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LE SCENOGRAFIE DELLA VALLE GANDOLFI

(Le stelle sopra a Pegli 2)


  Filippo Rissotto 

La notte trascorse senza altri accadimenti singolari – a patto di non definire “singolari” alcuni gemiti soffocati, che per un certo tempo giunsero dalla tenda del baldo veterinario, il quale evidentemente aveva ancora energie da vendere... o forse stava solo scacciando le ansie con uno dei metodi più antichi del mondo.
Restava da vedere se quella con Franca era una storia nata quella notte stessa, se era stata solo rinverdita, o se si trattava di semplici “dichiarazioni” di un affetto già maturo e stabile. In un modo o nell’altro il rapporto tra loro pareva già sufficientemente sedimentato, a differenza di quello tra me ed Evelina, che continuava a navigare in acque incerte e perigliose: la mia battutaccia della sera precedente aveva rotto l’incanto creatosi sotto le stelle, tanto che mi era parso opportuno riaccompagnarla alla sua tenda senza ulteriori indugi.
Alle prime luci dell’alba, proprio come – accidenti a lui – aveva predetto Gino, eravamo già tutti svegli. Fui tra i primi a smontare la tenda e a preparare lo zaino, ed ero già pronto a dare una mano ad Evelina, quando vidi che se la cavava benissimo da sola.
Lo so, avrei potuto ugualmente avvicinarmi a lei, mormorare una parola gentile... Ma qualcosa mi spinse a ritirarmi in una sorta di ottusa riservatezza: in fondo, lei all’andata era stata quasi sempre con Franca, e mi aveva cercato solo a notte inoltrata, dopo che tutti gli altri erano rientrati in tenda: forse non voleva mostrare in pubblico quell’affinità che si stava creando tra noi.
Del resto il capospedizione ci richiamò subito all’ordine: quando il bivacco fu ripulito dalle nostre tracce, estrasse dallo zaino una capace caffettiera e la esibì, esclamando:
«Quale migliore occasione per inaugurare la nuova stufa dello “Zucchelli”, che un buon caffè di primo mattino?».
Naturalmente fummo tutti concordi: in capo a mezz’ora ci ritrovammo seduti sulle spartane panche che contornavano l’interno della costruzione: al centro campeggiava un grosso tavolo, sul quale alcuni bicchieri di plastica attendevano d’essere riempiti.
«Zucchelli era un grand’uomo,» stava dicendo Gino, «uno di coloro che maggiormente s’adoperarono perché le Autorità riconoscessero ai volontari del “Gep” il compito di ristrutturare questa costruzione… Sapete, si tratta di una vecchia postazione antiaerea… Sembra una banalità, ma quando si dice che i migliori sono i primi ad andarsene, c’è proprio un fondo di verità… Così il buon “Giobatta” non è mai riuscito a godere il frutto delle sue fatiche.»
Bevemmo il caffè in rispettoso silenzio, ma l’assenza di parole non fece che acuire quel senso di comunanza, tanto prezioso fra le persone che vanno per monti.
«D’ora in poi sarà tutta discesa» disse Gino, quando fummo fuori dal rifugio, lo zaino in spalla. «A parte i guadi, dove – vista la stagione – rischieremo al massimo di bagnarci i piedi, dovremo attraversare un paio di punti particolarmente ripidi e stretti, soprattutto sul raccordo tra questo altipiano e la Valle del Gandolfi. Del resto l’incontreremo proprio all’inizio, quando le caviglie saranno ancora toniche e reattive… Quindi, nessun problema. Andiamo.»
Per prima cosa Gino ci mostrò la neviera, che era proprio alle pendici del colle: in pratica la sera precedente io ed Evelina l’avevamo sfiorata. Era ancora in buone condizioni, ma devo ammettere che, senza la spiegazione del baldo alpinista, non sarei mai riuscito ad immaginarne la funzione.
Poco dopo ci mettemmo in cammino, ammaliati dal discreto panorama che si spalancava dinanzi ai nostri occhi: era bastato superare il ciglio dell’altipiano, per affacciarci sulla Val Varenna, ricca di verde, ma anche di cave, frane e pietraie.
Sulla nostra destra si scorgeva in lontananza una parte di Genova, dall’aeroporto fino alla foce del Bisagno. Risalendo con lo sguardo lungo le alture si notava il maestoso Santuario della Madonna della Guardia, luogo elettivo dei pellegrinaggi genovesi.

Come aveva predetto Gino, il sentiero era quasi subito diventato stretto e scosceso; a volte s’incuneava tra anguste fessure nella roccia, obbligandoci ad utilizzare entrambe le mani per trovare appigli e restare in piedi.
Questo non c’impediva di effettuare brevi soste, per ammirare il panorama che lentamente si apriva ai nostri piedi: dopo lo scarno, brullo ambiente in cui avevamo trascorso la sera precedente, notavamo quasi con sorpresa i boschi verdeggianti che contornavano le sponde del Varenna.
Per il momento però continuavamo ad essere circondati da ciuffi d’erba, qualche arbusto e tante, tante pietre.
Pur attento a non mettere un piede in fallo, ebbi l’impressione che in un paio d’occasioni Evelina mi fissasse, forse per farmi capire che avevo scelto l’atteggiamento giusto; e in effetti i miei pensieri correvano istintivamente a quel nuovo momento d’intimità, condiviso con lei la sera precedente – ma anche al modo poco romantico che avevo scelto per accomiatarmi.
(...)
Finalmente la china sfociò in una balza, ricoperta da una fitta macchia di bassi pini marittimi, che attraversammo scendendo in diagonale: da quel punto iniziammo a risalire la Val Varenna, diretti a nord, ma viaggiando sempre a mezza costa. Il fiume appariva lontanissimo, in fondo al costone che stavamo percorrendo, anche se in realtà poteva distare un paio di chilometri o poco più. Sollevando lo sguardo, notai che ci stavamo avvicinando ad un minuscolo anfratto, una fenditura nella cresta che risaliva la collina di fronte a noi. Ricoprimmo la distanza in pochi minuti e, superata la strettoia, sbucammo… in un nuovo mondo.

La Valle del Rio Gandolfi appariva meravigliosa già dalla prima occhiata. I pochi segni di civiltà che ci avevano accompagnato – il metanodotto che attraversa la Liguria diretto a nord, i tralicci dell’alta tensione, la costa trasformata in porto commerciale, i lembi occidentali del capoluogo – erano ormai scomparsi: le alture che fronteggiavano il nostro costone erano abbastanza brulle, proprio come l’altipiano che avevamo da poco abbandonato; ma la valle sottostante era un trionfo di verde e di colori intensi, rallegrato da un corso d’acqua vivace e cristallino, che la percorreva nella sua interezza. Finimmo per ammucchiarci disordinatamente nell’anfratto, che si era rivelato una minuscola piazzuola, perché chi vi arrivava indugiava a rimirare lo spettacolo, mentre gli altri – incuriositi ed attirati dalle esclamazioni di piacere e meraviglia – pressavano da dietro.
«Andiamo, andiamo, qui è troppo angusto» disse Gino, dando l’esempio e allontanandosi in fretta. «Più avanti troveremo gli stessi panorami, ma da posizioni più comode e sicure.»
Risalimmo per un buon tratto la Valle Gandolfi, nella quale eravamo sbucati più o meno a metà, continuamente distratti da quello spettacolo naturale. Purtroppo l’andamento tortuoso delle colline impediva una visione d’insieme paragonabile a quella che ci aveva colto al primo ingresso, ma appariva chiaro che ben presto avremmo avuto la possibilità di addentrarci fra magnifici scorci ed angoli di paradiso.
Superammo il primo guado senza difficoltà e iniziammo la discesa lungo il margine sinistro del rio, in direzione del Varenna, del quale il Gandolfi era tributario.
L’aria era di una nitidezza particolare, resa ancor più evidente dalla cristallinità dell’acqua; le rive erano letteralmente assediate dai rami frondosi delle piante, che crescevano a brevissima distanza. La valle era orientata in direzione est-ovest, ortogonale rispetto alla Val Varenna, e ben esposta; per questo la vegetazione ricca e variegata creava con i raggi del sole uno spettacolare gioco di chiaroscuro, che avrebbe deliziato qualsiasi paesaggista.
Ogni tanto il torrentello si acquietava in una pozza più larga, e allora le sue acque assumevano i riflessi d’un verde brillante e profondo ad un tempo. In un paio d’occasioni fui definitivamente certo che Evelina mi fissasse, anche se di sfuggita, e subito pronta a deviare lo sguardo non appena rispondevo alle sue occhiate.

*

Dopo circa mezz’ora raggiungemmo un folto castagneto, in mezzo al quale si trovavano i resti d’un minuscolo opificio: un paio di edifici piccoli e bassi, quasi completamente demoliti dalle intemperie e dagli assalti della vegetazione.
Nello spiazzo di fronte ad essi giacevano alcuni macigni rozzamente sbozzati. Indugiai alcuni istanti a curiosare nell’interno delle costruzioni e, senza avvedermene, restai attardato rispetto agli altri.
In realtà non seppi mai cosa mi spinse ad intrufolarmi fra quegli ambienti diroccati, scavalcando macerie, rottami e sporcizia sedimentata dagli anni. So solo che d’un tratto percepii un rumore strano, simile ai gorgheggi che emettono i bambini quando non sanno ancora parlare e giocano con la propria voce.
Era inevitabile che a quel punto m’addentrassi ulteriormente, sempre più incuriosito e perplesso. Giunsi così in una stanza il cui muro esterno, che dava sul lato opposto rispetto al sentiero, era quasi completamente crollato. Feci in tempo a scorgere un ammasso di rovi, quando vi fu un attimo di sospensione, di silenzio e immobilità totale.
Poi si sentì un rumore improvviso, quasi lo scatto di una molla, ed intravvidi la sagoma di un minuscolo topolino che balzava verso una finestra, scomparendo.
Subito dopo udii nuovamente quella sorta di gorgheggio, e la vidi: una donnola. Ringhiava verso di me, sembrava quasi capisse che avevo fornito al topolino un’occasione di fuga, e volesse farmene una colpa.
La donnola è un animaletto piccolo, grazioso e soprattutto inquietante, con la sua forma agile ed allungata, quei dentini affilati che paiono aghi ed un muso, pur aggraziato nel complesso, profondamente segnato dalla forte muscolatura. Quando poi quel muso si contrae con ferocia, il risultato è ancor più allarmante.
Io però non ero impaurito, nonostante sapessi che trenta centimetri di furia scatenata avrebbero potuto procurarmi qualche ferita, almeno fino a quando non fossi riuscito a scrollarmela di dosso, o a spremerla come un tubetto di dentifricio.
In realtà non avevo intenzioni ostili: sentivo improvvisamente rifluire in me la misteriosa energia della sera precedente, e in essa non v’era posto per sensazioni o sentimenti aggressivi, ma solo per una superiore comunione con l’universo intero – inclusa, ovviamente, quella donnola. L’energia cresceva, come un’ondata di calore, ed io mi sentivo sempre più forte ed allo stesso tempo sempre più in pace, con tutto e con tutti.
Non so se quell’animale percepì che i miei muscoli si stavano rilassando; non so se vide e riuscì a interpretare l’espressione trasfigurata del mio volto. Sta di fatto che io feci una cosa apparentemente assurda, di fronte ad una minaccia: mi chinai, appoggiai un ginocchio al terreno, abbassai le braccia e rivolsi i palmi delle mani verso la donnola, e ancora adesso non sono in grado di dire se lo feci per mostrarmi inerme, o – può sembrare folle, lo so, ma una parte di me, in quegli istanti, lo pensava davvero – per “trasmetterle” qualcosa, renderla in qualche modo partecipe di ciò che provavo.
E la bestiolina fece una cosa ancor più straordinaria: mi si avvicinò. Con cautela, certo, e con una certa grazia insinuante; ma si accostò, ponendo coraggiosamente una zampetta davanti all’altra. Mi sfiorò la mano destra con l’occipite, alzandosi appena sulle zampe anteriori. Poi, con uno strano scatto, si allontanò. Si voltò per un’ultima volta verso di me: “Ok, è il tuo sballo, amico” pareva dirmi. “Posso anche apprezzarlo, ma non tirare troppo la corda.”
Io, ancora bloccato in quella posizione innaturale, persi l’equilibrio per colpa dello zaino e terminai a terra, emettendo un gemito che non era di dolore, ma di sbalordimento.
Quei soprassalti di energia mi lasciavano deliziosamente spossato, ed i loro echi si prolungavano attraverso piccoli brividi, che mi percorrevano la nuca fino alla punta delle orecchie, come la carezza di un’innamorata.
Forse avrei dovuto rimanere sconvolto dalla singolarità di quelle esperienze.
Forse mi sarei dovuto preoccupare, o quanto meno porre delle domande... Ma perché preoccuparsi di una sensazione così piacevole? Come poteva nascondere un’insidia quella pace superiore, quel sentimento di comunione e fratellanza con ogni atomo che mi circondava?
In effetti era molto più semplice far finta di nulla, ogni volta augurarsi intimamente che non fosse l’ultima, e semmai tentare di condividere quelle sensazioni con chi mi stava vicino – quella, almeno, mi pareva la cosa più naturale e giusta, quasi un comportamento istintivo.

Mi affrettai a raggiungere il gruppo. Attraversammo altre volte il Rio Gandolfi, costeggiammo laghetti color smeraldo e vivaci cascatelle, immergendoci in un crescente trionfo di fronde, di frasche e d’un sottobosco lussureggiante e variegato.
Ero rimasto in coda alla fila e non riuscivo più a scorgere Davide, Franca o Evelina, perché il sentiero, stretto e tortuoso, m’impediva di affiancare chi precedeva.
In capo ad una decina di minuti, superata una serie di scalini ricavati fra le rocce, giungemmo ad un paio di ponticelli, che sovrastavano due differenti corsi d’acqua.
«… Qui il Gandolfi confluisce nel Varenna…» stava dicendo Gino Della Casa a gran voce, per farsi udire da tutti. «Avete visto quanto sia diverso lo stesso colore delle acque? E ringraziamo un’altra volta il Gep, il Gruppo Escursionisti Pegli, che ha costruito questi ponti e li mantiene agibili…»
Il gruppo proseguì senza ulteriori indugi, inerpicandosi lungo un passaggio scavato nella roccia, che portava alla strada asfaltata: finalmente sarei riuscito a ricongiungermi ai miei amici. Proprio in quell’istante si udì il classico rumore di un autobus in fase di decelerazione.
«Va bene, qualcuno inizi a salire, tanto non ci stiamo tutti» esclamò Gino. «Gli altri aspetteranno il prossimo… Ci vediamo in Piazza Rapisardi, al capolinea!»
Feci in tempo a scorgere Evelina che s’intrufolava nella porta posteriore, poi il mezzo chiuse le porte e ripartì. Anzi, a dire il vero l’ultima cosa che vidi fu Franca che, dopo essersi accodata ad Evelina, si volse verso di me e – “con un’autentica aria da stronzetta!” pensai – mi sorrise, facendo ciao-ciao con la mano, giusto prima che le porte si richiudessero.
Inspiegabilmente mi sentii come un bambino che, nonostante abbia fatto il bravo per tutto il giorno, venga spedito a letto da genitori sbrigativi e poco pazienti.
Senza vedere Carosello.
Davide dovette intuire queste mie sensazioni impregnate di vittimismo, perché quasi scoppiò a ridere e, quando raggiunsi il ciglio della strada, mi accolse con vigorose pacche sulle spalle.
(...)


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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