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1978. SALATHÉ WALL. I PRIMI ITALIANI


  Franco Perlotto 


Era il 1978 e dopo averla sognata per anni finalmente raggiunsi la Valle di Yosemite, dove incontrai subito Giancarlo Grassi che era stato abbandonato, senza compagni di cordata, da Renato Casarotto andato a fare una solitaria su una cima minore.

Trovai il povero Giancarlo al ristorante self service di Yosemite Lodge dove, a causa del nervosismo che gli creava quella situazione, ingeriva velocemente decine di yogurt.
C’era anche Alberto Paleari che mi illustrò alcune possibilità alla mia portata per arrampicare qualche bella via.
Incontrai anche Eric Decamp, uno strano ingegnere-elettronico alpinista-musicista accompagnato da un altro strano studente-pilota-rocciatore: entrambi mi illuminarono sulle possibilità di non fare proprio nulla.
Furono comunque molto gentili e mi invitarono a chiacchierare nella sala del Lodge, dove ritrovai Giancarlo che non divorava più yogurt ed aveva trovato dei compagni per fare qualcosa l’indomani.
Ero laggiù con Marco Corte Colò ed ero perplesso di quello che avevo incontrato.

Fortuna che non avevo ancora visto le pareti e che ai massi non mi ci ero ancora attaccato, altrimenti il mio impatto sarebbe stato da classificare come “veramente disastroso”.


Trascorsi alcuni giorni ad arrampicare sui sassi, ma la mia preparazione tecnica si dimostrò nettamente inferiore a quella degli americani che volteggiavano sicuri su appigli inesistenti, un po’ perché conoscevano ogni buco, un po’ perché effettivamente si preparavano costantemente ogni giorno.
Decisi quindi di tralasciare l’idea di scalare EI Capitan perché la stagione non era ideale, in quanto era ancora troppo caldo e sarebbe stato necessario trainarmi dietro troppi litri d’acqua.
Inoltre la parete mi era sembrata troppo liscia e strapiombante. Scelsi la parete Nordovest del Half Dome, la montagna per eccellenza simbolo della valle, con una stranissima forma a cupola tagliata nettamente a metà come mezzo zuccotto di gelato.
Ero nel Tis-sa-ack della leggenda indiana, dove si narrava che una bambina voleva prendere la luna e salì così sulla cima della montagna, ma, visto che non era capace di raggiungerla, si mise a piangere e le sue lacrime formarono delle lunghe righe nere piene di tristezza lungo la parete e scesero a valle in un lento ruscello che andò a formare il Mirror Lake, dove il turista attento poteva scorgere, tra lo specchiarsi del Half Dome, la montagna che piange, il volto triste della bambina e di tutta la sua gente che vide la bella valle invasa da palazzi in cemento e strisce di catrame che la percorrevano tutta.

Dedicai cinque giorni all’Half D0me e fu proprio in quella scalata che mi resi conto che cosa magnifica fosse arrampicare a Yosemite.
L’alpinismo è un’espressione umana che lascia l’interlocutore diretto, la montagna, indifferente ed insensibile a tutto ciò che lo scalatore compie.


È infatti l’uomo che vi crea le sue vittorie e le sue sconfitte, con un puro gioco di termini, dove il terreno di gioco serve ad aumentare o diminuire la qualità della prestazione. La sensazione fu che l’arrampicatore californiano non gli importasse di raggiungere una vetta, in quanto era l’azione il fine ultimo della sua attività e quella la poteva ritrovare anche solo su due lunghezze di corda, oppure su di un masso.

Probabilmente se io avessi scalato la cima dell’Half Dome per la via diretta, primo degli europei, laggiù al Campo Quattro non sarebbe importato a nessuno ed io non avrei potuto camminare a testa alta, come accadeva in Italia nella sede della mia sezione del CAI, sentendo gli altri commentare sommessamente: “Quello lì ha scalato l’Half Dome”.

Senza dubbio era un modo diverso di andare in montagna e lo stavo apprendendo lungo le fessure della Crescent Crack e sugli altri passaggi della via.
Subii immediatamente il fascino di quella valle che mi avrebbe portato a tornarvi per ben nove volte, più per rivedere me stesso e la mia attività sotto una nuova ottica, che per cercare le cime di quelle montagne sotto ai miei piedi.
Fu bello aver raggiunto la Big Sandy Ledge e trovarsi comodamente seduti, dopo aver scalato una muraglia del genere e vissuto le paure passate su di essa.
Nonostante fossi nella California dell’uomo e del progresso, la natura aveva voluto far sentire la sua potenza per ridicolizzare ancora una volta le conquiste, o quelle che noi riteniamo tali, cercando di nascondere ai nostri occhi tutto ciò che non saremo mai riusciti né a vincere né a scoprire, ricordandomi immediatamente che ero parte integrante di essa e non il suo dominatore.


Una forte scossa di terremoto aveva fatto tremare tutta la parete, proprio mentre ero in arrampicata libera, incastrato in una fessura. Qualche minuto dopo un’altra scossa aveva fatto cadere Marco per una decina di metri, mentre i dadi ed i chiodi si sfilavano dalle fessure che si allargavano e si stringevano.
Ricordare tutto, alla sera, sdraiato sulla cengia, mi parve solamente un lungo sogno.
Mi mancavano poche lunghezze di corda, anche se coincidevano con il tratto più duro della Regular Nordovest, erano relativamente facili, perché quasi tutte attrezzate, essendo una via classica e ripetuta. Il saccone da traino cucito dalla nonna di Marco pesava decisamente meno in quanto rimanevano solamente due delle molte mele che avevamo portato, due dei sedici litri di acqua, e non ci restava che due delle venticinque lunghezze di corda.
Sbucammo in cima tra un vociare di turisti e qualcuno un po’ sorpreso ci chiese da dove venivamo. Scendemmo velocemente per il sentiero attrezzato lungo due ringhiere di corde d’acciaio e raggiungemmo nuovamente il viottolo asfaltato.

Quella volta in Yosemite scalai altre vie e acquistai una certa esperienza del posto, così che quando giunsi in Italia venni dapprima investito dalle amarezze di Marco Preti, perché ero partito senza avvisarlo, e in effetti mi ero completamente scordato di farlo, e poi pregato di tornare là con lui per scalare EI Capitan, ora che il tempo era quasi perfetto.
Non me lo feci ripetere due volte, anche perché c’era la possibilità che venisse con noi Alessandro Gogna, il famoso alpinista che ancora non ero riuscito nemmeno ad incontrare: non che io fossi un grande adulatore dei nomi famosi dell’alpinismo, ma il progetto di scalare tutti insieme mi eccitava abbastanza.
Organizzammo tutto in una settimana, materiali e sponsor compresi, e di lì a poco mi ritrovai di nuovo sull’aereo per la California con Alessandro Gogna, sua moglie Ornella e Marco Preti.
Ritornavo cosi in quella valle, come in un posto di sempre, da vecchio intenditore, proiettando tutte le mie forze fisiche e morali verso la grande parete del Capitan.


Attrezzammo quattro lunghezze con corde fisse sia per renderci conto di cosa ci aspettava, sia per agevolare il primo giorno di scalata nel quale avremmo dovuto raggiungere le Mammoth Terraces.
Fino ad allora la terra californiana non era stata proficua, in quanto per l’alpinismo italiano l’unica cordata che aveva ottenuto un risultato era stata quella di Giorgio Bertone e Lorenzino Cosson, che avevano salito la via del Nose in un periodo in cui le tecniche degli Italiani erano abissalmente lontane dalle capacità degli americani.
Nonostante i grandi mezzi artificiali utilizzati, quello fu senz’altro un exploit grandioso che per lungo tempo nessun italiano avrebbe uguagliato, nonostante fosse iniziato un notevole movimento verso quei luoghi.

Preparammo tutti i materiali e l’acqua, che era la cosa più importante da portare in parete, poi i viveri e mille altre diavolerie tutte essenziali, tanto che il saccone, per il suo peso disumano, era quasi irrecuperabile lungo la parete.
Partimmo così verso quella che sarebbe stata l’avventura in roccia che nessuno di noi tre avrebbe dimenticato.

Arrampicammo per tutta la giornata, alternandoci al comando, velocemente ed in modo coordinato, recuperando il pesantissimo sacco attraverso le placche lisce ed i camini svasati della parete. Superammo Half Dollar, un camino rovescio che ci impegnò duramente, ed altri passaggi difficili che di tanto in tanto riuscivano ad incastrarci irrimediabilmente lo zaino da traino che, per le mie indiscusse doti di regista, mi era stato affidato. Peccato che la mia regia si limitasse esclusivamente ad un brutale sforzo di braccia, nonostante tutte le tecniche che Archimede, Leonardo e gli altri mi avevano messo a disposizione.
Arrivammo alle Mammoth Terraces con un discreto anticipo e decidemmo perciò di scendere alla Cengia del Cuore sulla quale avremmo bivaccato dopo aver attrezzato con una corda la lunghezza successiva. La notte arrivò veloce. Ci sistemammo nei sacchi piuma dopo aver costruito un parapetto con le amache a rete e consumammo una cena a base di formaggio giallo americano, tipo plastica, e di pane gommoso che dalla sua forma originale di filone si era ridotto alto come una sola fetta.

L’indomani il sole ci sorprese che stavamo ancora ultimando i preparativi per la partenza, ma recuperammo in fretta il tempo perduto.
Salimmo veloci un paio di lunghezze e ci trovammo all’inizio del grande pendolo che toccò a Marco Preti, il quale dopo parecchi tentativi correndo qua e là per la parete, riuscì a catturare la fessura della Hallow Flake che stava dall’altra parte.
Ci pendolammo fuori pure io e Alessandro Gogna. Incaricai il mio compagno di togliere la corda del saccone dalla fessura dove si sarebbe incastrata, ma non se ne ricordò affatto ed io me ne accorsi solo quando il sacco era inesorabilmente intrappoIato.


Sicuramente Alessandro non aveva mai sentito tante parolacce tutte insieme rivolte a lui e a tutti i grandi alpinisti. Pensai comunque di avere esagerato, soprattutto nei confronti suoi e, pronto a farmi perdonare, mi calai lungo le corde fino a raggiungere, in un vuoto abominevole, il saccone dentro alla fessura.
La fatica disumana che avevo dovuto sostenere mi aveva reso praticamente incapace di sostenere i tiri successivi da capocordata, così che, alle prese con un camino non eccessivamente difficile valutato 5.7, dovetti cedere il comando a Gogna, che ci portò al di sopra dell’Orecchio del Capitano.

Gli inconvenienti della giornata ci avevano fatto perdere molto tempo, ed il forte sole che picchiava dritto sulla parete aveva ridotto Alessandro in condizioni instabili di salute. Tutte le speranze di arrivare ad un buon terrazzino per la notte erano dunque concentrate nelle mani di Marco, che doveva chiodare la “fessura doppia” prima di notte, e nelle mie, che dovevo recuperare a velocità supersonica i sacchi. Il buio arrivò prima che riuscissimo a raggiungere il bivacco e dovemmo proseguire a tentoni lungo il muro verticale.
Arrivammo all’Alcove, una caverna nella roccia, a notte inoltrata e ci preparammo veloci ad entrare nei sacchi per consumare il nostro pasto al riparo dal vento che si era alzato.
Alessandro non riuscì a mangiare e passò una notte insonne, così che al mattino era più stanco di quando si era coricato.

Il sole era tornato a picchiare forte sul Capitan ed ormai non potevamo più pensare di scappare verso il basso, perché la parete sotto ai nostri piedi era troppo strapiombante.
Ricominciai le fatiche a comando alternato con Marco, mentre Alessandro doveva rimanere dietro le corde a causa del suo stato di salute. Una lunghezza fu particolarmente penosa per lui, quella per arrivare al Block, un terrazzino inclinato verso il vuoto, dove solo una persona poteva rimanere sdraiata.

Recuperai il saccone e i due zaini che in condizioni normali i due che salivano dietro avrebbero dovuto caricarsi sulle spalle e, mentre Marco aiutava Alessandro a risalire a Jumar lungo la corda, preparai una tenda collegando i tre sacchi da bivacco per potervi sistemare Alessandro al riparo dal sole.
Marco ed io proseguimmo scarichi del materiale per fissare al di sopra le tre corde che avevamo con noi, per essere almeno un po’ più veloci all’indomani nell’uscire da quella muraglia infuocata.

Quella terribile giornata aveva influito molto sulle nostre risorse d’acqua e dei ventiquattro litri iniziali ne erano rimasti ben pochi. All’indomani sarebbe stato necessario un razionamento: un sorso ogni quaranta metri a noi due ed un paio a Alessandro, che dopo aver dormito sdraiato, mentre noi ci eravamo appesi dentro gli zaini per non scivolare giù, stava un po’ meglio al punto che volle guidare da capocordata la lunghezza del tetto.


Poco sopra, ad una sosta su staffe, mentre Marco arrampicava lungo una fessura strapiombante ed io recuperavo il saccone, Alessandro ebbe una crisi.
Era convinto che a causa della sete terribile, non ce l’avrebbe mai fatta. Quando lo zainone giunse a me estrassi l’ultima borraccia nella quale sul fondo erano rimaste tre dita di acqua e gliela porsi. Mi guardò e mi chiese come avrei fatto a resistere senza bere ed io, duro, gli risposi di finirla e mi voltai dall’altra parte per non pensarci più.

Raggiunsi Marco. Recuperai il saccone e mentre Alessandro riprendeva fiato su una sottile cengia una decina di metri più giù, partii per condurre l’ultima difficile fessura.
Marco, approfittando del momento favorevole in cui nessuno lo vedeva, aprì il saccone per bere l’ultima acqua rimasta e trovando la tanica completamente vuota, cominciò ad urlare impazzito che “io” avevo rubato l’acqua e che mi avrebbe picchiato.
Cominciò a tirare la corda che mi pendeva dall’imbracatura per tirarmi giù.
Alessandro, dal basso, ebbe un bel da fare, con quel filo di voce che gli rimaneva, per convincerlo che l’aveva bevuta lui quell’acqua e che io non l’avevo nemmeno toccata.
Finalmente Marco si convinse e mi liberò la corda lasciandomi proseguire verso l’altopiano.

Poco dopo raggiunsi la cima del Capitan, al termine di quella che ricorderò per sempre come la salita della grande sete.
Eravamo i primi italiani a scalare Salathè Wall, considerata in quei giorni la via più difficile del mondo.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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