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PERCORSI INUTILI (parte seconda)


  Alessandro Gogna 

(link alla prima parte...)

2002
Il 28 marzo 2002 i due traditori arrivarono da Sassari: era un’ora tale da non permettere grandi cose. Così ci precipitammo al Pilastro Marragone che, con il suo accesso pedestre inesistente, poteva garantirci almeno qualche tiro. Il sole non era più tanto alto sull’orizzonte, tirava un po’ di vento e non faceva caldo. Qualche raro pastore passava in macchina, rallentava, poi proseguiva. Qualcuno andava alle fonti Settiles per fare rifornimento di acqua buona. Vedemmo subito il diedro d’attacco e una possibile continuazione per fessure e tafoni. Ne uscì Furto a Nieddu, una via magnifica di quattro tiri. Il nome si riferisce al fatto che il pilastro era un ripiego, avevamo un pomeriggio libero, vivevamo in zona e l’avevamo salito convinti che fosse basso e non molto interessante. La riuscita e la lunghezza della via ci avevano sorpreso: così eravamo riusciti a “rubarlo” in poche ore.
Pilastro Marragone


Marco continua: Questa Pasqua ci ritroviamo tutti e tre finalmente riuniti a Padru, ospiti dell’amico tedesco Markus e organizziamo “il lavoro”. Io e Lorenzo vogliamo aprire nuove vie il più possibile mentre Alessandro è curioso di ripetere le preesistenti, in breve l’accordo è fatto e passeremo dei giorni fantastici, bevendo poco e nutrendoci di sola roccia.
La via Black Hole è proprio quella che segna Punta dei Banditi, è una via fantastica, lineare, la più bella che si potesse fare su quella parete. Una volta entrati nella grotta si arrampica nel suo interno per 40 m (granito asciutto e pulito!!) con varie “finestre” che ne illuminano la scena e si esce in aperta parete da un buco superiore destro.
Era il 29 marzo 2002 e potrei aggiungere che, nei rispetti della relazione, le lunghezze di corda sono un po' sovradimensionate, come pure il dislivello, ma per il resto tutto coincide perfettamente. Quella citazione della cresta SSW avrebbe lasciato supporre che ci fosse una relazione anche per quella (la cresta di destra la vedevamo e ci piaceva): eppure nella busta originale trovata al CAI non c'erano altre relazioni. Ora bisognerà parlare con questo Ricci... C’è da notare anche che non abbiamo trovato il chiodo di fermata della S1 e che nella relazione non si parlava di spit.
In cima c’eravamo aggirati per le bellissime vasche di granito piene d’acqua, poi quasi a malincuore scendemmo con un po’ di facile arrampicata e una corda doppia da 50 m sul versante orientale. L’avventura del giallo del buco era davvero finita ed io ero gonfio di ammirazione per coloro che ce l’avevano regalata. Tornando alla base, già controllavamo se per caso si poteva aprire un itinerario che superasse la parete completamente esterno: ma non c’erano grandi speranze, neppure con il binocolo che infatti, per dirla con Gabriele Boccalatte, «ingrandisce solo le difficoltà».
Il caldo sole della giornata aveva fatto evaporare i migliori profumi della macchia: mirto, corbezzolo, lentisco, ginestra e chissà quante altre sembrava volessero insinuarsi nel cervello con una dolcezza indescrivibile. Marco, che studia botanica, mi elencava nomi di fiori e piante, ma a me sembrava di essere tornato tanti anni indietro, quando mi aggiravo per l’isola con lo scopo di scrivere un libro. Adesso non avevo più un obiettivo, mi sembrava di sfiorare la felicità: e quando sarei arrivato a casa sarei stato con gli amici a guardare le bambine giocare, a bere vino e godere del sole al tramonto. Quella era la vita che desideravo.

Marco continua: Ma si sa che la fame viene mangiando e così il giorno seguente siamo sulla via Per Elena, sempre di Soregaroli, Ricci e Serafini. Questa aveva difficoltà inferiori alla precedente e forse per questo rimarremo tutti fregati! Gogna comincia a scoprire che il primo VI- è un buon VI (un alberello, indispensabile appiglio, mi cede e io ci volo anche), segue Lorenzo e trova un VII anziché un VI (per via di una sua piccola variante). Si ferma in una sosta scomoda ma l’unica possibile e noi lo raggiungiamo. Alessandro scopre che gli apritori sono passati leggermente più a sinistra di dove siamo saliti noi, e su placca (comunque difficoltà sempre di almeno VI+); nel frattempo Lorenzo, prima di continuare, si studia il suo tiro strapiombante su lame fragili e vuote di IV+. Alessandro è in sosta con me e sembra che abbia voglia di stare comodo.
Per me le corde sono come oro colato, le curo, le pulisco e quando le sposto le metto in una confezione impermeabile. Alessandro invece comincia a rovistare come un cinghiale nella fessura colma di terra e felci che gli si trova innanzi e io guardo inorridito la mia bella corda rossa diventare marrone e poi scomparire sotto un cumulo di terra gonfia di humus. Faccio sicura a Lorenzo e ogni tanto guardo Gogna a bocca aperta, come una mucca che guarda il treno che passa, ma lui forse se ne accorge perché ha il coraggio di proferire «Eh sì, così poi stiamo meglio, no?!».
Segue una calata nel vuoto per raggiungere un masso incastrato e sostarci sopra e poi mi tocca una splendida placca di 20 metri improteggibile, con uno spit dell’88 alla base e un chiodino a lama ondeggiante in uscita. Sestomeno dice la relazione e salgo concentrato. La placca ha un po’ di licheni e all’inizio riesco anche a pulirla prima di appoggiarci la scarpetta ma poi bisogna andare e basta. Correre sul lichene e il granulo che si sfalda per raggiungere l’unico appiglio della placca: un quarzo sporgente. Ma appena arrivato vicino mi scivola un piede, il suono aspirato dei miei amici in basso mi ricorda il “rischiodifarmimale” ed è solo grazie a quel grugnotto di quarzo che, preso al volo, riesco a non cadere. La via è tutta così, un susseguirsi di emozioni e di domande su chi era questa Elena cui è dedicato l’itinerario, sino a raggiungere la vetta di Punta Muzzone «Ogni tanto bisogna ripetere le vie degli altri per capire quanto si è bravi (frase storica proferita sulla vetta)».
Pilastro Marragone


Anche qui potrei aggiungere che le lunghezze di corda sono leggermente abbondanti, come pure il dislivello, ma per il resto tutto coincide ancora una volta perfettamente, a parte che anche per questa via la relazione originale non parla di spit se non per la vetta (il che potrebbe ridimensionare l’affermazione di Marco sui «minchioni»!). Quella volta preferimmo scendere sul versante orientale con una breve doppia di 20 m e, dopo aver girovagato un po’, raggiungere il versante meridionale, per poi traversare brevemente alla base di Ayò e Il Giallo del Buco.
Scendendo nel canalino invaso dalla frana, aggirammo la base occidentale della Punta Muzzone per dare un’occhiata alla grande placconata, ripidissima, che costituiva ancora il grande problema della parete W: lassù in alto a sinistra vedevamo il piccolo segmento di placca salito poche ore prima, la quinta lunghezza della via Per Elena. Ci sembrava perfino più abbattuto del lisciume che ora avevamo sopra agli occhi. E, proprio partendo dal punto più basso, una fila di quattro vecchi spit faceva bella mostra di sé. L’ultimo faceva pendere un cordino slavato e sfilacciato, chiaro segno di ritirata.
Fu con emozione che facemmo quella scoperta. Chi era stato? Quale delle due cordate che ci avevano preceduto? O erano altri visitatori ignoti? Altro mistero destinato per il momento a dare sostanza alle nostre chiacchiere.
Il giorno dopo, con Lorenzo e Marco, ci recammo a Lanaitto, dove salimmo la via Eco Sospeso alla Torre Attesu di Fruncu Nieddu: un accesso di ore, ma ne valeva la pena, anche perché non ricordavo più come si arrampica su calcare. Marco era dolorante ad una mano per una pedata che Falk, per scherzo, gli aveva tirato la sera prima. Il lunedì di Pasqua lo passai finalmente con Guya e le bambine, un’epica mangiata all’agriturismo di Antonio. C’erano tavolini sparsi per tutto il cortile della vecchia fattoria, gente messa elegante era arrivata da ogni dove per il porcellino e per l’agnello pasquali. Le fronde delle querce m’impedivano di vedere le mie cime, che sapevo lì sopra, il brusio m’impediva di godere di quel silenzio che sapevo esserci a poche centinaia di metri. Ero felice, anche se la campagna sarda andava a chiudersi un’altra volta, perché Lorenzo e Marco se n’erano andati e il tempo era quasi finito.
Per Petra ed Elena, unitamente all’amica Alessandra, il soggiorno a Biasì fu una vacanza indimenticabile. Abitavamo sotto l’appartamento dei padroni di casa, ma rumori se ne sentivano pochi. Cavalli, passeggiate, giochi con gli altri bambini, tutto ciò che può servire per dimenticare una metropoli e il cittadino obbligo di lavarsi le mani.
C’erano anche altri ospiti, tedeschi, dei Morgenstern: nella casetta un po’ più bassa della nostra, isolata sulla stalla e circondata dai fiori. Una bellissima fanciulla dell’età della mia maggiore era chiaramente l’idolo di Milo, il gran figo dei maschietti. Della cosa si erano subito accorte le tre italiane e la poverina cadde nelle loro antipatie più profonde: la chiamavano strunz. Cosa fa la strunz, dov’è andata la strunz? Tutta colpa della strunz! Quella d’altra parte sapeva difendersi benissimo, dando con ciò ancora più colore agli umori e alle oscillazioni del gruppo.
Pilastro Marragone: la vetta


A sera guadagnavano intorpidite le brande e dopo qualche minuto gravava il silenzio più totale. Messi a letto gli altri due «bambinoni» più grandi, Marco e Lorenzo, per Guya e me arrivava la vera pace.
Nella casa non aveva fatto mai un gran caldo, ci eravamo aiutati con una stufa a gas: ma durante il giorno il sole fu sempre generoso, a parte gli ultimi due giorni. Proprio prima di chiudere casa e puntare ai traghetti di Olbia, il 3 aprile andammo tutti al vicino Monte Utaru Pisanu, vicino all’inserimento della provinciale nella superstrada per Olbia: Markus, Falk e Milo ci fecero da guida in mezzo ad una selva di bellissimi massi di granito: un percorso bello per tutti, compresi alcuni passaggi davvero atletici. Lì vidi che Markus sapeva arrampicare, eccome. – Qvesto pasaccio, molto tificile!
Petra, Elena e Alessandra si divertirono tra i blocchi, poi sembrava che ci fossimo persi, impossibile districarsi dal labirinto... metti il piede qui e la mano là, a volte il vento ci faceva urlare. Quando partimmo per Olbia, pioveva a dirotto e quindi ci dispiacque meno.

Quando mi appassiono ad un luogo o ad una serie di vicende in progress diventa per me assai naturale sviscerarne i contenuti, come se non fossi mai contento se non sapendo tutto ciò che si può sapere, poi dubitarne e infine ristabilire altre o le stesse verità. A Milano venni a sapere da Lorenzo Merlo che erano stati proprio lui e suo fratello a fare quel tentativo sulla parete W di Punta Muzzone, destinato a fallire perché effettuato dal basso. Altri arrampicatori sarebbero scesi con le corde dall’alto, avrebbero ripulito la placca con una spazzola di ferro e piazzato qualche spit a intervalli precisi. Questo è quello che si fa normalmente oggi, ed è proprio ciò che a noi non piace. Il loro tentativo fu senza dubbio senza grande convinzione e si arrestarono giusto in tempo per capire che non avrebbero potuto farcela senza piantare uno spit al metro.
Poi, controllando attentamente la tavoletta IGM, mi accorsi che la Punta Muzzone non corrispondeva alla Quota 528 m come descritto da Maurizio Oviglia. Questa era spostata ancora più a S, riprova ne era che la carta disegnava un altro rilievo, a metà tra le due, molto più corrispondente al vero per ciò che riguarda le distanze reali. Il circoletto era comunque un’isoipsa dei 520 m: così, anche lavorando di memoria e facendo conti con le lunghezze di corda, stabilii a 530 m c. la nuova quota, confinando i 528 m ad un rilievo che ospitava sul suo fianco una guglia assai rilevata, l’unica struttura a S della Punta Muzzone ad essere davvero notevole.


... continua... (link alla terza parte...)


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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