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I LIGURI E LE MONTAGNE

Caratteri di un’identità


  Annibale Salsa 

Andare alla ricerca dell’identità di un popolo è un’esigenza sempre più avvertita nella società odierna, che si sente orfana delle microidentità di villaggio proprie delle società tradizionali. Questa voglia di riscoperta e di appropriazione del sentimento di appartenenza ad una qualche comunità “etnologica” degenera talvolta in forme o manifestazioni di “etnicismo” che finiscono per produrre e riprodurre identità inventate con il solo obiettivo di difendere una presunta “purezza”.
E allora si evocano ragioni genetiche o tipicità ascritte alla sfera naturale biologica, allo scopo di rafforzare il teorema di un’identità immutabile attraverso il ricorso a tentativi di “entificazione” e di mitizzazione delle origini. Ad un tale approccio organicista ed etnicista, storicamente datato, i più recenti sviluppi delle scienze umane e sociali rispondono con alcune aggiornate puntualizzazioni interpretative:

la cultura in senso etnoantropologico è un processo di costruzione sociale che avviene per acquisizioni, contaminazioni e ibridazioni;

la dinamica culturale è influenzata dall’insieme delle costrizioni esterne ed ambientali di fronte alle quali mette a punto strategie più o meno sofisticate di adattamento (organizzazione sociopolitica, rituali, dispositivi simbolici, consuetudini alimentari, sistemi di parentela, pratiche religiose, saperi selezionati attraverso l’esperienza ecc.).

Tuttavia, alla base della costruzione dei caratteri identitari di un popolo come di un individuo, vi è un incessante processo di differenziazione o per adattamento o per autopoiesi. Diventa facile, allora, comprendere le ragioni per le quali, nell’attuale “società dell’incertezza” (come è stata definita dal sociologo Bauman) o della “modernità in polvere” (secondo l’altrettanto efficace espressione dell’antropologo Appadurai), ci si affretti ad applicare etichette rigide ma rassicuranti.
Ho voluto far precedere le mie riflessioni sul popolo ligure da una premessa di carattere teorico-metodologico allo scopo di favorire un’analisi criticamente vigile su temi e problemi che oggi rischiano – per le ragioni sopra indicate - di essere fagocitati da letture folcloristiche ed affrettate.

Sulle origini del popolo ligure, uno dei più antichi dell’Europa pre-celtica, molto è stato detto senza che sia stata rimossa però l’aura di mistero che avvolge ancora i Liguri della preistoria.
Ma, è soprattutto con i Liguri, quali artefici di una storia che va dalla romanizzazione fino agli anni ’60 del secolo appena trascorso, che occorre confrontarsi per capire meglio un territorio così vario e complesso in una fase di disgregazione delle culture locali tradizionali come l’attuale.

Il rapporto tra i Liguri e le montagne, in particolare, merita un approfondimento circostanziato anche per riportare su di un piano di maggiore realismo caratteri che hanno segnato profondamente la costruzione dell’identità ligure attraverso il tempo.
Una certa rappresentazione stereotipata che ha colonizzato l’immaginario collettivo turistico, soprattutto extra-ligure (ma non solo), tende a rappresentare la cultura ligure (o meglio le culture liguri) in rapporto con il mare ed le sue attività. Le montagne che si stagliano alle spalle della fascia costiera sarebbero “meri accidenti di natura”, territori posti fuori della sfera di interesse delle popolazioni.
Da ciò deriverebbe il paradigma ideal-tipico della specificità marinaresca dei Liguri. Un altro pregiudizio antropogeografico deriva anche dall’identificazione tra frontiere amministrative e frontiere culturali.
Ciò significa che le culture liguri non coincidono con i confini amministrativi dell’attuale Liguria. Nella ricerca etnografica è invece importante prestare attenzione, attraverso il confronto con i nativi, a ciò che costituisce la rappresentazione sociale dello spazio simbolico dell’appartenenza, vale a dire la geografia soggettiva dell’immaginario popolare.
Sarebbe interessante capire con che cosa si identificava in passato lo spazio culturalmente condiviso nella percezione personale degli abitanti tradizionali delle diverse aree liguri.
O come variavano le modalità di rappresentazione del territorio “regionale” in base alle tipologie professionali.
Ricordo, in proposito, alcune interviste da me condotte nei non lontani anni ’70 tra vecchi contadini del Ponente ligure da cui traspariva la convinzione che la Liguria terminasse a Genova mentre, da parte di contadini del Genovesato, il limite veniva spostato al Passo del Bracco. Inoltre, può essere altresì interessante domandarsi in che misura la Liguria dei pescatori e dei naviganti si differenziasse dalla Liguria dei contadini: i codici culturali variavano in base a ragioni “etniche” o all’esperienza vissuta della quotidianità?
In tal senso, una separazione netta fra attività marinaresche ed attività rurali non si è quasi mai riscontrata tra i Liguri di Levante dove la contiguità spaziale tra monti e mare è quasi un incontro/scontro (Cinque Terre). Viceversa, la Liguria occidentale presenta una maggiore estensione territoriale tra costa e retroterra e quindi una grande varietà (oggi in via di destrutturazione e deculturazione) tra modelli di cultura legati alle attività del mare e mentalità montanara, in particolare alpina.
Qui, più che a Levante, le relazioni con l’entroterra montano sono state da sempre intense e coinvolgenti. Si pensi al ruolo polarizzante del Monte Bego, la montagna sacra degli antichi Liguri, il più importante baricentro delle attività pastorali transumanti, dove convergevano cinquemila anni fa rivieraschi ed ultramontani, portatori entrambi di livelli di complessità culturale già ampiamente differenziati.
Tali pratiche pastorali nomadiche sono peraltro giunte fino alla fine degli anni ’50 dell’ultimo dopoguerra.
Gli ultimi pastori della “terra brigasca” (una koiné linguistica e culturale che si è organizzata attorno alle valli del Monte Saccarello) si spingevano con le loro pecore di razza autoctona nelle bandìe costiere comprese tra Capo Noli e Cap d’Antibes durante i mesi invernali, per risalire le valli delle Alpi Liguri e Marittime verso gli alpeggi (morghe, vastère e vaì) della Cima di Marta e di Pietravecchia, del Monte Fronté, del Saccarello, del Garezzo, fino al Marguareis ed al Mongioje. Durante tali spostamenti gli scambi materiali di prestazioni continuamente negoziate tra residenti e transumanti (il pascolamento delle pecore nelle “fasce” in cambio di mano d’opera per la raccolta delle olive: recampà e aurive) ha reso possibile il trasferimento di saperi, pratiche sociali, cessioni lessicali di impronta marcatamente alpina.
Montanari liguri raccoglitori di lavanda raggiungevano i mercati settimanali di Ventimiglia e di Oneglia percorrendo lunghe e tortuose mulattiere con i muli carichi di basti colmi di prodotti caseari (br?ss/bruzzu) e di erbe e fiori spontanei (oltre alla lavanda, stelle alpine, fiori di camomilla, di genziana ecc.). Un angolo di Alpi sulla Riviera che ricordo con stupore e meraviglia durante le mie frequenti presenze in età infantile tra Val Roya, Nervia e Prino.

Se ritorniamo ancora ai tempi antichi della “romanizzazione”, possiamo trovare testimonianze illuminanti sul legame stretto dei Liguri con le montagne e quindi sulla costruzione adattiva delle identità.
Come è noto, il popolo ligure antico non aveva il senso della nazionalità, cioè di un’unità e omogeneità linguistico-culturale, né possedeva un’organizzazione sociale e politica strutturata. Autori classici come lo storico Tito Livio o il geografo Strabone ci hanno fornito testimonianze documentali importanti in proposito.
La struttura dell’organizzazione sociale dei Liguri era infatti di tipo tribale, caratterizzata da unità sociali slegate fra di loro. Il territorio di insediamento originario si estendeva dall’Arno all’Ebro lungo il Mediterraneo e si spingeva alla cerchia alpina fino ad includere le Alpi Lepontine e a dividere con i Reti e con i Veneto-Illirici l’intera estensione delle Alpi. Se però vogliamo restare più aderenti alla realtà geo-culturale attuale, le tribù liguri che ci interessano direttamente sono quelle comprese tra la Lunigiana (Liguri Apuani) ed il Ventimigliese (Liguri Intemeli), passando per i territori dei Tigulli (Chiavarese), dei Genuati (Genovesato), dei Sabazi (Savonese), degli Ingauni (Albenganese). Le valli della Magra ad est e della Roya ad ovest (due “anfizone” di grande interesse per gli studiosi) rappresentano morfologicamente due importanti corridoi di penetrazione intra-montana spingendosi fino allo spartiacque principale appenninico la prima ed alpino la seconda.

Vie storiche medievali di arroccamento come la Via Francigena in Lunigiana o la grande via sabauda del sale attraverso il colle di Tenda, ridisegnate sui percorsi più antichi dei pastori, hanno posto i residenti di fronte alle difficoltà di attraversamento dei territori montani, consentendo loro di mettere a punto soluzioni tecniche altamente rivelatrici di una profonda conoscenza della montagna. Il modellamento del terreno, trasformato in paesaggio culturale attraverso i terrazzamenti, ha portato la cultura montana dei Liguri della Valle di Vara a misurarsi direttamente col mare ed a creare quella sapiente fusione di saperi “terramaricoli” che trovano nelle Cinque Terre una magica sintesi. Nel territorio chiavarese, il bacino superiore dell’Aveto presenta ancora oggi scenari di ruralità montanara rivelativi di una profonda e radicata “montanità” dei suoi abitanti.

Mi piace, a questo proposito, sottolineare il significato del concetto di montanità per sgomberare il campo da facili generalizzazioni.
Una delle più insidiose e fuorvianti è quella secondo cui avere un territorio punteggiato di montagne (come in molte regioni d’Italia) implichi – quasi per automatismo – essere portatori di cultura montana. La costruzione di una cultura della montagna è, infatti, strettamente legata ai modelli di insediamento colonico, in particolare ad una accentuata stanzialità rurale (sedentarizzazione agricola) e quindi alla presenza di insediamenti sparsi sul territorio montano che obblighino gli abitanti a vivere e convivere con le costrizioni ambientali.
Attraverso tali adattamenti prolungati nel tempo si vengono a stratificare abitudini e consuetudini tali da tradursi in veri e propri codici normativi (modelli culturali) capaci di fare emergere, mediante procedimenti di selezione e differenziazione, caratteri ascrivibili a presunte identità.
Ebbene i Liguri, proprio per tali caratteristiche insediative, hanno plasmato nel corso dei secoli queste peculiarità, certamente non generalizzabili, non riducibili ad un unicum identitario comune, ma rintracciabili qua e là per la Liguria secondo una geografia variabile.
I monti alle spalle di Genova hanno anch’essi rappresentato punti di riferimento importanti per gli abitanti della Superba. Le valli del Bisagno e “della” Polcevera (da declinarsi al femminile come “la” Roya) sono entrate nel paesaggio interiore dei Genovesi alla stregua di montagne fuori porta e vie di accesso strategiche all’Oltregiogo.
Ma hanno altresì creato dipendenza materiale da parte degli abitanti del capoluogo ligure per le vitali necessità di approvvigionamento alimentare. Interessanti in proposito sono le “neviere”, grandi buche rivestite in pietra e scavate in prossimità delle creste spartiacque per la raccolta della neve da trasformare per compressione in ghiaccio e da destinare quindi al fabbisogno estivo della città. Lo stradario genovese fornisce ancora oggi, emblematicamente, l’indicazione nel cuore del centro storico.

Se ci spostiamo più ad ovest incontriamo, quasi al centro dell’arco ligure, il vasto altopiano del Monte Beigua.
Luogo che, per ragioni toponomastiche (oronimo), si apparenta con l’omologo Bego, richiamando elementi fondamentali della sacralità orofila. La presenza di reperti archeologici (megalitismo) testimonia l’esistenza di culture montane specifiche (Alpicella) a ridosso dell’importante massiccio dove lo spartiacque principale padano/marittimo si avvicina maggiormente alla costa realizzando in pochi chilometri in linea d’aria (minimo 3 alla Punta de l’Aguggia tra Arenzano e Vesima) un dislivello di oltre mille metri.
In questi limitati spazi l’intreccio culturale tra montagna e costa è stato in passato fortissimo: pratiche di fienagione, alpicoltura, forestazione. I boscaioli “olbaschi” (di Olba/Urbe) erano conosciuti ed apprezzati fuori regione come portatori di competenze tecniche strettamente legate alla “montanità”.

Come si diceva precedentemente, la penetrazione romana nel territorio dei Liguri ha fornito preziose informazioni sul nostro popolo.
Come è noto, l’espansione romana si arresterà per molto tempo nel sito di Vada Sabatia (attuale Vado Ligure) e Savona verrà identificata come la porta di ingresso del sistema alpino: Savo Oppidum alpinum (Tito Livio, Historiae).
La ragione di questa battuta d’arresto romana nel territorio dei Liguri Sabazi trova la sua documentata spiegazione proprio nel rapporto stretto tra montagna e genti liguri. Un rapporto che, ad Occidente del punto di massimo abbassamento della displuviale montuosa o “depressione savonese” (dove è stato individuato storicamente e geograficamente il confine tra Alpi ed Appennini), si fa più determinante e coinvolgente.
Qui si trova anche l’ultimo accesso più facile verso i territori della Liguria interna che storicamente andranno a costituire il futuro Piemonte.

Ad ovest di Savona, invece, la catena pre-alpina inizia con il tormentato altopiano calcareo finalese, segnato da forre e pareti strapiombanti (Malpasso), dove la progressione diventa impossibile e richiede l’apertura di percorsi interni, allora selvaggi ed impenetrabili.
Proprio le tribù liguri di queste zone erano coalizzate nell’arrestare con i mezzi a loro più congeniali l’avanzata dei “foresti” e così le continue imboscate renderanno questo percorso quasi proibitivo per i Romani.
La Gallia transalpina era infatti più facilmente raggiungibile attraverso i corridoi vallivi della Valle di Susa (Monginevro) e della Valle d’Aosta (Piccolo San Bernardo), una volta raggiunto il compromesso “politico” con re Cozio o dopo il genocidio dei Salassi.
Restava così irrisolto il problema dell’attraversamento del Ponente ligure, duramente presidiato dai Liguri Comati o Capillati, veri e propri custodi selvaggi della Liguria occidentale alpina. Quando nel I secolo d.C. l’imperatore Augusto decreterà la fine delle ostilità e l’avvento di un lungo periodo di pace tra le montagne delle Alpi, la costruzione del Trofeo sul colle della Turbìa (fr. La Turbie, storico punto di incontro tra Liguria e Provenza), sancirà la definiva sottomissione delle popolazioni alpine ed in particolare di quei Ligures montani che dell’identità alpina avevano fatto una ragione d’essere. L’elenco completo delle tribù alpine - e liguri in particolare - fa ancora oggi mostra di sé sul monumento augusteo nel territorio dei Liguri Intemeli.

Se dalla storia lontana, ma vicina al tempo stesso, passiamo a considerazioni riconducibili a dati etnografici ancora rintracciabili nonchè alle relative considerazioni socioantropologiche, permanenze di cultura alpina sono ancora rinvenibili nelle valli superiori dell’Arroscia, dell’Argentina e della Nervia, oltre che della Roya, annessa alla Francia a seguito del Trattato di pace di Parigi del 10 Febbraio 1947 ed il cui effettivo rattachement è avvenuto il 16 Settembre dello stesso anno. Il caricamento degli alpeggi, secondo la pratica dell’Alpwirtschaft (Alpicoltura), in perfetta analogia con la cosiddetta transumanza minore stagionale (verticale) bovina praticata soprattutto nelle Alpi, trova riscontro in Liguria solo e soltanto in queste aree ancora punteggiate di maggenghi (borgate di stazionamento primaverile quali: Valcona, Monesi, Le Salse, Borniga ecc.) che sono le tappe obbligate prima della salita agli alpeggi (margherìe di Loxe, di Tenarda, dei Boschi ecc.).

Quale migliore prova si potrebbe addurre per confermare lo stretto legame che unisce i Liguri alle montagne?
Il territorio ligure, a cavallo tra i due grandi sistemi montuosi delle Alpi e degli Appennini, ha plasmato i suoi abitanti rendendoli partecipi non soltanto di due mondi apparentemente contrapposti: le montagne ed il mare, ma anche di due diverse culture della montagna, l’appenninica e l’alpina.

Pertanto, sulla base di tali considerazioni, mi pare antropologicamente corretto parlare di due fondamentali vocazioni montanare che, pur nella diversità dei modelli, fanno comunque riferimento alle montagne, anche se sempre più esposte alla disintegrazione culturale indotta dalla modernizzazione. Rimango comunque convinto che la presunta marginalità della montagna ligure, sia a Levante che a Ponente, più che un accidente geografico rappresenti una deriva culturale. Occorre, se si vuole salvare l’aspetto montano residuo della gente ligure, riacquisire la consapevolezza di questa specificità. E ciò sarà possibile riportando la montagna ligure al centro dell’attenzione politico-culturale ed amministrativa e favorendo il necessario riequilibrio tra entroterra e costa.

I Liguri delle montagne (prima che spariscano definitivamente) potranno allora recuperare l’orgoglio e la consapevolezza di essere i veri custodi di un territorio difficile che deve essere presidiato con convinzione anche nella speranza che nuovi “montanari” possano in futuro tornare a colonizzare il nostro arrière pays (entroterra).


Annibale Salsa è presidente Generale del Club Alpino Italiano e docente di antropologia culturale e filosofica presso l’Università di Genova.



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  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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