Home Alpinia.net
  Home Aziende
  Home Editoria
  Periodici in Edicola
  Recensioni Libri
  I racconti di Alpinia
  Presentazioni Libri
  Incontri con Autori
  Librerie di Montagna
Notizie e Curiosità
dal Mondo
della Montagna
 Metti tra i Preferiti 
 Segnala ad un amico 
 Scrivici 
 Contatti 

 

 

 

 


PERCORSI INUTILI (parte prima)


  Alessandro Gogna 

Uno straordinario racconto-relazione di Alessandro Gogna in Sardegna, dove ha aperto diverse nuove vie, ve lo proponiamo in tre parti. Le foto appaiono per cortese concessione dell’autore e della sua agenzia K3 Photo Agency
... lui











2001,
in vacanza casuale poco meno che hippy da Guido Daniele, a Posada.
Un soggiorno sereno, Guya sperimentava cosa volesse dire fare holiday con un arrampicatore cui piace poco il mare d’agosto, ospiti di un altro arrampicatore-pittore sul cui equilibrio non giurerei, nella sua casetta di campagna in compagnia di animali e animaletti d’ogni genere.
Anche il figlio Michael contribuiva a quella vaga sensazione di follia che aleggiava a momenti, quando le cicale frinivano in modo importante nella sonnolenza del primo pomeriggio, o nell’euforia dell’ora dell’aperitivo, tra robusti cannonau e prima di generose cene autogestite, o ancora nei prevedibili incontri con le bisce nella doccia all’aperto.

Con Guido ero reduce da due belle salite sul calcare di Monte Albo.
Già l’anno prima avevamo salito lo sperone più evidente, da casa sua e non solo, e cioè lo spigolo NNE della Punta Su Pigiu, 6 lunghezze di corda su un calcare stupendo che battezzammo Bella Orientale. Delle due del 2001, quella sulla Quota 1006 m l’avevamo battezzata Mani Malate per via di alcune escoriazioni, mentre quella sulla Cima SW di Punta Su Pigiu ci aveva riservato difficoltà continue per una serie di fenditure: diventò È dura in Fessura.
Pur essendo all’ombra, faceva un gran caldo, per arrampicare ci voleva una gran voglia, una cosa però che a me non è mai mancata.
Un giorno Guido ci portò a Biasì, nei pressi di Padru, da certi suoi amici tedeschi. In riva al Rio su Lerno (il fiumiciattolo della valle), loro stavano tranquilli a festeggiare il compleanno del figlio maggiore, Falk. Di figli v’era una gran dovizia, assieme ad altri amici d’ogni età.
Anche il casino c’era, ma con pochi schiamazzi: sembrava quasi far riferimento ad una tranquilla sacralità che il bosco delle grandi querce emanava, con un torrente tranquillo e fioco, quasi stagnante. Una festa ovattata e serena, le auto lasciate a discreta distanza a calcinare al sole.

C’era un tavolino imbandito con pizzette, panini, formaggio; sul terreno invece, su una stuoia a diretto contatto con formiche e altri insetti, erano olive e generi alimentari più untuosi che non ricordo. Anche birra e cannonau non mancavano, assieme ad un’afa che non concedeva respiro ma ti spingeva ugualmente a bere e mangiare assaggiando qui e là.
In quel teutonico picnic i cavalli di loro proprietà circolavano liberamente: Milo, l’altro figlio, li cavalcava ora l’uno ora l’altro, naturalmente a pelo e a torace nudo. I capelli biondi e lisci gli arrivavano ben sotto le spalle, come del resto si presentavano anche quelli del padre, Markus.
Brad Pitt prima maniera (e figlio) in chiave tedesca.

Improvvisamente apparvero due gemelle, Mona e Cleo, anche loro aggrappate alle criniere di due cavalli: si diressero al torrente.
I cavalli fecero qualche passo in acqua, poi le due si tuffarono, nude, e si misero a giocare a spruzzi dietro ai sederoni dei cavalli, a uno dei quali venne in mente di cagare proprio in quel momento.
Ma quando qualcuno portò un porcello cieco da un occhio a fare un giro con il guinzaglio, capimmo veramente d’essere finiti fuori dal mondo.

Secondo me era l’ambiente giusto per programmare salite ed esplorazioni, e infatti ne parlai con Markus che da qualche anno viveva lì con Suzy e i quattro figli: avevano comprato una bella collina, costruito due casette e allevato cavalli, dando ospitalità ad amici e clienti. Lui un tempo arrampicava, e anche bene: ma il suo genere era quello sportivo, oppure il boulder.
Alla sera ebbi la visione di due stupende strutture tafonate, lontane là nella macchia di montagne appuntite e quasi altrettanto rocciose: rivolte ad occidente, erano illuminate dal sole quasi in orizzontale, brillavano di una luce pomeridiana che stava per finire e l’incanto era proprio quello.

Sulla guida del CAI di Maurizio Oviglia avevo subito cercato notizie della zona.
Non trovai assolutamente nulla e questo mi confortò sull’ipotesi che lì a scalare non ci fosse mai stato nessuno.
Qualche giorno dopo, il 25 agosto, eravamo ancora a Padru, pronti ad annettere geografia ed espressioni di un luogo conosciuto solo ai locali.
C’era anche Marco Marrosu uno studente di scienze naturali con cui sempre l’anno prima avevamo salito la lunga cresta S dell’isola di Tavolara (la via Frutto Proibito). Markus ci portò su una strada asfaltata, verso le fonti Settiles, dicendo che da lì si sarebbe potuti arrivare alle basi delle pareti, magari a cavallo. Voleva rivelarci la meraviglia del Pilastro Marragone, un torrione che balza in verticale con tafoni e fessure, e lo fa direttamente dalla vistosa ferita della strada.
Dal tornante del chilometro prima vedemmo ancora le due strutture gemelle, ma erano così distanti, così poste oltre ad almeno due scoraggianti vallette di fitta macchia che, pur nello sconforto, decidemmo all’unanimità di cercare altri accessi.
Rocca dei Banditi, parete ovest, 2a ascensione, 6a lunghezza


Riscesi a Biasì, ci avventurammo nelle tenute del Casteddu, una fattoria desolata nell’afa, ma con chiari segni di vita.
Tra i minacciosi latrati scovammo il contadino che, all’inizio molto sospettoso, alla fine fu prodigo di consigli stranamente corretti. E questo solo perché era il vicino di Markus (lui era riuscito a farsi accettare) e perché Marco gli parlava in sassarese (ma tra Padru e Sassari le differenze linguistiche si fanno già avvertire... e nessuno là è disposto a perdonare).
Alla fine ci fu quasi tutto chiaro.
Markus quella mattina doveva venire con noi, ma dopo aver ascoltato i nostri discorsi decise di aver parecchio da lavorare (a noi era bastato guardare la faccia della Suzy per capire che i doveri c’erano, eccome): in più il nostro stile per lui era da extraterrestri: «con belo spit tuto molto belissimo!».

Non era così tardi, decidemmo di provare.
Prima di alzare l’artigianale ma complicata sbarra che chiudeva l’accesso alle tenute di su Casteddu, chiedemmo ligi il permesso al proprietario, Antonio, che nel frattempo aveva messo su un agriturismo proprio lì, con tanto di grandi vetrate in caso di pioggia. La Panda 4x4 marciava a meraviglia, ondeggiando a sussulti e macinando i cespugli del fondo della strada. Poi arrivammo alla fine, un piccolo spiazzo nel quale si poteva a malapena svoltare. Un muro di rovi impediva ogni ulteriore avanzata all’auto.
Un sentierino però partiva in salita: tutto si stava svolgendo come il contadino ci aveva detto. E così, abbastanza in breve, fummo su un rilievo proprio di fronte alla parete tafonata di sinistra, in centro alla quale troneggiava un antro enorme e davvero caratteristico. Fummo incerti se rivolgerci subito a quella parete: ci pareva impossibile, perché tutto intorno all’antro erano solo placche lisce, e in alto i tafoni e le caverne aumentavano di numero e, sempre più minacciose, chiudevano qualunque idea di passaggio. Sembrava però che un po’ di luce filtrasse dall’alto nell’oscurità della caverna, cioè sembrava ci fosse un buco, chissà dove, in alto.
Ci sembrò che il problema richiedesse più ore di quelle che avevamo, così guardammo con più attenzione la struttura di destra, che da qui appariva come una gran placca vista di profilo, una freccia che terminava con una testa che dava all’insieme la sembianza d’un enorme insetto, una gigantesca cavalletta.
Una frana aveva stravolto il paesaggio abbastanza di recente: grandi massi bianchi avevano cosparso la base, dove erano già altri blocchi più scuri. Giunti lì, guardammo in alto la placca. Questa ci sembrò davvero impossibile a prenderla nel punto più basso, mentre più in alto a destra, subito a destra dell’evidente distacco di frana, forse si poteva passare.
Salimmo per blocchi in una specie di canale, fino ad una grande quercia che sembrava davvero messa lì per segnare naturalmente l’attacco.
Occorreva raggiungere una fessura la cui base era crollata con la frana.
Rocca dei Banditi, parete ovest, 2a ascensione, 3 lunghezza


Lascio a Marco raccontare il primo tiro: «Molla corda, molla corda..» il tono con cui lo dicevo era pacato e apparentemente tranquillo, la corda filava lentamente dallo spigolo e i metri di distanza che mi separavano dall’ultimo rinvio aumentavano: 5, 10, 15!!
Su placca seguivo una serie di granuletti di quarzo che si trasformavano a mano a mano che procedevo in granelli. «Molla corda, molla corda..». Alessandro non mi vedeva perché nascosto dallo spigolo: «Finita». «Come finita??» la mia voce non era più molto tranquilla, mancavano tre metri (sempre su placca liscia) prima di raggiungere una specie di bernoccolo che mi avrebbe dato un po’ di sicurezza. Non so come, ma Alessandro fece in modo di regalarmi quei pochi ma indispensabili metri. «Eh, ma qui è dura!!» «Sì, ma fai attenzione» e nel frattempo accarezzavo il bernoccolo - magari cresceva - sul quale avevo messo il cordino da sosta.
Mi raggiunge con un bel sorriso sulle labbra «Settimo! Ora capisco perché mi chiedevi corda».
Seguendo alcune vene di quarzo proseguii più facilmente fino a raggiungere un tafone rossastro con una piccola pianticella.
La prosecuzione era evidente sulla destra per mezzo di un caminetto, ma noi volevamo stare a sinistra per dare maggiore dirittura al nostro itinerario stando più vicini al centro della struttura. Con passi delicati Marco uscì dal tafone a sinistra, solo per trovarsi sotto un colatoio privo di appigli e di possibilità di assicurazione.
Mentre studiava la situazione, abbastanza problematica, vidi che una proboscide di granito, abbastanza grossa da dare fiducia, gli pencolava sulla testa come una stalattite.

- Perché non gli metti su un cordino a strozzo?
Dapprima Marco era titubante, poi si fece via via più sicuro, perché l’assicurazione, pur così bizzarra, sembrava essere buona.
Dopo un passo assai difficile, Marco continuò ma poi fu costretto gradualmente a deviare sulla destra per raggiungere un terreno più arrampicabile, con ciò arrivando ad un’altro tafone, ormai davvero vicino alla vetta. Sulla quale arrivai io poco dopo, seguendo un breve camino.

La cima era un ripiano solcato da qualche scanalatura e invaso di piccole vaschette dove probabilmente in altre stagioni rimaneva acqua. Dall’orlo orientale ci si affacciava sulla forcella a monte, in verità abbastanza vicina. Fu lì che lo vedemmo, uno spit collegato ad una clessidra con un cordino ormai calcinato.
Non conoscevamo così bene il torrione da giurare che non ci potesse essere una via normale, ma avremmo detto che non era facile trovarne una semplice. In ogni caso, una cosa era sicura: qualcuno, se non sulla via, ci aveva preceduto in cima.
Preferimmo scendere a corde doppie sulla via appena salita; poi, nel caldo massacrante del pomeriggio, riguadagnammo il rilievo di fronte alla struttura con la caverna, solo per rimanerne ancora più affascinati: la luce del pomeriggio lasciava chiaramente intravedere che da qualche parte la luce nell’antro arrivava anche dall’alto...

Quel giorno nacque la via Il giallo del Buco.... e la passione mia e di Alessandro per quel posto.
Macchia alta, piccoli sentieri nascosti, vari gruppi di splendido granito con 200 metri di dislivello, avvicinamento e luogo isolati ne fanno il posto ideale per un’arrampicata pulita, terreno di gioco e prova di nervi per l’arrampicata classica.
Il nome non fu dato alla via quel giorno.... si riferiva infatti non a un colore particolare della roccia ma a un vero proprio giallo, un’indagine e un dubbio irrisolto.
Parlando con Antonio, alla sera, emerse che la struttura di destra era conosciuta localmente come Punta Muzzone e quella di sinistra, con la caverna, Punta dei Banditi, perché pare che alcuni briganti si rifugiassero nelle grotte del versante orientale.
Punta Muzzone e Punta dei Banditi dalla vetta della Quota 634 m


Marco aveva in testa altre mete e riuscì a coinvolgermi con facilità. Il 27 agosto preferimmo quindi la Cima W di Punta Tepilora, un pilastro così diritto ed elegante da meritare il nome di Magica Logica; e il 30 raggiunsi Marco e un suo amico, Angelo Baldino, dalle parti delle Torri di San Pantaleo, per salire la Punta Lu Lurisincu.
Ne venne fuori un altro splendido e difficilissimo itinerario sulla parete W, che chiamammo via Elogio alla Follia.

Il mio tempo in Sardegna era finito e a malincuore la partita con la misteriosa caverna era sospesa.
Tornato a Milano, stavo consultando la guida del CAI di Oviglia per ciò che riguardava la zona di San Pantaleo. Mi ero anche comprato la tavoletta IGM relativa alla zona di Padru.
Mi accorsi che sulla guida, in fondo alla trattazione delle Torri di San Pantaleo, dopo il capitoletto della Punta Scala ‘Mpredada, vi era un ultimo paragrafo (che io non avevo mai considerato con attenzione), dove si parlava del Gruppo lu Casteddacciu: tre erano le vie citate.
Con superficialità, e data la collocazione nell’impaginato, Marco ed io avevamo sempre immaginato questi tre itinerari nella zona delle Torri di San Pantaleo, anzi li avevamo perfino collocati mentalmente su una parete ben precisa che si vede bene dal Balbacanu.
Sulla parete S di questo, il 29 agosto 2000, avevamo tracciato T 39° (che si rifaceva ai vecchi tempi del mio libro Mezzogiorno di Pietra e di T 38°), una bestia di via dalla quale per tutto il tempo avevamo osservato una lontana parete di fronte, esposta a N, che sembrava solcata da tre fessure.
Ora appariva tutto chiaro! La descrizione di Oviglia era lucida, era solo la collocazione nel testo (circa 30 km più a S) che andava evidenziata di più, almeno graficamente.

Dopo un cenno geografico sul Monte Nieddu e sul sottogruppo di lu Casteddacciu 828 m (per il quale Oviglia distingue anche due Quote, la 528 e la 560) l’autore elenca, attribuendoli a queste Quote, i tre itinerari. Il primo è lo “Sperone della Mantide” (la famosa cavalletta!), per lo spigolo WNW della Quota 560 m, 8 dicembre 1988; il secondo è la via Black Hole, per la parete W della Quota 560 m, 9 dicembre 1988: per entrambi questi itinerari era citata la cordata dei primi salitori (D. Ricci, L. Serafini e M. Soregaroli), la fonte (RM 1989, 5), ma non v’era relazione disponibile.

Il terzo itinerario (a cura di Lorenzo e Stefano Merlo, parete NW, 12 settembre 1990) era stato battezzato via Ayò: l’accurata relazione era riportata per intero. Tuttavia nella nota introduttiva Oviglia confessava chiaramente di non aver capito su quale Quota delle due quel percorso si svolgesse. I dislivelli infatti non coincidevano, le esposizioni confondevano, ma lo spit trovato sulla cima dai Merlo poteva confermare che le tre vie si svolgessero tutte sulla stessa struttura.
Eppure le fonti sulla Rivista del CAI parlavano chiaro, le cime erano due: quindi in ogni caso Oviglia concludeva almeno che, per diretta testimonianza di Merlo, quella via si svolgeva sulla struttura di destra, guardando da Biasì (dunque la Punta Muzzone...).
Le esposizioni non quadravano: come poteva sulla Quota 528 m esserci uno spigolo WNW (Ricci e C.) e una parete NW (Merlo)?
Qualcuno aveva certamente sbagliato valutazione guardando il sole (forse per via delle differenti stagioni), oppure non si trattava della stessa cima.
Vista l’incertezza di Oviglia, considerando l’apparente impossibilità di salire in corrispondenza della caverna, poteva essere anche che la struttura di sinistra fosse inviolata e che quella di destra accogliesse ben tre itinerari...
Ma il nome Black Hole dava una spiegazione che era evidente, era solo una la caverna che poteva meritare quel nome! Semplicemente ci rifiutavamo di accettarlo, ma sulle difficoltà di Black Hole avevamo preso una bella cantonata mentre altri avevano osato e avuto successo! E inoltre appariva anche chiaro che la nostra via Il Giallo del Buco non era certo lontana dalla via Ayò, forse in alcuni tratti coincidente.

C’era da arrovellarsi per un bel po’ su questi misteri! Marco Marrosu così racconta: «Infatti poco prima di Punta Muzzone si trova un'altra struttura rocciosa triangolare che come una torre emerge dalla macchia e si chiama Punta dei Banditi.
Per il suo isolamento e la sua struttura ha un aspetto imponente e presenta una grotta a due terzi di altezza.
Una fessura porta alla grotta ma oltre solo placche! Leggendo la guida del CAI si parlava di una certa Black Hole e il nome (Buco Nero) sembrava rispecchiare proprio quella via che mentalmente avevamo tracciato anche noi. Ma oltre la grotta?? Era questo il giallo.
Il Giallo del Buco era un nome davvero azzeccato. Stendemmo anche una relazione che qui riporto integralmente, in modo da fare il punto nelle indagini, seguita dalle osservazioni che facevo a quel tempo.

RELAZIONE ORIGINALE GOGNA
Quota 528 m della Punta Lu Casteddacciu, parete W, via Il Giallo del Buco
Alessandro Gogna e Marco Marrosu, il 25 agosto 2001.
Dislivello: 100 m. Sviluppo: 135 m. Difficoltà: fino al VII. Materiale: 1 serie di friend, 1 serie di nut, fettucce
La via segue l’andamento di una spaccatura che si origina da un’evidente e recente frana per poi proseguire diritta verso la vetta.
Dall’azienda agrituristica Su Casteddu (nei pressi di Padru) ha origine una strada sterrata che porta verso oriente, cioè verso le ben visibili pareti W di Lu Casteddacciu, che da qui si presentano come due triangoli posti alla stessa altezza. Quella di sinistra (Quota 560 m) è caratterizzata da un buco a due terzi della parete.
Seguire la sterrata fino a che è tracciata e sgombra dalla vegetazione. All’improvvisa interruzione vegetale prendere un sentiero a sinistra che subito si dirama in tre tracce. Seguire la traccia centrale, quella che più si dirige verso la Quota 560 m di Lu Casteddacciu. Il buon sentierino sale fino a raggiungere una lieve crestina di macchia mediterranea proprio di fronte alla parete W della Quota 560 m di Lu Casteddacciu.
Traversare a destra seguendo la traccia fino ad una quercia (postazione di caccia), scendere verso S una placca rocciosa, oltrepassare il corso di un ruscello in agosto del tutto secco e raggiungere, sempre seguendo la traccia, prima un piccolo ripiano con muretto a secco poi il lembo inferiore di una frana recente, tra grossi massi, alla base della parete W della Quota 528 m.
La parete W della Quota 528 m è salita dalla via Ayò (it. 41c della Guida Monti d’Italia Sardegna, di Maurizio Oviglia), che si tiene sulla destra del presente itinerario ma con almeno due tratti in comune.
Seguire la frana fino ad un’evidente quercia appoggiata ad uno spuntone di roccia. All’attacco, piccola freccia blu e ometto. S0. L’attacco della via Ayò è posto qualche m sopra.
Salire per la fessura sullo spuntone, seguire una fessura fino ad una difficile placca di aderenza, poi traversare a sinistra ad uno spuntone con cordino lasciato. V+, VI, VII, V+. Traversare a corda a sinistra fino a raggiungere un alberello posto proprio all’estremità superiore della frana e all’inizio di una lunga fessura-camino. Salire in questa, poi proseguire verticalmente in placca con l’aiuto di una striscia di provvidenziali formazioni di quarzo, fino a raggiungere delle cengette ed uno spuntone. V+, VI e VII. 50 m, S1.
Proseguire in verticale, seguire per poco un’altra formazione di quarzi leggermente obliqua a sinistra, poi traversare a destra ad uno spuntone ed a una successiva sosta con alberello e spuntone sotto ad una caverna gialla. V-. 25 m, S2, cordino da doppia lasciato. Questa lunghezza è per buona parte in comune con la terza lunghezza della via Ayò.
Salire al fondo della caverna, obliquare a sinistra (VI+) fin sotto ad una proboscide di roccia (cordino lasciato). Uscire dalla caverna a sinistra (VI-) fino ad altro cordino lasciato in clessidra. Obliquare a destra lungamente fino a superare un altro tafone e raggiungere un altro antro proprio sotto la vetta (IV, V e V+). 45 m, S3, cordino da doppia nei pressi. Qui giunge anche la via Ayò (quinta lunghezza).
Salire l’ultima spaccatura (V) fino alla vetta. 15 m, S4, cordino lasciato. Anche questo breve tiro coincide con il sesto della via Ayò.
Discesa: trascurare lo spit collegato ad un cordino siti in vetta (che farebbero scendere i 25 m del versante E) e scendere in parete con 4 corde doppie (10 m, 40 m, 45 m, 15 m).
Nota: lo spit trovato in vetta sia da noi che dai fratelli Lorenzo e Stefano Merlo (via Ayò, 12 settembre 1990) farebbe supporre che gli itinerari 41a e 41b della Guida Monti d’Italia aperti dalla cordata di D. Ricci, L. Serafini ed M. Soregaroli (RM 1989, 5), si svolgano in realtà sulla Quota 528 m e non sulla Quota 560 m. In tal caso l’it. 41b (via Black Hole, 9 dicembre 1988) potrebbe coincidere in buona parte con la via Ayò, mentre il 41a (Sperone della Mantide, 8 dicembre 1988) si svolgerebbe sullo sperone WNW che delimita a sinistra la parete. Queste sono solo ipotesi, contro le quali si può obiettare, invalidandole, che:
1) i primi salitori della Quota 528 m, responsabili dello spit di vetta, possono essere stati altri, in data precedente. Non v’è molta probabilità infatti che chi piazza uno spit su una vetta senza alcuna reale necessità (data la presenza di abbondanti clessidre e spuntoni) abbia poco prima salito una parete per nulla facile senza uso di altri spit (comunque non reperiti né da Merlo-Merlo né da Gogna-Marrosu), considerato anche che le possibilità di itinerari naturali sulla parete sono molto limitate e forse già ora esaurite (il commento di Marco a questo fu devono essere un po’ minchioni per aver spittato sulla cima dopo aver fatto la via senza spit...).
2) il nome Black Hole potrebbe richiamare l’enorme buco presente sulla parete della Quota 560 m. Ma le presumibili difficoltà di questa parete mal si accordano con le difficoltà riportate (VI+).
3) Le quote di dislivello riportate per entrambe le loro vie dalla cordata Ricci-Serafini-Soregaroli (200 m) mal s’accordano con i dislivelli della Quota 528 m. Anche presupponendo che i 200 m indichino in realtà gli sviluppi e non i dislivelli, siamo comunque di fronte ad una sovrastima. Sovrastima però giustificata nel caso si riferiscano alla Quota 560 m: detta struttura infatti presenta un dislivello appena superiore a quello della Quota 528 m.

Punta dei Banditi, parete ovest


Seguì un lungo periodo di ricerca. Andai a consultare il numero originale della Rivista del CAI, per controllare se per caso c’erano le relazioni per esteso, senza successo.
Cercai per ore su Internet per avere un’idea della provenienza di quei tre matti che in due giorni brevissimi di quasi inverno avevano risolto due problemi così!
Poi telefonai al caporedattore, Alessandro Giorgetta, che fu così gentile da mandarmi la lettera originale di uno dei tre (Ricci): lì c’erano le relazioni!
Evidentemente al tempo non era disponibile uno spazio per la pubblicazione, Oviglia non lo sapeva e non ritenne opportuno, nella già enorme mole di lavoro con cui aveva a che fare e con Gino Buscaini che lo pungolava, di andare a cercarsi altre rogne.

A questo punto molti misteri erano risolti, non c’era più alcun dubbio su quasi nulla a parte quella annotazione «vedi avvicinamento della cresta SSW» che poteva lasciar supporre l’apertura di un terzo itinerario da parte del trio.
La via Ayò poté essere situata precisamente a destra del Giallo del Buco (le relazioni comparate si sopportavano a vicenda).
Il giallo era risolto, i colpevoli trovati ma non ancora assicurati alla giustizia.

Marco racconta: Durante il periodo invernale ero tornato sul posto insieme al mio fido compagno di cordata Lorenzo Castaldi per cercare di dipanare la nebbia del dubbio ma nel frattempo Gogna, che sapeva le mie intenzioni, mi mandava da Milano la sua di nebbia.

Infatti… dormivo con Lorenzo nella mia poco comoda ma pratica tendina da due, a pochi passi da Punta dei Banditi.. l’imbrago e il materiale pronti per il giorno successivo, la tensione non so che che precede ogni scalata verso l’ignoto… ed ecco un bel gocciolone sulla tenda.. pioveva!!

- Bastardo!! Questa ce l’ha mandata Alessandro!- La mattina era immersa nella nebbia, la roccia fradicia e noi facemmo i nostri bagagli.


... continua... (link alla seconda parte...)


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
intro >>