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BUIO


  Gianluca Carboni 

Toni sta procedendo lungo la galleria da un tempo sufficiente per rendersi conto che probabilmente la strada che ha scelto è sbagliata. Non capisce come sia successo, il percorso pareva semplice, quasi banale, eppure adesso non riesce a riconoscere un solo particolare che possa confortarlo, indirizzarlo verso una meta sicura. Ogni tanto si volta; gli basterebbe individuare una roccia dalla forma caratteristica, un grande macigno fra quelli che in parte occupano la base del condotto, una concrezione fra quelle che impreziosiscono la volta, sottili e delicate, ma la memoria ha deciso di non supportarlo, la paura, subdola sorella della fatica, confonde la vista, muta le ombre, i riflessi, già così mutevoli in ambienti come questi, oppure è lui stesso a sperare in un errore dei suoi sensi perché sarebbe molto peggio ciò che è facile che sia, cioè che stia avanzando a caso in un posto in cui nessuno ha mai messo piede.

Da giorni si trova nel campo base con gli altri con lo scopo di esplorare le diramazioni profonde di questa grotta. Un accampamento spartano a molte ore di progressione dalla superficie, umidi tendoni di plastica con umidi sacchi a pelo dentro, qualche fornellino, contenitori di cibo, bottiglie e borracce, corde, moschettoni, trapano, batterie, strumenti per l’esecuzione dei rilevamenti e pochi oggetti per ingannare l’attesa fra un’operazione e l’altra, per tentare di entrare in un torpore che assomigli al sonno, o tentare di uscirne.
In questo momento neppure ricorda le facce dei compagni di spedizione, e quanti sono, e cosa ha detto loro prima di allontanarsi per vedere se quella fessura notata in precedenza nascondesse qualcosa. E realmente in quell’anfratto una sorpresa c’era, una prosecuzione inaspettata aldilà di una pietra che bastava spingere e spostare, che pareva messa appositamente per trarre in inganno, per occludere un meandro facendolo apparire come un’inutile nicchia.
Succede spesso in grotta che si scavi a lungo in un punto ritenuto promettente perché si suppone che l’acqua vi penetri e solo un “tappo” di terra ne precluda il passaggio all’uomo, o si cerchi di forzare una fessura di roccia convinti che poi l’ambiente torni ad allargarsi; si seguono articolati ragionamenti sul cammino dell’acqua stessa, sulla presunta direzione dell’aria, si osserva con attenzione, si calcola, si tenta, si suda, ci si illude, si riprova e demoralizzati si abbandona il lavoro che a nulla ha portato. Succede a volte che tempo dopo uno speleologo passi da lì distratto dalle chiacchiere di un collega, magari pensando a un altro luogo, a una ricerca che vuole fare in una caverna lontana, o a un bicchiere di birra artigianale bevuto in un pub vicino a casa, e che noti un’ombra strana, o che per sedervisi sopra sposti la pietra giusta, quella che celava un buchetto soffiante a due passi dal precedente tentativo fallito di disostruzione, o che alzi gli occhi scherzando e un gioco di luci ne blocchi lo sguardo su una stalattite dalla forma irregolare che vista da ogni altro punto appare appoggiata alla parete, e invece proprio da quello si mostra come è in realtà, cioè staccata e cresciuta davanti a una finestrella non stretta, non scomoda da raggiungere, semplicemente nascosta.
E succede pure che il fortunato esploratore finisca per ignorare la porta d’ingresso a un nuovo mondo che il caso gli ha servito su un piatto d’argento perché ora la reputa troppo evidente, perché ritiene inverosimile che qualcun altro non l’abbia individuata prima, raggiunta, esaminata, quindi abbandonata e dimenticata perché speleologicamente inutile.


La grotta non è un ambiente ideato da una mente razionale con lo scopo di essere visitato e il suo sviluppo segue logiche naturali che possiamo solo cercare di immaginare, e mille variabili sono già pronte ad annullare le certezze che pretendiamo di fissare.
Ciò non toglie che speleologi come Toni ogni tanto imbocchino il pertugio che permette di aggiungere una tessera di conoscenza all’immenso, misterioso mosaico che rappresenta il vuoto ipogeo, una raffigurazione, la sola sulla terra, della quale non si conosceranno mai i limiti.
La forza che spinge quelli come Toni verso confini che non ci sono prende origine proprio dalla consapevolezza della mancanza della parola fine: ci sarà sempre uno spazio in cui potresti essere tu il primo a entrare.
E adesso tocca a lui, lui che sta percorrendo un condotto sconosciuto verso un luogo che man mano prende forma nella sua mente sostituendo alle sfuocate immagini disegnate dalla fantasia quelle reali trasmesse dai sensi. Eccitazione e gioia gli hanno però creato una condizione di forte euforia ed è probabile che sia proprio questo il motivo per cui ha commesso un errore: non si è accorto di un qualcosa nella morfologia di questo settore della grotta che gli sta impedendo di tornare al campo base, di ritrovare la fessura da cui è passato qualche minuto fa, al massimo dieci, forse un’ora.

Toni è fermo in riva a un torrente tranquillo. Si è seduto in un piccolo spiazzo sabbioso, ha la schiena appoggiata a un masso e osserva la galleria piuttosto monotona cercando di ricostruire ogni propria azione, scava nella mente provando a recuperare sensazioni, ricordi, pensieri.
Dunque… la forma della strettoia l’aveva costretto a entrare di fianco, a strisciare su quello destro, quindi il procedere era diventato più comodo in un cunicolo dalle pareti di roccia liscia, lungo pochi metri. Era sbucato nella galleria che verso sinistra pareva ascendere blandamente perdendosi nell’oscurità e a destra… il corso d’acqua… vi sta immergendo una mano con l’intenzione di passarla umida sulla nuca e procurarsi un momentaneo refrigerio: “come è possibile che l’abbia notato solo ora?” si chiede.
Comunque è sicuro di essere andato a destra, in discesa, come quasi sempre accade durante una prima esplorazione, alla ricerca della strada per arrivare al punto più basso della grotta, a quello che è il fondo umano; è sicuro poi di aver guardato l’ingresso del cunicolo per poterlo riconoscere al ritorno e di aver notato la facilità della sua individuazione, perchè è alto almeno 60 centimetri, largo 80, con una colonna bianca che vi è cresciuta a fianco e sale assottigliandosi tanto da essere in alto quasi trasparente, una sottilissima cannula che pare conficcarsi nel soffitto e invece vi nasce da un minuscolo crepo.
La galleria ha sezione semi-ellittica, quasi triangolare, e dimensioni costanti: fra i 4 e 5 metri di larghezza per 6 o 7 di altezza, quando è apprezzabile, perché a tratti la volta scompare lasciando spazio a misteriosi camini, a crepacci insondabili che suggeriscono la presenza di un enorme meandro sulla testa. Ma ciò che conta è che le pareti del tunnel sono ricoperte da compatte concrezioni, una vera e proprio colata biancastra con sfumature grigie, anche gialle, bellissima, brillante, soprattutto continua, poderosa, capace di occultare e chiudere per sempre le eventuali ramificazioni: “bene” pensa Toni “quindi mi trovo ancora nel condotto principale e ho seguito il corso del fiumiciattolo… ho scavalcato qualche masso, un paio li ho rasentati avvicinandomi alla parete, strisciato sulla parete, entrambe le volte a destra… per quanto tempo ho camminato prima di invertire il senso della marcia?… non ho ritrovato i due passaggi stretti per cui il cunicolo è più avanti, a sinistra… dopo i massi… ho realmente invertito il senso di marcia?… Dio mio, perché questo torpore, perché non ricordo le cose più ovvie?…”.

Come comportarsi in un tale caso? Come evitare di peggiorare la situazione, provare a migliorarla? Intanto ragionando, restando tranquilli, tornando lucidi.

Toni si alza, si guarda attorno registrando ogni particolare, sa che deve assolutamente ripartire, ma questa volta utilizzando tutte le capacità che la sua notevole esperienza gli fornisce.
“Bene, il torrente va in quella direzione e io ora lo risalgo… sì, lo risalgo, lo risalgo perché non sono un idiota e sicuramente quando l’ho incontrato ne ho seguito la corrente, perché all’inizio vado sempre verso il basso, perché cerco il punto più basso… bene… così ora devo risalirlo, anche se sono oltre quel cazzo di cunicoletto, anche se sono oltre… prima o poi me ne renderò conto se sono oltre… importante è segnare bene questo punto, questo, questo dal quale riparto…”
Toni raccoglie alcune pietre e le ammucchia sopra al masso a cui si era appoggiato costruendo così un evidente “ometto” sufficientemente stabile, quindi sulla sabbia traccia una grande freccia indicando la direzione che sta per seguire. Si incammina, ma subito si ferma pensando a come facilmente ha perso l’orientamento in un tunnel, un luogo così semplice da affrontare, e retrocede poco convinto. Traccia un numero, l’uno, vicino alla freccia e riparte.
E’ lento; procede a fianco del corso d’acqua che ne accompagna i pensieri con un suono complesso, amplificato dall’ambiente che ne sovrappone infinite registrazioni d’intensità calante, e quasi non guarda davanti a sé tanto è assorto nello studio delle sinuose pareti a destra e sinistra. Spesso si volta, si inganna toccando ombre che feriscono nutrendo illusioni, impreca, getta pietre contro il buio che lo precede, che lo segue, si pente, cerca ancora, ma non trova un solo, minuscolo, pertugio.
Toni consuma energie opponendosi all’agitazione che vuole assalirlo, lotta perché sa che una situazione come questa, una passeggiata in riva a un pacato fiumiciattolo in una grande galleria priva di pericoli, senza salti, fessure assassine, passaggi delicati dove la tenuta di un appiglio è una scommessa sulla vita, trae in inganno perché crea con la sua apparente tranquillità un senso di sicurezza che può risultare letale quanto l’appiglio che cede: è vero, qui non caschi, qui non sbatti, qui non ti strozzi col cinturino del casco scivolando in un buco troppo stretto, qui non ti assalgono i crampi in un budello dove non riesci più a retrocedere… qui sei solo in un luogo immenso dove potresti non trovare la via d’uscita, in un luogo “vergine” dove altri non sanno entrare, qui hai poche ore di luce, nulla da mangiare…

Una breve pausa, una freccia, un numero vicino, poi Toni si rimette in moto.
Ha camminato per almeno mezzora e adesso è fermo nei pressi di una tozza stalagmite rossastra, certo di non essere mai stato lì; guardando avanti riesce solamente a scorgere due pareti che subito perdono consistenza nelle tenebre di una galleria senza fine.
Le tenebre inghiottono anche il torrente.
“Bene, non ho riconosciuto un solo particolare, ho percorso almeno un chilometro e non ho riconosciuto una sola schifosa pietra… Dio mio, non può finire così… un incidente ci sta, capisco, ma non così, andando a vanvera in un tunnel in cui è impossibile andare a vanvera, contando i minuti che passano, contando i passi, i sassi, aspettando il buio… una fine orribile, proprio io… un orribile sogno dentro a quello schifo di tenda, ecco, sì, è certamente questo…” l’incubo che ti strozza, del quale sei consapevole eppure non riesci a svegliarti “… ci vuole poco, ancora uno sforzo, sì, voglio aprire gli occhi, voglio… devo… ok, ho capito, nulla da fare, torno indietro fino al primo punto… ok, ho ancora tempo… sì, certamente avevo già invertito la marcia e passato il buco che cerco… bene, in fretta… seguire la corrente e tornare al punto 1…”

E’ trascorsa un’altra ora, forse di più; il punto 1 è superato, lontano, e il torrente sempre a fianco, sempre uguale, maledettamente ipnotico nella forma regolare delle sue anse e nel mormorio della sua acqua dai mille monotoni echi sovrapposti. Le pareti, poi, sono muri senza fine sui quali si ripetono disegni e rilievi che paiono riconoscibili e invece sono subdoli giochi di luce e ombre già visti un attimo prima, ogni attimo prima. Nessuna deviazione, nessun pertugio, buio assoluto davanti e dietro, spesso anche sopra.
Toni ha chiamato alcune volte i compagni convinto di aver sentito un rumore anomalo, altre sperando che una fortunata combinazione di rimbalzi sonori potesse portare loro la sua voce, la sua richiesta di aiuto a ogni tentativo più disperata, e ha pure gridato la sua rabbia e la sua paura.

Rabbia e paura sono sensazioni capaci di abbatterti costringendoti all’apatia o di stimolarti centuplicandoti le forze, possono obbligarti a reazioni opposte impossibili da comprendere e prevedere. Oggi però Toni non vuole morire e tensione e terrore diventano elettricità nei suoi muscoli, sono combustibile nel suo cuore… purtroppo è il cervello a tradirlo impedendogli di focalizzare semplici, chiarissimi concetti che improvvisamente si confondono e si perdono in una nebbia interiore tormentata da mille lampi, quasi fosse un’esplosione nucleare a frantumarli e a renderne fosforescenti i cocci.
Furore e disperazione: procede veloce seguendo il corso del torrente, deciso se non altro a trovare la fine di questa grotta che, ne è sicuro, lo ucciderà; un attimo dopo non riesce a frenare il pianto e rallenta, si ferma, appoggia la testa a un pilastro roccioso e trema, si stropiccia gli occhi, sente il sapore salato delle lacrime sulle labbra, respira profondamente, si accarezza la fronte col pollice e l’indice della mano sinistra, con leggere rotazioni che sfiorano le sopracciglia, e leggermente si graffia con le altre dita per stimolare una reazione, e ancora traccia un numero sulla sabbia, 20, 30, con una freccia vicina, e tre lettere, SOS, e quattro lettere, HELP, e riparte.

Sono sull’orlo di un baratro le cui dimensioni non possono essere quantificate col solo aiuto della luce del mio casco: non vedo la parete aldilà del salto, non vedo la base dello stesso e neppure ne scorgo la sommità. Il torrente vi si perde e non sento il rumore dell’acqua che precipitando arriva ad urtarne il fondo, forse perché si nebulizza in un volo lunghissimo.
Inaspettatamente dall’alto pende una corda che senza interruzioni scende perdendosi anch’essa nel buio. Posso avvicinarmi e tenendomi a una robusta stalagmite toccarla, accarezzarla godendo per un attimo della sua consistenza, del fatto che mi trovo in un luogo noto quindi a qualcun altro, di un futuro che forse anche per me torna ad essere concepibile.
Il torpore persiste, mi causa una leggera nausea, ma ho l’impressione che una forza primitiva stia crescendo, già pulsi nella mia testa, cerchi di esplodermi dentro per vincerlo. Sto aspettando che le lacrime di insensata felicità smettano di confondermi la vista. Grido più volte e ottengo un gioco di voci simili che si rincorrono in un mondo di roccia e vuoto fino a esserne inghiottite.
In realtà non capisco come possa trovarmi in una simile situazione perché la mia capacità di concentrazione rimane ridotta, ma so che non posso sbagliare ancora, che devo sforzarmi per decidere se scendere come vuole la curiosità o salire come ordina la paura.
Getto un sasso per quantificare la dimensione del salto che ho davanti: non lo sento schiantarsi sul fondo. Ne getto un altro, più grande: nulla, neppure un eco lontano… non è possibile, centinaia di metri, migliaia… senza fine, senza senso… allora è una delle porte dell’inferno, il Maelstrom di Poe, e io sono morto… no, è ancora l’incubo, l’ultimo trucco di chi ha voluto che fossi qui adesso e mi ha creato un’illusione col solo scopo di distruggerla e obbligarmi alla resa… devo fermare la disperazione prima che mi sgretoli il cervello, devo fuggire… voglio uscire… afferro la corda, monto i bloccanti per la salita, mi lascio andare, ondeggio allontanandomi un metro dal ciglio del baratro e inizio a issarmi, con troppa foga.
Presto il respiro diventa affannoso e sono costretto a rallentare, infine a fermarmi; chiudo gli occhi, provo a calmarmi, sento le gocce di sudore rigarmi il volto, solleticarmi le ciglia e il naso, correre lungo il collo, e le gengive pulsare perché ho le mandibole serrate, e sento il sapore metallico del sangue che cola da una piccola ferita sulla lingua, poi i nervi dei denti che vogliono vendicarsi, il freddo, oscillo appeso alla corda, un tamburo nel torace, il freddo, un rullio, oscillo, il freddo, si placa… sento finalmente il battito del cuore tornare alla normalità… qualcosa mi spinge a salire, qualcosa di forte che potrebbe essere la stessa poderosa determinazione che sempre più violentemente riesce a spazzare dalla mia mente il torpore… forse è la convinzione di aver trovato la giusta direzione, di essere vicino all’azzurro del cielo, al giallo, bianco abbagliante del sole. Riapro gli occhi e guardo in su: ancora buio attenuato appena dal confuso riflesso della parete rocciosa che a pochi metri accompagna il mio procedere e poco sopra e poco sotto torna a perdersi nell’oscurità.
Lontanissimo vedo un bagliore, tenue, delicato come quello prodotto da una candelina accesa, o vorrei vederlo e col desiderio sono proprio io a crearlo… non importa, so che questa è la sola scelta razionale e so che è quella giusta, così riprendo a salire, tranquillo, cercando di armonizzare i movimenti per risparmiare le energie.

Ora ho realmente visto una luce, improvvisa, potente, chiarissima, un lampo provenire dall’alto: sì, non ho dubbi, non capisco come possano essere lassù eppure sono certo che si tratti di loro, sono i compagni che hanno individuato la mia posizione e provano ad aiutarmi. L’entusiasmo vibra nei miei muscoli portandomi ad accelerare, ma questa volta non sento la fatica, potrei volare.
Salgo, ancora il buio, ancora un bagliore che mi avvolge diventando forza traente, e ancora il buio, e un odore strano, il ricordo di un’immagine fredda che lo accompagna, la sterilità di un ambiente glaciale dopo l’esplosione rosso sangue di un incubo, e l’odore che riconosco, non cattivo, ma orribile, ma non cattivo…
La grotta è scomparsa, sto avanzando in un luogo mutevole che pare prendere forma definita una pennellata dopo l’altra, pennellate che non compongono immagini, ma ne rendono nitide alcune già esistenti eliminando la patina di smog che ne maschera il significato. Continuo a muovermi regolarmente seguendo la direzione che il sole mi indica anche se a volte lo vedo sformarsi, sbiadire, allungarsi e imbiancare, diventare rettangolare, come una plafoniera, con la luce al neon. L’odore, poi, è molto forte, lo odio, mi ustiona le narici, aspro, un disinfettante, fino a quando il sangue rosso lo ricopre col suo aroma di ferro… rosso...

Sono quasi fuori, vicino all’uscita… i suoi occhi terrorizzati, il braccio proteso verso di me, è accucciata in un angolo del soggiorno, è bellissima con quei boccoli biondi che volano leggeri, e piange, prega, urla, tiene la bambina stretta a sè e piange, urla… non capisco, ci sono mani che si muovono, ma non sono le mie… desidero solamente che la sofferenza termini, vorrei il silenzio… ci sono pugni che colpiscono , ma non sono i miei… lei trema ancora, inutili vibrazioni, spasmi di piccole marionette frantumate… colpiscono, colpiscono, colpiscono, colpiscono… non volevo, ecco, non volevo sentirle soffrire… il silenzio, finalmente, sono spossato, immobile, tutto è rosso, senza forma, le teste, i capelli schiacciati, appiccicosi, e le mani nuovamente mie, aperte, gentili… e il buio…

… una donna che corre, il suo camice bianco come la luce della plafoniera che mi sta abbagliando, e tre uomini che mi bloccano, il loro camice azzurro come gli occhi di lei che senza vita da allora mi fissano gelidi ogni volta che torno in superficie, e l’odore aspro, un’aldeide, lo odio, l’ago…
“… presto con l’iniezione, maledizione, è sveglio questo animale, sputa sangue, presto, non lo teniamo più…”
“… no, no là sotto… mi ascolti signora, la prego, lasciatemi spiegare, la prego dottore, non volevo che urlassero, mi ascolti, non sono stato io, non erano mani mie… non mandatemi ancora là sotto, vi prego… il buio, ho paura… non volevo che soffrissero più… solo il silenzio… non capite che dovevano farlo… io…”

Toni striscia nel cunicolo felice di essere in salvo; ha rischiato, ma alla fine ha riconosciuto la strada per il campo base. Presto incontrerà i compagni e racconterà del nuovo ramo che ha scoperto, del terrore che ha provato, delle sensazioni contrastanti, del buio che lo assediava, fuori e dentro. Poi lascerà loro l’incombenza dell’esplorazione perché lui deve tornare all’esterno, deve rivedere la moglie che adesso sa di avere, la figlia della quale ha dimenticato il nome e il volto, e le ripulirà dalle chiazze rosse, e le pettinerà così avranno capelli biondi che volano leggeri, e le renderà tranquille.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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