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LE STELLE SOPRA A PEGLI

(parte prima, di due)


  Filippo Rissotto 

La partenza per il trekking del fine-settimana era stata fissata alle tre del pomeriggio, proprio di fronte a casa mia: avevo chiesto a Davide di farsi interprete presso gli altri di questo mio desiderio, nonostante potesse apparire un po’ infantile.
In realtà gli escursionisti erano abituati a raggiungere Punta Martin dall’Acquasanta, sopra a Voltri, perché il paesaggio era un po’ più verde e il panorama più aperto. Io però avevo i miei buoni motivi, anche se inconfessabili: gli episodi sui quali dovevo indagare erano accaduti sulle colline pegliesi, e il percorso dall’Acquasanta avrebbe riguardato in massima parte le alture di Voltri e Prà, raggiungendo la verticale di Pegli solo nell’ultimo tratto.
Avevo mascherato questa mia esigenza esprimendo il desiderio di raccordare le mie fresche cognizioni urbanistiche con quelle dell’immediato entroterra, in una sorta di progressione concentrica che mi era stata ispirata proprio da Silvestro.

Come mi aveva riferito Davide, i partecipanti della gita si erano lasciati facilmente convincere, sia perché erano quasi tutti di Pegli (e quindi non potevano restare insensibili a tali sentimenti vagamente campanilistici), sia perché l’itinerario costituiva un diversivo rispetto alla norma.
Mano a mano che il gruppo si andava formando, notai con una punta di soddisfazione di aver azzeccato la scelta di abbigliamento e attrezzatura, che risultavano in tutto simili a quelli degli altri: jeans, pedule, magliette a maniche corte e zaini ben stipati costituivano lo standard.
Per la verità qualcuno ostentava calzoni alla zuava e calzettoni, ma si trattava di scelte vagamente eccentriche, dettate probabilmente da uno spirito tradizionalista, che in quella situazione, tutto sommato, non guastava: nessuno di noi aveva meno di trent’anni...
Davide era arrivato in leggero anticipo, in modo da presentarmi ai vari partecipanti via via che giungevano sul luogo dell’appuntamento.
Mi ricordò la promessa di rivelargli l’esito della conversazione avuta con Buozzi, ed io lo tranquillizzai: quella stessa sera gli avrei detto tutto. Mi sembrava più sereno, quasi che lo sfogo di pochi giorni prima l’avesse aiutato a liberarsi dai suoi incubi.
Fra i primi era arrivato Gino Dellacasa, illustre rappresentante del C.A.I. e della F.I.E., nonché membro onorario del Gruppo Escursionista Pegliese (il “Gep”, come veniva affettuosamente chiamato dai pegliesi).
Davide mi aveva detto che Gino era un grande alpinista, protagonista di memorabili scalate su alcuni dei più famosi Ottomila del mondo; mi aveva anche confidato che aveva superato da tempo la settantina, ma che quando l’avessi visto avrei stentato a crederlo.
In effetti ne dimostrava come minimo dieci di meno, ma ciò che più colpiva era la sua vitalità, che pareva sprizzargli da ogni poro, nonostante s’intuisse in lui la persona cauta e misurata.
Aveva l’aspetto di un patrizio dell’antica Roma, con i capelli ondulati, la fronte ampia e scoperta, il naso importante ma aggraziato.
Quando gli porsi la mano sentii una stretta calda e asciutta e soprattutto ben salda, di quelle avvezze a “tirarti su” quando serve un ultimo sforzo per raggiungere la vetta.
Dopo pochi minuti giunsero Franca ed Evelina, che non erano le uniche donne della comitiva, ma di certo erano le più belle.
Notai che la differenza di statura non era poi così marcata a favore di Franca, come mi era parso la prima volta: semplicemente lei era avvezza ai tacchi, mentre la mia fotografa indossava per una volta le stesse calzature delle altre signore: un paio di comode pedule.

Ero sorpreso di come due donne tanto diverse potessero coltivare un’amicizia così stretta e, a quanto potevo vedere, profonda: Franca pareva concedere molto all’esteriorità, anche se restava nonostante tutto una persona concreta e dotata di un suo spessore.
Evelina, forse maggiormente provata dalla vita, mi sembrava più rivolta alla sfera intima, spirituale delle cose. Forse però queste considerazioni erano solo il frutto del modo in cui io stesso le vedevo e avevo impostato i miei rapporti con loro.
La prima mi aveva subito colpito per le forme scultoree del corpo, presentate, valorizzate, se non ostentate, con una sicurezza che rasentava l’aggressività; la seconda mi aveva catturato con i suoi occhi, con ciò che vi scorgevo dentro, e che andava a sollecitare qualcosa nel profondo del mio animo.
Vederle insieme e sorridenti mi riempì di entusiasmo e buon umore. Poco dopo però Gino ci richiamò all’ordine, esponendo in un rapido briefing quanto dovevamo aspettarci:
«Allora, immagino che siate tutti informati: andiamo su per l’ “Europa Uno”. Saranno mille metri di dislivello e li percorreremo in circa tre ore. Anche se il gruppo è un po’ più “allargato” rispetto al solito, so che nessuno di voi è alle prime armi; quindi non sto neanche a chiedervi se avete i ricambi e l’occorrente per la notte.
«Quando saremo alla “Piazza”, chi ne ha voglia sale su Punta Martin, gli altri preparano il bivacco nel boschetto sotto al Penello... A parte Carlo e Francesco, naturalmente, che devono portare allo “Zucchelli” i pezzi nuovi della stufa. Voi due avrete una ventina di chili in più rispetto agli altri: non fate gli eroi. Se ad un certo punto vi sentite stanchi, passate il carico, i volontari non mancheranno.
«Faremo una breve sosta al Pian delle Monache, poi un’altra al Fontana Buona, tanto non c’è fretta: avremo luce fino alle nove e la temperatura non dovrebbe mai scendere al di sotto dei sedici gradi. Le previsioni danno tempo buono almeno fino a domattina, quindi non aspettiamoci problemi, anche se spero che abbiate portato la mantella da pioggia. Se tutto va bene, questa sera si dorme alle pendici del Penello, nel boschetto ridossato.
«Domattina tiriamo giù da Punta Corno e scendiamo lungo la Valle del Gandolfi: sarà la parte più bella dell’escursione. A quel punto occhio ai guadi, ce ne saranno quattro. A San Carlo si prende l’autobus e si rientra a casa per l’ora di pranzo. Tutto chiaro? D’accordo, se non manca nessuno… Quanti siamo? Quindici? Bene, partiamo.»
Ci incamminammo su per Viale della Rimembranza, assestando gli zaini e già concentrati per il primo “strappo”, che ci avrebbe rapidamente portati alla Vetta di Pegli. Notai che Davide aveva un’aria vagamente preoccupata, così lo accostai:
«Dottore, cerca di evitare le sciocchezze per fare bella figura: se ti senti stanco, avvisami: in questa gitarella porterai una ventina di chili in più, rispetto a me, e non ci sarà verso di cederli… ma almeno lo zaino passalo, mi raccomando.»
«Ah… Medico cura te stesso!» esclamò lui, con un largo sorriso.
L’imponente veterinario aveva attaccato la salita con un passo fermo e deciso, che mi ricordava l’atteggiamento implacabile degli Alpini. Rallentai impercettibilmente e mi lasciai raggiungere da Evelina e Franca, che però sembravano intente a complottare qualcosa, sussurrando e sorridendo reciprocamente.
Eravamo rapidamente giunti proprio in prossimità di quel trivio, presso l’uscita secondaria di Villa Banfi, in cui Evelina mi aveva manifestato il suo apprezzamento.
Constatato che le ragazze parevano condividere un momento particolarmente intimo, mi limitai a lanciare una fugace occhiata alla fotografa, che mi sorrise con complicità, forse ricordando anche lei l’episodio.
Nel frattempo Gino, che guidava la comitiva, aveva imboccato un angusto sentierino, che s’insinuava tra una fila ordinata di case ed il costone d’una collina.
Era così tipicamente ligure, vedere queste case abbarbicate sui declivi... I lati orientali delle costruzioni erano quasi a ridosso della collina, dalla quale li separavano i due-tre metri occupati dal nostro sentiero: bastava alzare lo sguardo e si vedeva l’interno delle abitazioni, in una sorta di violazione della privacy, alla quale risultava difficile sfuggire.
Il gruppo però avanzava silenzioso e si provava una sensazione strana, di intimo raccoglimento.
Dopo pochi minuti superammo quel tratto così particolare, e sbucammo in prossimità della Vetta di Pegli, incrociando la strada asfaltata che portava a Torre Cambiaso. Tirammo dritto, immergendoci subito in una pineta, dopo la quale iniziava una brusca salita.
Superammo alcune rampe, addentrandoci sempre più verso l’interno. Ogni tanto Gino si voltava, per verificare che nessuno restasse indietro, o per comunicarci una rapida osservazione («Ecco qui tracce dell’ultimo incendio!»), ma il gruppo avanzava compatto, aiutato anche dal passo preciso ed uniforme del capofila.
Eravamo ancora immersi nel verde, nonostante mi avessero accennato che il percorso scelto era il più brullo: la natura era rigogliosa e selvaggia, il sottobosco abbastanza sporco di foglie, rami secchi, aghi di pino.
«Tutto sommato non è stato un male, passare di qua» disse l’alpinista. «Un giorno o l’altro dobbiamo tornare e dare una ripulita, o i piromani andranno a nozze, tra un paio di mesi...»
Dopo neanche un’ora, giunto in prossimità di un pianoro, Gino bloccò i due della stufa, che nella fila lo seguivano immediatamente: li aiutò a disfarsi delle imbracature e fece cenno agli altri che era giunto il momento della prima sosta.
L’aria era già rinfrescata, nonostante avessimo percorso non più di qualche chilometro e ci fossimo alzati, rispetto al livello del mare, di poche centinaia di metri.
«È già cambiata l’aria…» stava dicendo Gino, quasi a conferma dei miei pensieri, ed esibendo un sorriso che lasciava intendere quanto apprezzasse l’essersi tolto in pochi minuti dal caldo e dall’inquinamento cittadino. Forse però era solo felice di riabbracciare i suoi monti.
Dopo pochi minuti riprendemmo la marcia, che ci riservò un’altra serie di brusche salite. Ogni tanto capitava di girarsi indietro, per cercare il mare e misurare il cammino effettuato. Il ritmo continuava ad essere blando, e più d’uno, fra gli uomini presenti, si offrì di dare il cambio a Carlo e Francesco, che invece continuavano imperterriti a trasportare il loro “carico speciale”.
Dopo un’altra mezz’ora, lasciato un colle sulla nostra destra, arrivammo ad una sorta di bassopiano, che probabilmente metteva in contatto l’aria di due valli adiacenti, perché fummo investiti da un teso venticello laterale, decisamente fastidioso, anche perché eravamo tutti più o meno sudati. Il nostro capospedizione però non si lasciò distrarre, continuando la marcia.
«Forza, le rampe stanno per finire!» esclamò ad un certo punto, poco prima di affrontare un salitone impervio. «Arrivati in cima faremo un’ultima sosta, poi sarà meno dura.» Si fermò un istante a considerare le nostre condizioni generali e dovette giudicarle buone, perché riprese ad arrancare senza ulteriori indugi.
A parte un certo ansimare generalizzato, in effetti, stavamo salendo senza particolare sforzo. Evelina e Franca procedevano sempre appaiate, quasi disinteressate della natura che le circondava, e che in effetti aveva cessato di costituire un’amenità: eravamo da tempo usciti dal bosco, lo stesso verde si era fatto più rado, e le pietraie si alternavano a tratti di terra battuta.
Davide era poco dietro di loro. Sudava copiosamente, ma non pareva soffrire.
«Tutto bene?» gli domandai, lasciandomi affiancare.
«A posto, Antonio» rispose.
Finalmente, proprio quando lo zaino stava iniziando a diventare pesante, Gino si fermò, in prossimità di una sorgente.
«Seconda e ultima sosta. Consiglio di cambiare l’acqua alle borracce, perché questa è buona, come dice il toponimo. Consiglio anche di coprirvi, visto che staremo fermi e c’è un po’ d’arietta: nessuno qui ha più vent’anni… tranne me, s’intende!»
«Sono convinto che nonno Gino ci farebbe scoppiare tutti, se volesse» sussurrai a Evelina e Franca, che avevano raggiunto me e Davide e stavano offrendo quadratini di cioccolata a destra e a manca. «Come va, ragazze? Tutto bene?»
«Tutto bene, Antonio» rispose Franca. «Chi mi sorprende è il signor veterinario, qui: avrei scommesso che dopo mezz’ora di salita te lo saresti dovuto caricare sulle spalle, e invece…»
«E invece lo sfrutterei volentieri io, un portatore…» disse Evelina massaggiandosi le cosce. «Stavo ferma da un po’ troppo tempo, anche secondo i miei standard abituali di pigrizia. Meno male che sta per arrivare il tempo dei bagni, ho proprio bisogno di sgranchire un po’ le gambe. E tu, Antonio?» disse rivolta a me, guardandomi da dietro un ciuffo di capelli resi opachi dal sudore.
«Oh, be’… Io sono fortunato: faccio così poco per il mio fisico, ma… risponde ancora bene.»
«In marcia! Forza, manca poco!» tuonò Gino, pochi metri più avanti, reindossando il suo zaino, che poteva anche essere fuori moda, ma pareva decisamente carico di gloria.

*

«Oh, io mi fermo qui! Finalmente un po’ d’alberi, mi sembrava d’essere in una steppa dell’Asia!» esclamò Evelina.
«Il bivacco si farà lì, suppongo» disse Davide, facendo strada verso un boschetto. «Guarda, Antonio, di fronte a noi c’è il monte Penello, col Bivacco Zucchelli, frutto delle fatiche del Gep. E quella che spunta a ponente è Punta Martin, mille e uno metri sul livello del mare, secondo le cartine dell’IGMI, e… manco a dirlo… la vetta più alta del comune di Genova» concluse, con un sorriso un po’ tronfio.
«Ma siete delle autentiche vittime del localismo, peggio dei toscani!» esclamai, scoppiando a ridere. «E com’è che non vi azzuffate ogni sabato sera con i sestresi, con i voltresi… Così, tanto per stabilire chi è il più bravo…»
«No, non i voltresi, se mai i praesi… Come dice il proverbio: praìn e légno de fìgo, mai ciù me ghe intrìgo!» ribatté lui, facendo volare lo zaino in direzione di un pino basso e rachitico.
Il gruppo si stava sparpagliando: Carlo, Francesco e un paio di escursionisti avevano attaccato la salita del Penello, diretti allo Zucchelli con i loro pezzi di stufa. Gino stava raccogliendo le adesioni per Punta Martin, ma la maggior parte degli altri si stava orientando verso una prospettiva più riposante, adocchiando con cupidigia il boschetto presso il quale eravamo giunti.
«Allora, vogliamo andare sulla Punta o ci fermiamo qui?» domandai.
«Tutto sommato… Ma sì, ci andrei volentieri,» rispose Evelina, «da là si vede un panorama magnifico, e chissà quando capiterà un’altra volta...»
Davide le lanciò un’occhiata tra l’esasperato e l’affranto; poi guardò me, che feci spallucce, e infine Franca, che lo fissava con severità.
«E va bene,» disse alla fine, «se avete deciso di fare le gare a chi scoppia prima, non mi tirerò indietro. E comunque,» aggiunse raccattando lo zaino come fosse un fuscello, «basta avvicinarsi un po’ al ciglio di questo pianoro e si gode un ottimo panorama pure da qui: la Foce – quella vera, voglio dire, il Bisagno; la Madonna della Guardia, il porto di Multedo, un pezzo di Pegli... e dall’altra parte anche il porto di Voltri, se ricordo bene...»
«Avanti, pigrone, da lassù sarà molto meglio!» gli disse Franca, con un buffetto.

*

A quel punto della mia vita avevo dimenticato le meravigliose sensazioni che si possono provare di notte, con la compagnia giusta, davanti a un fuoco scoppiettante.
Il bivacco era ormai perfettamente operativo: Gino aveva definito il boschetto in cui ci saremmo accampati come “ridossato”, ma quando eravamo giunti nel minuscolo altipiano che i pegliesi chiamano “la Piazza”, mi era parso che di ridossato non avesse proprio nulla. In realtà verso l’imbrunire, quand’era montata una lieve brezza, mi ero reso conto con sollievo che gli alberi stavano tutti all’interno di una minuscola conca, che creava un certo riparo. La presenza dell’avvallamento poteva addirittura essere la ragione di quella macchia solitaria di verde: si aveva infatti l’impressione che tutt’intorno il vento e le intemperie, nel corso dei secoli, avessero spazzato via le poche occasioni di vita – i semi, l’erbetta, il sottobosco, dei quali non a caso la nostra conca era invece ricca.
Tornati dalle rispettive mete (da Punta Martin si godeva veramente di una vista magnifica, anche se non eravamo riusciti a scorgere la Corsica), avevamo eretto una decina di tende, sfruttando il terreno finalmente soffice per piantare i paletti, ed i rami per ormeggiarvi i tiranti; avevamo messo in comune le varie provviste – chi aveva portato cibi freddi, chi qualcosa da rosolare alla brace. Poi, prendendo tutte le precauzioni del caso, avevamo acceso il fuoco.
Infine era iniziato il “bivacco” vero e proprio: ed era davvero magnifico, indulgere in quelle chiacchiere, che in altre occasioni (al bar? in un locale affollato con l’immancabile musica troppo alta? durante un cocktail nel quale ognuno sente solo il bisogno di mettersi in mostra? in una discoteca!?) risulta impossibile scambiare.
Col sopraggiungere delle tenebre Davide si era immusonito: aveva improvvisamente deposto tutta la baldanza e pareva essersi arreso alla stanchezza. Ero certo però che all’origine di quel mutamento vi fosse qualcosa di più impalpabile del logorio fisico, qualcosa che solo io, all’interno di quel gruppo, potevo interpretare correttamente (così almeno credevo quella sera: in realtà il veterinario mi riservava ulteriori sorprese).
Ad un certo punto prese la parola Gino Dellacasa e subito cessò il brusio dei vari dialoghi che animavano la notte.
«Voi non avete idea di quanto fosse frequentato, in passato, il sentiero che abbiamo appena percorso» disse l’anziano alpinista. «Tutto quest’altipiano, in pratica dal Monte Proratado fino al Turchino, era sfruttato nei mesi estivi per la fienagione.
Eppure vedete quanto sia arido e brullo… E non pensate che nei secoli scorsi fosse molto diverso… In realtà è difficile immaginare la vita che facevano i più poveri, fra i nostri antenati – soprattutto i contadini.
Durante i mesi estivi, ogni santo giorno che il buon Dio mandava sulla Terra, alle due del mattino uomini, donne e bambini partivano da Masone, Voltri, Prà, Pegli, per arrivare fino a qui. Si muovevano al buio, spesso a piedi nudi, e impiegavano due, tre ore per raggiungere il lotto assegnatogli. Ognuno aveva il suo bravo falcetto, e passava l’intera giornata a scovare e tagliare l’erba, strappandola ai sassi, agli arbusti, ai cigli dei burroni, che come avete visto circondano l’altipiano. E ci voleva tutto, il periodo di luce, per raggiungere un carico sufficiente.
Alla fine si correva a valle, c’era da governare le bestie, poco tempo per mangiare, e poi subito a letto, perché dopo poche ore si ricominciava…
Ai nostri padri bastava poco, per campare, ma quel poco dovevano sudarselo. E purtroppo si finiva spesso come i capponi di Renzo, a contendersi un ciuffo d’erba, a litigare per pochi metri di terreno. Ma c’era anche un altro motivo, per salire quassù… Questo lo sanno in pochi. Ormai è troppo buio, ma domattina, prima di scendere per il Gandolfi, voglio farvi vedere una “neviera”… Una delle meglio conservate, fra l’altro, proprio alle pendici del Penello.
«Insomma, dovete sapere che dal Seicento fino alla fine dell’Ottocento, sia per scopi terapeutici, sia soprattutto per i “vizi” dei nobili, la neve di queste alture, particolarmente durante i mesi estivi, veniva venduta.»
Si udirono mormorii di stupore, misto ad incredulità.
«Be’, a quei tempi non c’era l’energia elettrica, men che meno i frigoriferi» ribatté Gino, sorridendo. «Ma sulle tavole dei nobili l’acqua fresca non doveva mai mancare. Sembra addirittura che l’usanza avesse assunto aspetti talmente maniacali, da allarmare i medici dell’epoca. E comunque la neve conservata serviva anche ai gelatai, alle rivendite di bibite e agli stessi ospedali.»
«Sì, ma d’estate? Come si faceva a conservarla?»
«Appunto, grazie alle neviere: si tratta, come vedrete, di fosse scavate nella terra e rivestite di pietre. La neve veniva sistemata all’interno, pressata, e successivamente ricoperta con foglie e paglia, in modo da creare uno strato d’aria isolante, grazie al quale persino in piena estate se ne conservava la maggior parte. Ed era un sistema davvero ingegnoso, perché comprendeva un canale di scolo, per l’acqua che pure si formava, e che se fosse rimasta all’interno avrebbe incrementato lo scioglimento... Ogni tanto, a seconda delle esigenze di mercato, partivano delle spedizioni verso la costa, che rifornivano alcuni sensali...
Avete presente Vico della Neve, in Centro, dalle parti di Piazza Soziglia? Indovinate perché si chiama così... Sembra che le neviere del Penello furono proprio fra le ultime a scomparire, qui intorno a Genova, perché rifornivano i Pallavicini. Il trasporto avveniva nelle ore notturne, ovviamente, e molto spesso... a spalla.»
«Santo Dio...»
«Già. La nostra generazione ha dimenticato un po’ troppo in fretta le condizioni di vita dei suoi padri.»
(...)

Istituto Geografico Militare.
Con il legno di fico e gli abitanti di Prà non voglio più avere a che fare.



  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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