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LA FUGA D'AMORE DELLA BELLA ANGELA

Una romantica avventura sui monti dell’Ossola


  Paolo Crosa Lenz 

Sono andato in Fajera.

E' un luogo tanto selvaggio che credo abbia pochi eguali nelle valli dell'Ossola. Pochi sanno che esiste o ci sono andati.
Eppure c'è.
A due passi (ma sono ore di cammino impegnativo) da ferrovie e autostrada.

Fajera è un ampio fornale, ripidissimo e cosparso da sassaie che emergono da un bosco stentato, nel vallone di Nibbio in Bassa Ossola.
Anche gli escursionisti (sono pochi, ma qualcuno c'è) che risalgono il faticoso vallone per raggiungere le Bocchetta di Valfredda, non si accorgono dei balmi di Fajera perché sono defilati, distanti solo un centinaio di metri dal corso asciutto del torrente eppure invisibili.
Qualcuno ha letto di Fajera. La scarna letteratura sui Corni di Nibbio parla di quel luogo impossibile.
Lì, fra i sassi, i frassini e pochi castagni smilzi, è stata vissuta una storia d'amore lunga una vita. Una storia d'amore che è diventata leggenda: la leggenda della "Vegia dul Balm".

Siamo agli inizi del secolo.
Lei si chiama Angela Borghini di Anzola ed è una donna bellissima, la ragazza più bella del paese.
Lui si chiama Michele, è già sposato, ha un figlio e fa il boscaiolo.
La leggenda non dice come, quando e perché, ma i due si innamorano.
La comunità locale non accetta questo amore illegittimo. I due abbandonano la società degli uomini e vanno a vivere in Fajera: sotto un balmo, con un gregge di capre e nient'altro.
Per tutta la vita.
Quando il Michele muore, l' Angela lo trasporta per un tratto nel gerlo del fieno, poi sfinita lo lascia e scende a Cuzzago a chiedere aiuto.
Al primo che incontra si rivolge con parole scarne ed essenziali: "L'è mort Miché. A gni sù tòl, o al sutèri beli là ?" (E'morto Michele. Venite sù a prenderlo o lo sotterro là ?).
Alcuni del paese salgono a raccogliere il cadavere e, avvolto in un drappo di tela appeso ad una stanga, lo portano a seppellire.
L'Angela, rimasta sola, torna alla sua balma tra i monti a condurre, per altri lunghi anni, una vita di solitudine. Un inverno, si racconta, una valanga seppellì il balm e l' Angela rimase giorni sotto la neve; un'altra volta le rubarono le capre. Ormai vecchia e ingobbita dalle fatiche, nel 1931 scenderà a morire in ospedale.

Questa è la storia, scabra ed essenziale come le rocce dei Corni di Nibbio.
Sono andato in Fajera.
Per inseguire la bella Angela, per vedere dove visse, per capire quanto fu forte il loro amore. A guidare quel gruppo eterogeneo che insegue una leggenda (un giornalista vagabondo, un fotografo curioso, un cineoperatore, un climber, un escursionista d'antico pelo con la figlia diciottenne) è Felice Ghirighelli di Cuzzago.
Queste montagne sono il suo regno, conosce ogni sasso e scopre ogni traccia men che visibile. Anche i Corni di Nibbio hanno i loro alpinisti, gente che ti parla della "via normale" al Lesino (ma quanti lo salgono?).

Partiamo.
Da Cuzzago, un buon sentiero recentemente ripristinato porta a "Sass Grand", una croce solitaria, pochi fazzoletti d'erba ingiallita, qualche rudere.
Abbandono antico. Dopo un'ora di cammino siamo già fuori dal mondo. Salendo al "Mot Gianin", in un canalone osserviamo una decina di camosci che fuggono infastiditi dal nostro vociare. Sono luoghi non segnati in cartografia, nemmeno degni di un nome ufficiale.
Solo pochi vecchi del luogo li ricordano per le fatiche di gioventù: posti da capre e manzetti, sentieri troppo impervi e pericolosi per le mucche da latte.
Eppure pendii preziosi dove un tempo si sfalciava l'erba di rupe. Il "Mot Gianin" è una piramide rocciosa che sostiene un breve piano erboso.
Da lì si vede il vallone di Nibbio, il solco lontano del torrente che lo percorre e, al centro del ripido pendio, un enorme masso: il "Balm d'la Vegia".
Ci sono solo sassi, boschi ripidissimi e scivoli d'erba viscida.
Fin sul "Mot Gianin", la bella Angela portò il corpo senza vita del suo Miché.
Poi, sfiancata dalla fatica, scese a valle a chiedere aiuto.
Forse il primo aiuto dopo la fuga d'amore.
Forse l'ultimo estremo atto d'amore.

Iniziamo la discesa verso il balmo.
Il pendio è talmente ripido che dobbiamo attaccarci alle ginestre e agli alberi.
Al centro del fornale troviamo una traccia di sentiero, risaliamo un tratto fra le rocce per arrivare a Fajera. Sembra impossibile che una donna non più giovane abbia portato nel gerlo un cadavere per questi catapicchi.
Eppure è successo.
O almeno la leggenda ce lolascia credere.

Fajera appare all'improvviso nel bosco: due metri di piano davanti al balmo.
"Balm": un masso aggettante, scavato alla base, sotto cui trovano posto brevi tratti di muro a secco. Accanto, sotto la stessa balma, altri muri raccontano di una stalletta per le capre e le pecore. Di fianco, un balmetto per le galline. Poco distante, sotto un altro sasso, un ricovero per il fieno.
Tutto qui, tutto sotto i sassi.
Poco sotto, nel bosco, affiorano i resti di qualche accennato terrazzamento (poche patate per un lungo inverno).
Attorno solo pendii ripidissimi, qualche raro castagno, un rettangolo di cielo fra pareti strapiombanti.
Ci guardiamo negli occhi, in silenzio. Anche la leggenda più bella e l'amore più forte non hanno potuto vivere qui. Eppure è storia.
L'epilogo della vicenda della bella Angela risale agli inizi degli anni '30. Sono passati 60 anni e abbiamo ancora ritrovato i pochi oggetti di quella vita: una roncola corrosa dalla ruggine, una scodella di latta slabbrata.

Oggi la balma è ancora utilizzata: all'interno ci sono graticci di frasche per dormire coi sacchi a pelo, un cancello di noccioli impedisce alle capre o ai camosci di entrare. Un bivacco di cacciatori o, più facilmente, di bracconieri.
Lì vicino abbiamo visto altri due camosci.
Niente più amore in questo luogo sperduto fra le montagne.
Sono quattro ore di cammino buono da Cuzzago al "Balm d'la Vegia". Più di due per scendere lungo il vallone di Nibbio, cercando la via tra massi giganteschi, saltando e scivolando tra l'uno e l'altro: il cielo è sempre un rettangolo lontano, le pareti sono sempre più incombenti, il bisogno di luce e di spazi aperti diventa forte. Altro che vivere una vita !

Passiamo accanto al "Balm di tri foi", con la volta annerita dal fumo, poi scendiamo sotto il "Frà", un monolito roccioso affusolato e sghembo che somiglia ad un frate in preghiera, arriviamo al "Prà d'la val", oggi un boschetto disordinato invaso dai rovi che un tempo dovette ospitare qualche fazzoletto d'erba.
E siamo a Nibbio, alla luce, all'aperto.

Fajera è ormai lontana.
Indistinta nell'immensità dei dirupi, invisibile come l'isola non trovata. Abbiamo distrutto in noi una favola bella.
Abbiamo scoperto un luogo dove la poesia non ha mai albergato.
Solo dura sopravvivenza quotidiana.
Eppure, il ricordo dell'estrema fuga d'amore della bella Angela ci addolcisce la stanchezza.



  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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