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STELLE ALPINE


  Vincenzo Pardini 

Quella mattina Menitto Gori era solo; moglie e figlia sarebbero tornate verso sera. Aveva a disposizione tutta la giornata, che poteva trascorrere come meglio credeva. Le due donne non gli permettevano, infatti, d’allontanarsi molto da casa: debole, il suo cuore poteva giocargli brutti scherzi, cosa già accaduta nel passato, quando s’era svenuto. Da qualche anno, raggiunta la pensione, trascorreva l’estate nella casa degli antenati,in montagna, di fronte a vette che ben conosceva: giovane le aveva percorse,camminando in sentieri che sfioravano precipizi.
Quella mattina decise di raggiungere le pendici d’un monte a lui caro: bambino c’era andato tante volte coi nonni a raccogliere mirtilli e stelle alpine. Poi, finchè la salute glielo permise,anche con moglie e figlia.

L'autore.

Il verde della foresta si stagliava nel cielo limpido; la strada di terra e di sassi procedeva accanto al colle. Prima di entrare nel bosco si volse a guardare la casa: grigia, il tetto a punta, era solitaria come una roccia caduta da un costone.
Guardarla da lontano, gli dava la sensazione di fermare il tempo e si rivedeva fanciullo. Era entrato nella selva di castagni,frassini e querce, regno delle ghiandaie; in passato numerose, tessevano cori di fischi e richiami dalle sfumature umane.
Adesso ce n’erano assai di meno e stavano nascoste nel folto del bosco, da dove emettevano strida che parevano lamenti.
Gli era venuto l’affanno e si fermò nei pressi d’una sorgente che sgorgava dalla terra; nel fango delle pozze si stampavano le impronte dei cinghiali e,forse, anche di qualche lupo.
Dei quali, una notte, sentì gli ululati vicino casa. Andò alla finestra.
La Luna piena s’avvicinava alla cuspide, emanando una luce che faceva riflettere l’ombra degli alberi a terra. Di nuovo s’alzarono gli ululati.
Ma non erano vicini come credeva. Forse provenivano dalla giogaia sfiorata dalla Luna. N’ebbe una forte emozione.

Riprese a camminare. Al di là degli alberi appariva la sagoma del massiccio. Un colosso di roccia innalzato nel cielo, le estremità soffuse nell’azzurro o avvolte dalle nubi; d’inverno erano, invece,candide di neve o sommerse da nubi.
L’aria s’era fatta sottile e la respirava a fondo. Non aveva ancora incontrato nessuno. Gli giungevano soltanto gli abbai di qualche cane e i canti dei galli che, pensò,dovevano essere rimasti immutati nel tempo alla stregua del paesaggio che gli si innalzava davanti, con l’ alpe sempre più vicina e che non aveva mai risalito nonostante se lo fosse promesso tante volte.
Del resto erano molte le cose che non era riuscito a fare.
Ne provava rammarico e stizza. Guardava verso il cielo. Gli sarebbe piaciuto rivedere l’aquila, che scorse da adolescente.
Volava bassa; ali enormi e tese, disparve nell’azzurro.

Era giunto in uno scoscendimento erboso, cosparso di piccole rocce, dove crescevano stelle alpine e mirtilli. Niente gli sembrava cambiato da quando ci veniva coi parenti. Giornate tutte di memoria, che lo turbavano, ma che adesso poteva a suo modo rivivere.
Avrebbe infatti raccolto due stelle alpine e un poco di mirtilli da portare a moglie e figlia.
Una sorpresa che, certo, non s’aspettavano. Si sedette. S’era alzato il vento che recava strani suoni. Gli venne freddo e si avvolse nella maglia.
Chiusi gli occhi, sentì invadersi da una grande felicità; era tornato in un luogo che, nell’arco della vita, pensandolo, gli aveva dato coraggio e speranza, non solo perché legato ai ricordi dell’ infanzia, ma perché lo intendeva come una sorta di richiamo.
L’infanzia,chissà perché, gli ricordò anche le preghiere che recitava, ogni volta che andava in escursione, di fronte a un Crocifisso di legno annerito dalle intemperie, al margine d’una mulattiera.
Ma sentì venirsi meno come quando si sveniva, soffocato non capiva da quale nebbia.

Due giorni dopo il cane di un pastore, mentre il gregge pascolava, prese ad abbaiare correndo alla volta del padrone. Riverso tra dei cespugli di stelle alpine, Menitto Gori sembrava che dormisse.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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