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PERCORSI INUTILI (parte terza)


  Alessandro Gogna 

2003
Già a febbraio dell’anno dopo le mie bambine mi chiedevano impazienti quando saremmo partiti per la Sardegna: fu «giocoforza» comprare altri biglietti e programmare un’altra vacanza a Biasì.
Una telefonata a Markus mi confermò che problemi non ce n’erano e che ci aspettavano. Anzi, c’era una sorpresa: allo stesso prezzo ci avrebbero dato la casetta con i fiori (quella della strunz, per intenderci).

Uno dei problemi più quotidiani fu subito quello del riscaldamento, come del resto era stato l‘anno precedente.
Ci sembra sempre di ricordare che d’aprile in Sardegna ci sia un gran caldo, salvo riscoprire poi che non è affatto vero.
La stufetta della nuova casa era poco più che un giocattolo e, soprattutto, nei dintorni c’era ben poca legna: tanto che se si doveva punire qualcuna per i motivi più vari, il castigo più comune era quello di «andare a far legna»; inoltre i locali non erano stati abitati per l’intera primavera, dopo le vacanze natalizie dei suoceri, quindi l’umido non perdonava: era bene accendere la stufa per asciugare i muri, anche se la temperatura non lo rendeva necessario.
E quindi si dormiva con tanto di piumone, coperta e copriletto.
Chi entrava alla mattina nella stanza delle bambine per svegliarle veniva tramortito da un maleodorante afrore di piedi, sudore e umido.
In verità quest’ultimo era il maggiore responsabile del fetore, ma ciò non bastava ad evitare che la sveglia ogni mattina fosse squillante, con una constatazione di finta meraviglia, «però, che odore di conigliera...», seguita dalla decisa apertura della finestra, con secco frastuono per far entrare con violenza luce e aria asciutta e pulita: che le nostre tre coniglie accoglievano con grugniti soffocati dopo essersi rintanate ancor più in profondità nei sacchi piuma.
Punta dei Banditi e Punta Muzzone, in piano medio La Nave, in alto dietro Monte Coltellaccio e Punta di lu Casteddacciu. La via di sinistra è Black Hole, quella di destra è il Giallo del Buco.


La colazione era un fiero pasto che lasciava sul campo briciole di biscotti e larghe macchie di latte e nutella.
Da fuori nulla lasciava presagire che dentro si svolgessero scene tali, perché dopo un breve vialetto a scalini leggeri, tra un bel prato e una siepe di fiori, si era davanti alla porta d’ingresso, con accanto tavolino tondo e sedie poste sotto ad una pergola.
Dall’altra parte era un bel terrazzo settentrionale, usato più probabilmente nei mesi estivi, sempre per una campagna davvero godibile.
L’intero appartamento appoggiava sulla stalla, i cavalli infatti ci tenevano compagnia per tutta la notte con agitar di froge e nitriti.
Ce n’eravamo accorti già dalla prima notte.
Eravamo stati avvertiti da Markus che la cavalla doveva partorire, magari non proprio quella notte e se sentivamo qualche rumore di non preoccuparci.
Era ancora buio pesto quando gli scalpitii raggiunsero livelli di furia inaudita, nitriti acuti si susseguivano senza tregua con disperazione.
Poi con le prime luci, voci concitate in tedesco, un misto tra i richiami e gli ordini perentori. Ecco, adesso partorisce, pensammo.
Invece no, da quel momento tutto tacque e inopinatamente riuscimmo a riprendere sonno.

Reduci dalla notte in traghetto, dopo una seconda nottata del genere eravamo piuttosto provati, qualcuno doveva spiegarci cos’era successo.
La ricostruzione dei fatti ipotizzò il parto più o meno verso mezzanotte, senza che nessun umano se ne accorgesse. Il puledro in seguito, senza volerlo, era rotolato sotto alla porta e quindi nel prato antistante.
La madre, legata alla catena e comunque spossata, non poteva seguirlo, anzi non lo vedeva affatto. Perciò si disperava facendo tutto il rumore possibile, e questo fino all’alba, quando la Suzy decise bontà sua di andare a vedere se tutto procedeva bene.
Nel prato giaceva il puledro fradicio di rugiada e di liquido amniotico, la cavalla sembrava volesse tirar giù la stalla a calci. Petra, Elena ed Alessandra nella loro conigliera non avevano sentito assolutamente nulla, ma al mattino la nascita aveva le qualifiche del grande evento, una processione di bambini curiosi e inteneriti accarezzava il neonato dalle zampe così magre e tremule.

La strunz quell’anno non c’era, con ciò privandoci di una discreta serie di gossip da fattoria.
Ma i motivi d’interesse alla vacanza non erano certo diminuiti, forse Milo si era accorto che le italiane non erano né brutte, né sceme né antipatiche.
Continue spedizioni alla scoperta dei boschetti circostanti venivano effettuate, tra urla e grida in due lingue.
Milo mostrava fiero le sue costruzioni in legno sugli alberi del circondario, rozze capannette, a volte pericolanti, in bilico a parecchi metri da terra. Dopo momenti del genere, con bambini che salivano assieme lassù e poi si spintonavano insultandosi, le lezioni di cavallo quanto a pericolosità erano un scherzo e si poteva tirare un sospiro di sollievo.
Aprile 2004. P.ta dei Banditi cresta SSW con tracciato via Elena piccola.


Petra cavalcava con scuola (e lo credo, con tutte le lezioni profumatamente pagate a Milano), fiera ogni volta che le concedevano di galoppare, sicuramente teneva più eretto il busto in sella che non in altre occasioni più normali, come lo stare a tavola; Elena, che del cavallo non poteva fregarle di meno, non rinunciava alla lezione ma si vedeva che pativa la bravura della sorella maggiore; in ultimo Alessandra cavalcava come una che fa il bagno in una vasca piena d’acqua e schiuma, svaccata come poche altre volte e con la testa altrove.
Le nostre apparizioni al supermercato di Padru erano rare ma, dati i prezzi, letali.
Meglio il macellaio, rubizzo e sempre incazzato con il figlio, che però ci serviva con impegno oppure l’ortolana gentile ma strabica e con un occhio di vetro.
Accanto alla macelleria, un pub raccoglieva tutti i giovani fumatori del paese che ti guardavano senza che neanche tu fossi ancora entrato: un locale che non invogliava alcuna visita.

Il 18 aprile 2003 Marco ed io decidemmo di aprire le ostilità, andando a vedere lo sperone SW della Punta dei Banditi, quello che non sapevamo se mai salito o no per via di quell’accenno nella relazione Ricci.
Alla fine della prima lunghezza, dal III al V grado, uno spit lucente e nuovissimo occhieggiava, tanto inutile quanto invasivo.
Negli immediati dintorni c’erano spuntoni e clessidre in quantità. Capimmo subito che non era stato piantato dalla mitica cordata Ricci-Serafini-Soregaroli, non era dell’annata giusta: in più era stato piazzato in un tratto d’arrampicata che non era il più difficile e neppure era una sosta, a circa 35 m da terra.
Come se qualcuno, per qualche motivo, avesse dovuto ritirarsi in fretta senza esercitare alcuna fantasia sul come farlo in sicurezza. La via continuava non difficile e, superato un bellissimo spigolo, giungeva alla base del muro finale, assai difficile e dal superamento logico. Un sesto grado dove si vedeva che nessuno era mai passato.
Concludemmo la giornata con una piccola ricognizione, slegati, sulla parete W, alla ricerca di una via diretta ed esterna; poi andammo a salire il facile torrione a nord della Punta dei Banditi, che chiamammo Punta d’India.

Il giorno seguente affrontammo il problema dello sperone meridionale della Punta Muzzone, una bella serie di risalti arrotondati e interrotti da tafoni.
Toccò a Marco superare un breve passaggio in artificiale, che non è né la sua passione né la sua migliore carta da visita.
Rendeva il momento emozionante il fatto che, se gli ancoraggi avessero ceduto, Marco sarebbe andato a battere su una cengia spiovente poco sotto. Ma tutto andò bene, anche l’uscita in libera per andare ad incastrarsi finalmente in un facile ma faticoso camino.
Il nome Via della Checca fu dato perché Marco era ed è a tutt’oggi convinto di essersi comportato come tale in quell’occasione.
Da vetta P.Muzzone verso Casteddacciu


Scesi da lì navigammo coraggiosamente nella macchia per raggiungere un altro bellissimo torrione, svettante subito a ovest della vera Quota 528 m.
La salita ci riservò momenti di dubbio sulla scelta dell’itinerario e di entusiasmo per la bellezza dell’arrampicata che, anche se breve (due lunghezze) era davvero estetica. In cima non c’era spazio per due persone, ma in compenso c’era un bel clessidrone che facilitò di molto le operazioni di discesa. Lo chiamammo Guglia di Petra.

La prozia Giovanna si era tanto raccomandata che Elena e Petra non trascurassero la funzione pasquale. Così, anche perché era due giorni che non stavo minimamente con loro, mi accollai il gradito compito di portarle a Messa. Verso le 10.30 ci trovammo nel bel mezzo di una festa religiosa particolare, con tanto di anticipo sotto forma di processione in giro per tutto il paese di Padru: la statua della Madonna veniva trasportata da giovani forzuti e compresi nella loro parte. Il prete, assistito da un folto nugolo di chierichetti, fece una bella omelia alla popolazione, che però spesso sorprendevo a dare occhiate di curiosità nei nostri confronti e subito dopo a parlottare nell’orecchio.
Finalmente entrammo nella bella e ordinata chiesetta, tipo barocco messicano con panche scomodissime.
Gli uomini a destra, le donne a sinistra: questa volta noi ci sistemammo in posizione assai arretrata, così da ridurre drasticamente il numero delle occhiate. Il sacerdote ci parlò ancora, con parole piene di buon senso: dalla porta cominciava ad entrare un vago odore di purceddu arrosto che la maggior parte delle donne del paese, che in ogni caso avevano di certo assistito alla messa di primo mattino, stavano giusto in quel momento preparando.
Alla fine della funzione, i fedeli sciamarono all’esterno, e noi con loro.

Avevamo una fame bestiale: così, raccolti a casa Marco e Guya, ci avviammo verso l’agriturismo di Antonio.
Laggiù l’eccitazione era al culmine, il sole e il bel tempo garantivano una bella festa all’aperto e comitive intere si erano date appuntamento per la storica mangiata. Nel vecchio forno a legna posto di fronte alla costruzione, quella rinnovata con le vetrate, ferveva grande attività. I cinque porcellini che il giorno prima Marco ed io avevamo visto appena scannati, ripuliti e bruciacchiati erano stati infilzati negli spiedi.
C’era un’aria da medioevo, una sagra laica temperata dai vestiti moderni, giacche, cravatte e vestiti di cotone sgargiante, nel fumo odoroso di ginepro ed altre spezie. In cucina, cuoche anziane e in carne davano gli ultimi tocchi a piatti preparati per giorni. Continuavano ad arrivare auto di grossa cilindrata, ma ormai non trovavano più neppure un metro d’ombra perché tutti i posti migliori erano già da un pezzo occupati.

Mi sorprese che la gente stesse tutta lì nell’aia, perfino i bambini non andavano ad esplorare muretti a secco e boscaglia vicina.
Nessuno dava la caccia alle lucertole, sembravano grandi e sorridevano poco. Il casino lo facevano gli adulti, si conoscevano quasi tutti e rigorosamente gli uomini stavano con gli uomini e le donne con le donne. E poi dicono che non ci sono più tradizioni... ci sono, ci sono, basta osservare bonari, senza giudicare.

Al di sopra delle classiche strutture che pian piano ci svelavano i loro segreti una vetta più alta spingeva più lontane idee selvagge di percorsi ancora più inutili. Una fascia di macchia un po’ scoraggiante avrebbe dovuto far accedere ad una barriera di granito disuguale ed esposta a sud ovest che solo in corrispondenza di un’anticima assumeva caratteristiche di problema d’arrampicata e alla cui sommità sembrava di vedere un grande arco naturale di roccia.
Sulle carte questa cima è chiamata M. Coltellaccio ma i locali la conoscono come M. Antoni Canu: vista da Biasì sembra perfino più alta del Casteddacciu, che si profila ugualmente elegante sulla destra. E l’anticima che dicevo è una quota, stimata 715 m.
Ci preoccupava quasi di più la marcia per raggiungerne la base che un’eventuale risoluzione del problema roccioso.
Non era una bella mattina quel 21 aprile, la pioggia sembrava minacciare da un momento all’altro, solo che giunti ormai al colletto dietro la Punta dei Banditi ci sentivamo autorizzati a meritarci moralmente una giornata asciutta.
Come tutti i territori apparentemente repulsivi da queste parti, se li si sa prendere per il verso giusto dopo un po’ rivelano passaggi insperati.
Questo si dimostrò vero anche quella volta, con qualche eccezione momentanea di lotta estrema nelle spine.
Dopo aver lasciato gli zaini su un sasso emergente dalla macchia, in corrispondenza di un nostro possibile ritorno dalla cima, nel grigiore più plumbeo giungemmo ad una grande nicchia rossastra alta circa 30 metri.
Dopo qualche indecisione iniziale ruppi gli indugi, attaccando un abbastanza evidente spigolo sulla sinistra della grande nicchia: il problema era che aveva piovuto nella notte e qualche tratto di roccia era un po’ bagnato. In più non era facile, per fortuna trovai qualche fessura da chiodare.
Alla sommità dello spigolo riuscii a traversare a destra su una cornice, proprio al di sopra del nicchione rossastro.
Giunto ad un ginepro capii che anche per oggi la via era risolta: dopo un piccolo anfiteatro si delineava un aguzzo spigolo tafonato, non particolarmente difficile, che portava diritti alla vetta.
Marco lo affrontò deciso, proprio mentre cominciava a piovere: ma si vedeva che non avrebbe fatto sul serio.
Alla fine della terza lunghezza, su roccia splendida, facile e già asciutta, mi ritrovai in vetta. Non avrebbe più piovuto.
Con calma ci guardammo attorno, mentre scendevamo a corda doppia nei pressi dello splendido arco naturale.
Poi proseguimmo camminando fino alla vetta del M. Coltellaccio, scendemmo sul versante meridionale opposto fino ad una Sella 720 m c. e da lì nel solitario valloncello ad ovest per recuperare i nostri zaini.
Battezzammo la via Profondo Rosso, per via della grande nicchia basale che sembrava impedirci il passaggio. Venimmo poi a sapere che quest’anticima ha un nome, lu Balcunaddu, per l’ovvio riferimento alla grande finestra naturale.
Alessandro Gogna sulla Guglia di Petra, aprile 2003.


Il giorno dopo, 22 aprile, fu la volta di quella prua di nave che tante volte, al tramonto, ci aveva colpiti per la sua eleganza di linea aguzza.
Peccato che lo spigolo non arrivi su una vetta vera e propria, ma sulla Quota 675 m c. del Monte Coltellaccio, ma osservarlo dalla Punta dei Banditi o dai dintorni era proprio bello. Anche lui si rivelò più facile del previsto, ricordo ampi buconi, clessidre e un’arrampicata aerea e non troppo impegnativa. Diventò la via del Piacere.
Scesi rapidamente per il canale a sinistra, decidemmo di non averne avuto abbastanza e affrontammo la grande fessura che si fa notare nella parte settentrionale e nascosta della Punta Muzzone, a sinistra della via Per Elena.
Evidente e sinuosa va a morire proprio sotto gli ultimi strapiombi giallastri della vetta.
Marco salì d’incastro l’intera fessura fino a che questa si allarga a camino. Ne uscì a destra in spaccata, poi non lo vidi più.
Quando toccò a me, scoprii che la fessura era divertente e le fessure lo sono raramente. Lo raggiunsi assicurato ad un grosso albero.
Purtroppo il tiro dopo non si presentava altrettanto bello. Evitando il muschioso camino soprastante, traversai a sinistra scavalcando uno spigoletto e salii una fessura piena di terra e alberi fino ad un blocco incastrato con alberi.
La terza lunghezza presentò il dubbio se seguire un ributtante camino liscio e strapiombante oppure preferire una più aerea scalata su placca e spigolo. Marco optò per questa soluzione, riuscendo in una tribolata performance di psiche salda: un tiro praticamente improteggibile. Poi l’ultimo tiro facile, in comune con la via Per Elena.
Felicemente Sprotetti fu il nostro commento e quello diventò il nome di questa bellissima via.

Il giorno dopo decisi di portare la truppa a vedere Capo Testa, non senza prima aver dato un’occhiata al turistico Capo d’Orso e alla sua roccia così emblematica.
Nonostante la giornata stupenda, le ragazze non avevano voglia di camminare, volevano solo sbattersi sulla prima spiaggia e pucciarsi in acqua. Io volevo arrivare alla classica insenatura di Capo Testa, quella sovrastata dalla parete rocciosa più importante, la Turri, e volevo arrivarci da Cala Spinosa, dove avevamo lasciato l’auto.
Sarà stato il caldo, ma dopo un po’ ci fu un litigio violento: io non riuscivo a sopportare il lassismo dilagante, loro volevano a tutti i costi fermarsi.
Finalmente arrivammo a destinazione, immusoniti e incapaci di sorridere alla vita. Ci pensarono due o tre gruppetti di punkabestia ad incuriosirci e a farci passare l’incazzatura.
Due decadi fa c’erano gli hippies, ma era cambiato poco. Eravamo appena ad aprile e già tutte le grotte erano occupate da tribù in pianta semistabile.

Il ritorno per la valle della Luna fu più rilassato: dopo una bella bevuta alla fontana, riuscii anche ad interessarle mostrando loro i sassi delle cave pisane e spiegando che per rompere il granito usavano fare quelle ben visibili serie di buchi riempiendoli poi di legno che gonfiavano con l’acqua.
Un po’ noioso fu poi il lungo giro per andare a recuperare l’auto.
Anche il giorno dopo Marco era assente per impegni di lavoro, così decidemmo di andare ancora una volta al mare, questa volta a Birchidda, tanto per vedere cosa significa una lunga distesa di sabbia a perdita d’occhio nella solitudine.
Ma forse solo Guja ed io riusciamo ad apprezzare fino in fondo.
Le vacanze erano agli sgoccioli, ma Marco aveva promesso di tornare e lo fece. Il 26 aprile ci rimaneva però solo il tempo di una veloce scappata al Pilastro Marragone, dovendo noi partire la sera stessa. A destra di Furto a Nieddu la parete era ancora più verticale e solcata da una serie di fessure zigzaganti, su per una specie di spigolo assai arrotondato e tafonato.
La mattinata ci regalò una bellissima arrampicata, la via della Spinta, con una fessura nel primo tiro dura e non immediatamente leggibile.
La seconda lunghezza fu più facile ma ugualmente bella. Per la vetta rimaneva solo una facile ginnastica.
A casa fervevano i preparativi per la partenza, che dispiaceva davvero a tutti.
Ma il disagio della dipartita venne troncato da un evento eccezionale: il parto della pecora. La stalla d’emergenza era poco distante, vi era un gran confluire degli abitanti della fattoria Morgenstern: il movimento ci distraeva a tal punto dalle manovre di facchinaggio dei bagagli alla macchina che praticamente rimasi solo al caldo di fine pomeriggio a svolgere la penosa incombenza.
Guya venne investita da un’eccitata Suzy di un compito di levatrice che mai lei avrebbe potuto svolgere con freddezza nonostante la sua professione nel suo pronto soccorso veterinario, in pieno centro di Milano, dove oltre a cani e gatti si vede talvolta qualche criceto bisognoso di cure.
Il parto procedeva con difficoltà, anzi sembrava proprio estremo, vista la sofferenza del povero animale. E alla fine Suzy risolse la situazione infilando la sua mano per afferrare la testa dell’agnellino che non ne voleva sapere di uscire…. Il caldo, l’odore, il sangue, le mosche e l’eccitazione ne fecero una scena indimenticabile, che sopperiva assai bene allo spettacolo mancato del puledro.

Tornato a Milano, nella primavera venni finalmente a contatto con Mauro Soregaroli: questi per e-mail mi confermò quanto sostanzialmente già sapevo, oltre a darmi i nomi di Ricci (Demetrio) e Serafini (Luca).
Mi prodigai in sinceri complimenti e la cosa finì lì (l’anno dopo avrei incontrato di persona Soregaroli al Circo Concordia del Baltoro, con grande piacere di entrambi).


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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