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I MURI E GLI ULIVI

PALESTINA. La difficile convivenza dei popoli e delle religioni in una terra senza pace.


  Franco Perlotto 



LE MILLE GUERRE DI Franco Perlotto: un alpinista fuori dagli schemi.

Gerusalemme.
Ulivo simbolo di pace. Fin dall’antichità, ne parlano approfonditamente i testi sacri delle tre religioni, l’ulivo ha avuto una rilevanza importante in tutto il medio oriente fino a diventare simbolo di una pace che non c’è mai stata. Non a caso l’olio di oliva ora è il principale prodotto agricolo della Palestina.

Mi trovo a Gerusalemme per coordinare un programma di cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Esteri con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza alimentare della popolazione rurale.
Un progetto voluto dall’ANP, l’Autorità Nazionale Palestinese, che ha chiesto il contributo del nostro paese.
Il programma vede lo sviluppo e il recupero dell’olivicoltura come base di sostentamento economico per migliaia di famiglie.
Nei territori palestinesi si contano circa 12 milioni di piante in una superficie lavorabile di 75 mila ettari. Tuttavia il muro che in poco meno di tre anni gli israeliani hanno costruito intorno ai territori, ha diminuito di molto la capacità produttiva e centinaia di olivi secolari sono stati sradicati o bruciati. Tutto è iniziato un po’ in sordina.


Sui confini del trattato del 1967, linea discussa con le armi da quando, esattamente sassanta anni fa, nacque lo stato di Israele, è nato un muro di divisione. Un po’ come quello che c’era a Berlino durante la guerra fredda, ma più alto e soprattutto molto più lungo.

In questa situazione non meraviglia che la produzione sia ridotta al minimo nonostante la grande quantità di alberi.
Questo accade a causa soprattutto delle complesse vicende belliche e di occupazione dei territori. La Palestina produce oggi 2 tonnellate di olive per ettaro, mentre nelle annate difficili si registra una riduzione fino al 30 per cento della produttività.
La caduta è dovuta soprattutto alla scarsità di infrastrutture e strutture di ricerca, oltre alla confisca di terre e alla distruzione delle piante.
L’olivicoltura è al primo posto tra le attività produttive nel settore agricolo, il quale incide soltanto per il 10 per cento nella formazione del prodotto interno lordo, benché il 60 per cento della popolazione palestinese viva in aree rurali.
Il raccolto delle olive è trasformato in olio soltanto per il 25 per cento. Si tratta di un prodotto dalle peculiari caratteristiche che tuttavia viene poco sfruttato. Il consumo interno è calcolato al 50 per cento della produzione, mentre il 30 per cento viene ceduto ad Israele che lo commercializza con i propri marchi di qualità.


Soltanto il 20 per cento viene esportato nei paesi del Golfo e viene commercializzato in taniche di plastica da cinque litri.
In Cisgiordania esistono alcune piccole aziende che si stanno impegnando in uno studio di marketing, per la produzione di qualità e per la commercializzazione in contenitori di vetro da mezzo e da tre quarti di litro. Il Ministero dell’agricoltura palestinese ha censito 250 frantoi in Cisgiordania, la maggioranza dei quali è attrezzata con macchinari italiani, ma ciò nonostante la qualità di lavorazione è ancora troppo bassa.

Il programma che coordino, opera a beneficio di circa 400 olivicoltori e di circa 30 manager di frantoio ai quali vengono impartite lezioni di tecnica e di miglioramento di coltivazione.
Ho verificato all’università di Bir Zeit, nelle vicinanze di Ramallah, la possibilità di effettuare dei corsi di preparazione.
Abbiamo iniziato l’acquisto di attrezzatura specialistica e il rafforzamento del laboratorio analisi dell’università di Nablus.
Stiamo partendo ora con una campagna contro i pesticidi utilizzati in agricoltura che di fatto alterano la qualità dell’olio e ne impediscono l’accesso ai mercati europei.
Ma le attività principali riguardano lo studio di un marchio di qualità e della sua divulgazione in modo da proporre l’olio extravergine e l’olio biologico palestinese ai mercati internazionali con le caratteristiche e le qualità necessarie per tali segmenti.
E’ necessario un restyling dei contenitori, sebbene qualche piccola azienda stia già proponendo delle bottiglie dalle forme delle anfore caratteristiche della regione. Tuttavia il Consorzio Palestinese per la produzione dell’olio d’oliva è soltanto in fase embrionale.


E’ mio compito facilitare l’ente nella creazione di uno staff, dell’installazione di un ufficio efficiente e soprattutto nella creazione e nella divulgazione del marchio. Il programma del Ministero degli Affari Esteri prevede la stampa e la diffusione di materiale divulgativo e la promozione attraverso i mezzi mediatici. Insomma, visto che l’olio di oliva palestinese ha le caratteristiche di poter essere veicolo d’immagine per l’intero paese, il programma prevede un grande sforzo di comunicazione e di marketing.
E’ questo il principale motivo per il quale mi è stato affidato.

La situazione operativa tuttavia è molto difficile, soprattutto alla luce degli avvenimenti. Nel mio ufficio presso il Consolato Generale di Gerusalemme giungono tutte le informazione necessarie per poter operare in sicurezza.
Ma la prospettiva che si è aperta con la nascita di due Palestine, una a Gaza e l’altra in Cisgiordania, non fa presagire nulla di buono per la popolazione.
Tutti noi che lavoriamo da anni in cooperazione allo sviluppo sappiamo che la sicurezza alimentare è il primo grande passo da garantire per eliminare tensioni. Ma quaggiù la situazione è molto più complessa.
Se gli israeliani non stanno oggi più osteggiando la nascita di uno stato palestinese è perché un dialogo franco tra popoli diversi potrebbe facilitare l’esistenza di entrambi.
Ma la nascita di un micro stato a Gaza in mano agli estremisti di Hamas può interromperne il circuito virtuoso e fare precipitare tutto nel caos.
Può essere vanificato il lavoro di chi da anni propone lo sviluppo sostenibile, la sicurezza alimentare, la convivenza tra i popoli come base per il radicamento di quella che tutti noi chiamiamo la cultura della pace.


Il confronto tra le fazioni di Hamas e di Fatah, oltre ai morti, centinaia, ha provocato un’ennesima catastrofe umanitaria per il popolo palestinese. L’esodo verso i campi profughi in Egitto e in Libano ha confermato che la popolazione è stanca di guerra e che preferisce andarsene.
Valigie sulla testa, bambini aggrappati alle tuniche delle madri. Gli uomini rimangono a combattere. Ma a combattere che cosa e chi, ci si chiede.
Nei giorni stessi dei combattimenti fratricidi di Gaza, a Nablus in Cisgiordania viene attaccata e distrutta l’emittente televisiva di Hamas.
Poco dopo la cessazione delle ostilità sempre a Nablus, ma anche nella capitale amministrativa Ramallah avvengono degli omicidi mirati di capi armati di Hamas.
Nella baraonda mediatica che segue l’evolversi degli eventi soltanto Al Jazeera, l’emittente internazionale del Qatar, informa di quegli eventi marginali, ma rilevati, nella lettura dei fatti.
La vittoria di Hamas a Gaza ha isolato di fatto la fazione radicale in quel territorio.
E’ stato semplice per gli israeliani chiudere i pochi varchi del lungo muro e segregare la fazione. Immediate le sanzioni di Israele che ha tagliato i rifornimenti di viveri e di carburante.
I fatti che hanno seguito mostrano quello strano volto della vicenda: un nuovo governo palestinese senza Hamas e solo in Cisgiordania, il territorio più vasto della Palestina.
Poco dopo giunge la promessa americana di togliere le sanzioni ai palestinesi se Hamas fosse rimasto fuori dal governo.
Comprensibile quindi l’immediato grido di dolore di Magdi Allam dalle pagine del Corriere della Sera: "Addio allo Stato palestinese".


Al di là del muro ad occidente nella striscia di Gaza è rimasta una parte della Palestina con un milione e quattrocento mila persone.
Al di là del muro ad oriente, in Cisgiordania gli eventi hanno un corso più lento e sono ancora in divenire. Ma anche il più disattento degli spettatori a questa ennesima catastrofe umana nella terra santa di ebrei, cristiani, mussulmani, si accorge che il lungo muro che Israele ha voluto per racchiudere le frange di combattenti estremisti, ha di fatto rinchiuso se stesso.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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