni bluastri.
Come preso dalla consapevolezza di quella presenza, ripartì verso l’alto. Le sue mani non sbagliarono una presa.
S’alzò leggero come mai aveva fatto su quella parete.
Lo spigolo settentrionale del Dito di Dio gli scorreva sotto ai piedi verso un vuoto insopportabile, ma lui non lo percepì nemmeno.
Si sollevò con movimenti tanto lievi che sembrava che qualcosa lo stesse soffiando verso la cima.
Per la prima volta i piedi non gli si staccarono nel vuoto, ma continuarono ad appoggiarsi alle asperità invisibili. I fratelli Asnicar erano ammutoliti alla vista di quello spettacolo.
Al chiaro di luna, là in alto, un corpo massiccio abituato ad abbattere i larici volava sfiorando appena le rocce strapiombanti in una notte gelida d’inverno.

Quando Valentino lo raggiunse sulla cima, Beppe aveva già imbracato il morto con spezzoni di corda e moschettoni. Sbirciò un attimo lo sguardo sereno del cadavere, illuminato dal pallore della notte chiara.

“Grazie, uomo bello”, sussurrò. Ma Beppe nemmeno lo sentì.

Gli uomini col morto giunsero ai Campesani alle tre del mattino.
Appena li sentirono arrivare giù dalla mulattiera, Lucia e Giovanna riempirono di vino caldo i bicchieri che avevano preparato in fila, uno davanti all’altro, sopra al tavolo nel tinello delle Valpese.
La vecchia Antonia era già andata a dormire. Anche il Pianalto non aveva resistito alla veglia. Aveva aperto la chiesa e ne aveva affidato le chiavi a Lucia, sua lontana parente, della quale si fidava.
La portantina, quella che di solito era trainata a strascico dal mulo degli Asnicar, giaceva appoggiata sul gradino del capitello di Santa Giuliana.
Sotto la coperta che copriva il morto, si capivano le forme del corpo. Valentino entrò per primo in casa. Guardò la sorella e le sorrise appena.
Abbassò subito gli occhi e tese le labbra nella smorfia di chi stava soffrendo. Beppe non sorrise nemmeno. Gli uomini mangiarono un pezzo di pane duro e presero con le mani le fette di salame allineate sul piatto.
“Me ne vado a letto, così fra due ore scendo a valle ad avvisare i carabinieri”, disse Santino Asnicar. S’avviò all’uscio e si diresse verso casa. Anche Valentino ed Beppe se ne andarono.
Gli altri tornarono al capitello, presero la portantina e se la caricarono fino alla chiesa.
La depositarono tale e quale com’era, sopra all’altare di legno antico.
Le ragazze avevano seguito lo strano corteo ad una certa distanza. Arrivarono fino all’ingresso e quando tutti furono fuori, chiusero la porta con le chiavi del Pianalto. Poi s’avviarono verso la casa delle Valpese per andarla a ripulire un po’.
I passi degli Asnicar non si sentivano più, giù per i selciati e Lucia interruppe il silenzio.

“Chi sarà quel morto?”.
“E’ arrivato stanco sulla cima dalla parete di settentrione e si è addormentato nel gelo”, disse Giovanna.
“Voglio vederlo”, sussurrò Lucia.
Lo sguardo dell’altra condivise la sua volontà.

Le due donne ammutolirono di spavento per ciò che stavano per compiere.
Ma come spinte da una forza estranea a loro, tornarono verso il cimitero.
La mano ferma di Lucia che aveva appena chiuso la porta della chiesa si mise a tremare. Anche il fiammifero che accese le quattro candele sui candelabri di bronzo, vibrò leggero nell’aria gelida della notte.

“Non c’è più la sua aura. Sta vagando sulla cima del Dito di Dio a cercare il corpo. Vuole ricongiungersi”, sussurrò Giovanna.
Prese la coperta e la tirò da una parte finché non cadde per terra sotto il peso del ghiaccio. Le donne si appoggiarono con la spalla per farsi coraggio.
“E’ davvero bello”, disse Lucia con le labbra che le tremavano.
Dopo il più lungo istante della sua vita, s’avvicinò al corpo e gli toccò una mano.
Voleva sollevarla dalla rigidità della morte, ma non ce la fece.
“Mani forti da scalatore”, disse osservandole.
Gli occhi del cadavere erano leggermente aperti e vi sbirciavano delicate pupille azzurre, immerse nella serenità di un volto rilassato dalla morte.
Gli zigomi alti e una barba di alcuni giorni lo facevano assomigliare ad uno dei modelli in copertina di quelle riviste patinate che di tanto in tanto arrivavano anche ai Campesani.
“Eterno riposo, donagli o Signore”, mormorò Lucia, ma si fermò all’improvviso nella sua preghiera. Poi aggiunse:
“Si potrebbe impazzire di passione, se due mani così ti toccassero”, e fremette.

Quasi inorridita per quel pensiero ad alta voce, guardò Giovanna e il suo volto alla luce delle candele assunse i colori intensi del pudore.
Come presa da un’intuizione, Giovanna protese all’improvviso i palmi delle mani verso il cadavere. Distese le braccia, mentre le dita andarono a sfiorarne il petto.
Formò brevi cerchi con le mani e cominciò a scorrerle lente sul corpo.
“Possedeva un’energia enorme”, sussurrò ad un tratto.
Le mani scesero calme verso il ventre. Poi recitò:
“Splenda a lui la luce perpetua”.
Le mani di Giovanna sembravano mosse da una forza esteriore.
La ragazza parve non poterle più controllare.

Quando giunsero sopra alla patta dell’abbottonatura dei calzoni, si fermarono.
Lentamente si appoggiarono sul corpo.
Giovanna chiuse gli occhi.
All’improvviso le sue guance s’infiammarono di passione e di vergogna, ma ormai aveva compiuto quel suo gesto. Anche Lucia vibrò.
Chiuse gli occhi e il cuore iniziò a batterle con ritmo impazzito. Giovanna sembrò estraniarsi in un’estasi profonda, ma la sua voce interruppe con un soffio quell’inferno di sensazioni.

“Grande”, sussurrò. “Era un uomo grande. Sapeva amare”.
Poi deglutì cercando di ingoiare il nodo della gola.

“Riposi in pace, amen”, sibilò Lucia, come a voler chiudere quel rito.
Il volto di Giovanna s’infiammò di nuovo.
Ma come presa da un impulso improvviso s’avvicinò impavida al cadavere e lo baciò sulle labbra.
Poi s’allontanò confusa e uscì correndo dalla chiesa.
Le mani tremanti di Lucia Valpese afferrarono la coperta ghiacciata e tornarono a ricoprire il volto sereno dello scalatore.
Le candele tornarono buie al suo soffio senza fiato. Poi richiuse la chiesa.
Trovò Giovanna appoggiata al muro esterno del cimitero con gli occhi spalancati.
Appena la vide l’abbracciò e piansero insieme con la passione che traboccava dal cuore.
Erano le cinque e i passi veloci di Santino Asnicar che andava a chiamare i carabinieri s’udirono giù verso il largo, sotto alle case.
“E’ l’uomo più bello che io abbia mai visto”, sussurrò Lucia, quasi a voler giustificare il suo pianto.
“Ha vissuto con coraggio. Ha ascoltato le sue passioni. Ha saputo vivere le sue emozioni”, disse Giovanna.
Poi tacquero confuse.

Le prime luci dell’alba soffocarono gelide quell’angoscia d’amore.
Le due donne s’abbracciarono ancora.
Ma era ora di tornare a casa. Ognuna s’immerse nei propri pensieri e poi ognuna infilò il proprio vicolo.

Tutto d’un trattto Lucia si voltò di scatto.
Fece un passo indietro e allungò una mano ad accarezzare il volto di Giovanna.
Aveva ancora una lacrima ghiacciata sulle ciglia.
La voce le tremava, ma le permise di avere un’ultima parola per il cuore infranto della sua amica coraggiosa:
“E’ davvero l’uomo più bello”, le disse.

Poi se ne andò.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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