Home Alpinia.net
  Home Aziende
  Home Editoria
  Periodici in Edicola
  Recensioni Libri
  I racconti di Alpinia
  Presentazioni Libri
  Incontri con Autori
  Librerie di Montagna
Notizie e Curiosità
dal Mondo
della Montagna
 Metti tra i Preferiti 
 Segnala ad un amico 
 Scrivici 
 Contatti 

 

 

 

 


IN CURA DALLO STREGONE


  Franco Perlotto 


Marauià, Amazzonia brasiliana.
Francisco stava abbastanza bene. Era un giovane yanomami dall'aspetto forte, al quale il missionario gli aveva appiccicato quel nome d'occidente. Da qualche settimana diceva di sentirsi stanco, un po' deperito. Qualche settimana fa s'era ammalato, ma pareva essersi rimesso in sesto senza troppi traumi. Ero tranquillo, anche perchè una malattia come la sua, importata nei villaggi dalle invasioni dei cercatori d'oro, era spesso un grosso assillo per gli sciamani del villaggio. Verso metà mattina, arrivarono di corsa due ragazzini. Sembravano concitati.
Mi dissero che Francisco, all'improvviso, era peggiorato. Corro al villaggio e in pochi istanti fui al lato della sua amaca. Gli infilai un termometro sotto a un'ascella e il prete che era corso anche lui gli misurò la pressione arteriosa su un braccio. Il prete si lanciò a supporre una di quelle malattie psicologiche che di tanto in tanto colpivano gli Yanomami.
M'era già successo di assistere: l'indio diceva di essere gravemente ammalato, anche senza riscontri tangibili nè dagli sciamani, nè dai medici d'occidente. Non mangiava più, non dormiva. Entrava in uno stato di prostrazione tale, che banalità come un raffreddore si trasformavano in malattie che spesso lo conducevano alla morte.
Francisco non pareva così deperito da farmi temere complicazioni. Aveva sicuramente bisogno di un medico, ma cercammo di ingegnarci per evitargli un viaggio sul rio Negro. Lo feci caricare dentro alla sua amaca legata sotto ad un palo ed alcuni giovani lo trasportarono all'infermeria, dove l'infermiera del progetto gli infilò l'ago di una fleboclisi.
Ad accompagnare lo strano corteo c'era la suocera che si sedette su una panca in disparte e si mise a scrutare ogni cosa che accadeva.


Il liquido gocciolava lento dentro alle vene. Francisco sembrava calmo e rilassato. Sua suocera quasi dormiva.
Ad un tratto, improvvisamente come un ramo che si spezzava dalla cima di un albero e che rovinava, rompendo altri rami, fino a terra in un frastuono di legni scheggiati, gli occhi di Francisco si ingigantirono.
Iniziarono a ruotare lentamente, a scrutare tutti gli angoli del soffitto. Ma lo sguardo di Francisco non si perdeva nel nulla come quello di qualcuno che stesse per svenire. Egli vedeva qualcosa, lassù sotto le lamiere del tetto e iniziò ad agitarsi di paura. Alzò le mani al cielo e spinse con forza contro quegli spiriti, che lui vide evidenti. Mi avvicinai e gli toccai una mano.
Poi sussurrai: "Cosa c'è. Non avere paura".
Come allo scatto di un meccanismo a molla, la suocera s'alzò dalla strana posizione rannicchiata che aveva mantenuto per tutto il tempo.
Mise le mani sul volto e si lasciò trasportare dai singhiozzi. Quando a poco a poco i singulti si trasformarono in pianto, un filo di voce gli affiorò dalle labbra.
"E' inutile" - sentenziò - "Non ti sta sentendo più. Non sente più nulla".


Il siero gocciolava regolare, il battito del cuore era normale, la febbre non c'era, la pressione era nei parametri di stabilità.
"Bisogna portarlo all'ospedale", disse l'infermiera spaventata. Ma l'incubo dei chilometri di fiume, delle sue terribili rapide, l'incognita se ci fosse stato un medico in quei giorni già all'ospedale di Santa Isabel do rio Negro, mi impedirono di prendere una decisione immediata. Il respiro di Francisco si fece affannoso. Sembrava soffocare. Mi parve impossibile che una persona tanto robusta si potesse lasciare morire in quel modo.
Presi le spalle della suocera e la guardai dritta negli occhi. I seni scoperti denunciavano l'età più che il suo sguardo fiero. La scossi un pochino e le chiesi con tono perentorio:
"Ma cosa gli succede? Perché non mi dici cosa vede?".
Gli occhi le si gonfiarono ancora una volta di lacrime angosciate e tra i singhiozzi riuscì a sussurrare:
"Gli spiriti del male gli stanno portando via l'anima. Sta lottando con gli spiriti nemici, ma ora non ce la fa più. Ora morirà".

Nell'agitazione l'ago della flebo lacerò la vena e l'infermiera fu costretta a infilarglielo nell'altro braccio. Nessuno ascoltò il mio breve dialogo con la donna Yanomami e, mentre il prete e l'infermiera discutevano sul da farsi, mi avviai con una scusa verso il villaggio.


Percorsi lento i duecento metri di sentiero ed entrai nella grande casa comune. Girai verso destra e, come se fossi capitato lì per caso, mi accovacciai per terra di fronte a Jovenal, uno dei più prestigiosi sciamani del Marauià.
Era nato un ottimo rapporto con lui, al punto che qualche giorno prima mi aveva chiesto di rimanere al suo fianco in un rito magico.
"Cos'hai, amico", mi chiese quando vide il mio volto carico di tensione.
"Sono preoccupato per Francisco", dissi. "Sua suocera dice che sta vedendo gli spiriti del male. Dice che sta lottando contro la morte".

Jovenal alzò lo sguardo e mi scrutò profondamente. Sapeva che la maggioranza degli occidentali non credeva agli spiriti degli indigeni che uccidevano l'uomo. Aveva toccato con mano lo scetticismo dei missionari e dei pochi uomini d'occidente che conosceva.
"Noi possiamo fare molto poco", gli dissi. "Le nostre medicine non possono aiutare Francisco, in questo momento. Forse tu puoi dargli una mano". Poi aggiunsi: "Se vuoi venire all'infermeria per fare un rito contro gli spiriti del male, cercherò io di convincere il frate".
Il missionario non aveva mai visto di buon occhio quelle forme animistiche della cultura indigena. Quando gli parlai di un rito sciamanico proprio all'interno dell'infermeria della missione, ne fu quasi inorridito.
Concesse il suo benestare più per un buon rapporto diplomatico con la tribù, che per la convinzione del valore della cultura indigena. Dopo una buona mezz'ora tutti gli sciamani più importanti del Marauià furono raggruppati fuori dalla porta dell'infermeria. Spostai il lettino di Francisco al centro della stanza.
L'infermiera avvicinò il treppiede della flebo più vicino all'armadio. Dopo aver atteso un mio sguardo di approvazione, gli stregoni entrarono uno ad uno. Quando iniziarono a infilarsi le piume di pappagallo nelle fasce di pelle di scimmia che portavano sulle braccia, i famigliari di Francisco iniziarono a piangere a dirotto. Il loro stato d'animo pareva simile a quello di chi vedeva conferire l'estrema unzione ai propri cari.


Jovenal e Jonga condussero il rito. Si posero al capezzale di Francisco e, con urla potentissime, iniziarono a piegarsi ritmicamente sul corpo del malato. Una decina di altri stregoni, con voce roca, emisero alcune brevi grida e iniziarono a saltellare intorno al lettino. Jovenal iniziò a sputare copiosamente in una bacinella dell'infermeria.
Con la bocca aperta, passò il suo volto teso dallo sforzo sul corpo del malato, sfiorandolo appena. Cercava di ingoiare gli spiriti nemici. Cercava di farsi impossessare lui stesso per liberare Francisco. Poi con potenti rutti e sputi e conati di vomito rigettava gli spiriti nella bacinella. Jonga, con gli occhi spalancati, fissava nella stessa direzione verso la quale guardava Francisco. Con le mani catturava entità nemiche che si muovevano nell'aria.
Gli altri sciamani, chi armato di machete, chi con i pugni, chi con le mani aperte, chi con una lancia, sbattevano al suolo gli spiriti che vedevano. Le lamiere che ricoprivano la baracca dell'infermeria vibravano maestose, amplificando le urla roche. Gli occhi di Francisco a poco a poco iniziarono a rilassarsi. Il suo respiro ritornò lentamente alla normalità. Il rito finì quando l'ultima goccia della fleboclisi stava entrando nella vena.

Due giovani muscolosi caricarono l'amaca di Francisco sullo stesso palo col quale era arrivata e lo riportarono al villaggio. I famigliari uscirono dall'infermeria ringraziandomi senza smettere. Consigliai loro di continuare la cura di ricostituenti iniziata, anche domani.


Il trambusto sembrava passato e anche la faccia del missionario sembrava meno tesa. Andai a fare quattro passi. Arrivai al fiume ed incontrai Jovenal che passeggiava tranquillo. Lo guardai dritto in faccia e sorridemmo entrambi tra l'ammirazione e la complicità.
Gli annunciai che di lì a poco, dopo un'altro loro rito contro gli spiriti del male, avrei portato a Francisco alcune pastiglie e qualche vitamina che l'infermiera aveva preparato. Jovenal mi guardò profondo, scrutandomi gli occhi. Poi s'aprì in un nuovo ampio sorriso. S'avvicinò al mio orecchio e sussurrò: "La vostra medicina e la nostra, insieme faranno guarire Francisco".

Poi se ne andò, dondolandosi tutto, per immergersi nelle acque tumultuose del rio Marauià che a quell'ora del giorno sembravano avere assunto il colore del legno che marcisce.
Il sole stava calando e la sagoma placida dello stregone, sparì compiacente dentro al turbinìo dei mulinelli, come in un gioco che solo i bambini sapevano fare.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
intro >>