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SOFFERENZA DI CORPO E DI ANIMO


  Antonio Sisana 

“La prima cosa necessaria è realizzare l’obiettivo che si trova immediatamente davanti a noi; non importa quanto sia piccolo”.
Hazrat Inayat Khan

Era il momento decisivo della tappa, davanti a tutti Salvatore stava imprimendo un ritmo elevato; la pedalata potente, piena, seduto in sella si alzava quel tanto per rilanciare l’azione.
La salita, dopo i primi chilometri, dolci e agevoli, si stava lentamente inasprendo mentre l’andatura rimaneva costante. Sapevo che si stava decidendo la tappa e forse anche il mio giro.
Bisognava tenere duro, le gambe già a pieno lavoro non erano al top, ma potevano reggere bene; la testa?

In un manipolo di venti ciclisti guidavamo la corsa, alla cima poco più di quattro chilometri, i più duri. Il caldo afoso si faceva sentire col sole che batteva a picco sulla nuca. In lontananza intravidi il cartello dei quattro chilometri dal Gran Premio della Montagna, un attimo di rilassamento, ma ecco uscire con uno scarto deciso sulla sinistra Nicola, in piedi nel massimo sforzo. Il suo scatto potente, secco, seguito da un ritmo elevato. Il gruppetto accennava una reazione per riportarsi su di lui.
Mi alzai anch’io sui pedali, le gambe subito dure, non certo esplosive. Sentii il mio dimenarmi nel movimento ”en danseuse” sulla bici, la mia ruota anteriore al mozzo di quella posteriore di Salvatore. Sentivo la fatica crescere dentro di me.
Alzai lo sguardo e vidi Salvatore scattare di nuovo sulla destra, seguito da Nicola ed altri due. Provai ad alzarmi ed imprimere ritmo, ma il mio corpo non riusciva a mantenere un’andatura superiore. Mi risedetti per proseguire costantemente spingendo al mio massimo, con pedalata piena e potente, al mio ritmo. La fatica ormai avvolgeva ogni cosa, ogni sensazione sfuocata, io nella dimensione da “trance da fatica”.

Ero solo con me stesso.

Nulla ascoltavo attorno a me se non ogni parte del mio corpo spingere al limite della sopportazione con la testa che, ovattata, scoppiava.
La percezione si allargava ed ogni aspetto fisico, emozionale e mentale si espandevano in un’unione trascendente. Sentivo il respiro che cercava ogni possibile spazio nei polmoni che si contraevano ed espandevano a dismisura. Il cuore batteva a velocità esponenziale, cercava la forza per inviare ogni goccia di sangue come fosse in preda alla pura pazzia. I muscoli contratti e dolenti raccoglievano spiccioli di forza.
Provavo più che mai a resistere, scacciando i pensieri di stop che mandava la mente.
Una briciola di convinzione e di professionalità mi facevano resistere e continuare a salire col mio ritmo, perdendo a poco a poco qualche secondo dai primi.
Non riuscivo a tenere il loro passo, in ogni modo non potevo mollare, dovevo limitare i danni senza rischiare di saltare di colpo, perdendo tutto. Questo filo dovevo mantenerlo in vita, coltivarlo nell’immensità dei secondi di fatica, vuoi per lavoro, vuoi per ostinazione ed orgoglio, vuoi per il bisogno di non deludere quello che oggi era motivo di respiro in una vita già soffocante e difficile.
Era meglio stringere i denti ed avviare un pensiero positivo per credere ed inseguire un domani che poteva ripagarmi e premiarmi oppure mollare, lasciare che tutto se ne andasse lontano senza dover poi ripresentarmi ad una nuova sfida?
Volevo crederci, la fatica permeava ogni parte facendomi impazzire nell’avvertire ogni innumerevole goccia di sudore scendere e sfiorare, bruciando, i miei occhi socchiusi nello sforzo.
Ero lì presente, avevo lavorato per esserci, per me stesso e non potevo lasciare che la mia insofferenza, l’apatia verso la vita smantellasse anche quel lavoro fatto di quotidianità. Non potevo.
Osservai per l’ultima volta lontano, là davanti Salvatore e Nicola ingoiare i tornanti; al mio fianco alcuni compagni d’avventura. Abbassai lo sguardo concentrandomi nella mia azione.

Stavo soffrendo di vita.

“Un pizzico di cattiveria e di determinazione ci vuole, Antonio”, mi aveva detto pochi giorni prima Paolo a pranzo, io e lui soli.
La stagione volgeva ormai verso la fine del suo periodo più importante ed io arrivavo da una prima parte un poco altalenante ove avevo ottenuto solo qualche buon risultato. Era l’anno decisivo, dopo gli ultimi sfortunati contrassegnati da infortuni, dovevo giocarmi il tutto per tutto nella speranza di dare una svolta alla mia carriera e trovare un contratto professionistico.
“Sappiamo entrambi che fisicamente stai bene, pedali alla grande ed anche i test lo dimostrano. Ora devi ritrovarti con la testa, ricordarti cosa sia la determinazione e la voglia di arrivare.”. Continuava Paolo.
“Non mi è facile, Paolo, non riesco a dare continuità ai miei intenti. A volte ci sono, altre volte vorrei mollare tutto”.
Restammo per un attimo in silenzio, poi lui soffocandosi dentro una certa rabbia disse “Il ciclismo fa parte della tua vita di oggi e potrebbe essere il tuo futuro.
Lo potrebbe essere anche un altro lavoro.
Tu hai studiato, hai cercato di crearti una cultura; molte ore sui libri, tempo sacrificato ad altre cose, magari più belle ed allettanti, poi arriva l’ora di mettere in pratica tutto quanto sa di teoria ed idealismo, ma ecco che la realtà si apre illusoria e meschina dinnanzi a te.
Capita di perderti alla ricerca di punti fermi.
Ti scontri con la realtà ed entri in crisi scoprendoti magari a svolgere un lavoro che non ami, diverso da quello a cui aspiravi; a vivere una vita che non senti tua, povera di vitalità. Ricordati comunque che sei tu che fondamentalmente l’hai scelta.”
Sì, avevo scelto io di pedalare guadagnandomi i soldi per vivere, di alzarmi ogni mattina e avventurarmi in chilometri e chilometri di strade su due ruote, di dover sputare sangue per una vittoria e pochi attimi di gloria.
“Quello che voglio esprimerti, Antonio, è che sta a te rendere vivo ciò che fai, far si che divenga frutto del tuo essere.
Crederci, lottare e amare ciò che poni in essere, non importa cosa sia.”.
La salita era terminata da poco ed ora in discesa spingevo nella ricerca della massima velocità per rientrare sui cinque di testa. Dietro in sette inseguivamo a quaranta secondi.
In bocca avvertivo quello strano sapore metallico, di sangue che spesso si sente quando si compiono sforzi al limite della sopportazione.
Avevo faticato molto in salita, ma avevo tenuto duro ed ora l’arrivo era vicino, come pure i battistrada. Faticavo un poco a tenere il ritmo forsennato dei miei compagni di viaggio, ma ormai eravamo al termine. Una stringata volata per chiudere in decima posizione a trenta secondi dai primi cinque.
In classifica mantenevo un ottimo sesto posto a poco più di un minuto da Salvatore.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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