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IL BERNOCCOLO DELLE SINERGIE


  Anna Lauwaert 

Arturo Tritta-Sassi era nato con la camicia e col bernoccolo delle sinergie. Inoltre, non era stato battezzato sul sedere.
Suo padre Policarpo Tritta era immigrato dalle Puglie ed aveva giudiziosamente sposato Miranda Sassi che non solo aveva un petto abbondante e dei fianchi accoglienti, ma era pure figlia unica di una delle famiglie più influenti della regione visto che possedeva una bettola.
Insieme avevano iniziato a lavorare nell’impresa paterna.
Policarpo faceva il garzone e Miranda la cameriera.
Poi Policarpo aveva cominciato ad applicare certe tecniche di vinificazione.
Cioè faceva arrivare le botti di vino dal suo paese e le manipolava al punto che nacque il detto “Dante Alighieri faceva versi divini, mentre Policarpo Tritta faceva vini
diversi”...
Dopo qualche anno la bettola era diventata ristorante con cucina calda, poi osteria con bar, poi locanda con alloggio ed un giorno erano venuti gli imbianchini che avevano ripitturato la facciata ed anche la stalla ed il fienile che erano stati ammodernati in un complesso unico sul quale era stata appesa una vera insegna che annunciava: “Hôtel des Alpes, man spricht deutsch”.
E a quelli che chiesero a Policarpo se parlava tedesco egli rispose che lui no, ma i clienti si.
Di fatti aveva un accordo col capostazione che, in cambio di qualche pranzo domenicale, gli mandava viaggiatori e turisti.
Arturo Tritta-Sassi era rimasto figlio unico in ossequio al motto paterno “quello che vale la pena di essere fatto vale la pena di essere ben fatto”. Ancora in grembo, il bambino aveva sentito le discussioni sull’ampliamento dello stabile, appena nato aveva respirato polvere di calcina, i suoi primi passi li aveva mossi tra sacchi di cemento, mattoni e blocchi di granito.
Le sue prime ferite furono martellate sulle dita quando riusciva ad acchiappare gli attrezzi dei falegnami che costruivano porte e finestre. Arturo, a tre anni, aveva già assimilato tutta l’edilizia, maestranze, subappalti ed artigianati vari e quando cominciò la scuola elementare memorizzò subito la coniugazione dei verbi disegnare, misurare, edificare, costruire, riattare, rimodernare, restaurare, ampliare, ecc.
Però, quando gli si chiedeva cosa avrebbe fatto da grande non era in grado di rispondere perché non aveva ancora imparato la parola che esprimeva la sua visione del mondo.
Fu solo durante la scuola media che trovò la rivelazione nel vocabolario Zingarelli: egli sarebbe diventato “commercialista” per cui frequentò la scuola di commercio.
Come tesi di fine studio presentò un progetto di ampliamento del ristorante paterno.
Infatti, sulla montagna vicina era stato costruito un osservatorio con antenne e ripetitori vari.
Tra l’albergo paterno e l’osservatorio ci voleva una teleferica, non solo per facilitare il trasporto degli addetti ai lavori, ma anche per agevolare i turisti a salire lassù ad ammirare il paesaggio.
La ditta costruttrice di teleferiche fiutò l’affare e tramite conoscenti e politici collaterali ottenne finanziamenti.
Non appena la teleferica fu terminata emerse l’esigenza di realizzare, all’arrivo superiore, una buvette con servizi. Un amico di famiglia, che faceva fatica a vendere i suoi chalet vallesani a causa dei vincoli paesaggistici, riuscì ad ottenere un permesso di costruzione ed entrò in società.
Siccome i visitatori aumentarono si aggiunse l’esigenza di un posteggio che a sua volta fece maturare in Arturo l’idea di erigere un’enorme croce di larice in cima alla montagna e di finanziare la festa di benedizione durante la quale venne addirittura il vescovo. In seguito la parrocchia entrò nella società conferendo il prato per il posteggio.
Dato che il terreno era di dimensioni considerevoli si poté collocare, in un angolo, una cisterna, delle pompe di benzina ed un autolavaggio automatico, ossia, il presupposto per un contratto con un’importante società petrolifera ed un gruppo imprenditoriale controllato da banche, fiduciarie e società immobiliari, di tendenza liberale, molto accreditate nella regione.
Quell’inverno nevicò abbondantemente e gli sportivi salirono in montagna per sciare, in numero tale da convincere la ditta costruttrice della teleferica che gli impianti di risalita avrebbero potuto essere un buon affare. L’anno seguente la stazione sciistica ebbe un successo notevole e tre anni dopo uscì dai conti in rosso consentendo agli azionisti di beneficiare del primo dividendo.
A questo punto la buvette a forma di chalet era diventata troppo piccola, ma un corto circuito, fin troppo provvidenziale, appiccò un incendio che ridusse ad un cumulo di cenere tutto l’edificio. Ovviamente, le assicurazioni erano state stipulate con lungimiranza, così, ancora prima dell’inverno, grazie alla tempestività di una delle onnipresenti task force, vide la luce il nuovo ristorante panoramico dotato di self-service, terrazza semicoperta e solarium.
L’estate seguente, grazie al nome prestigioso dell’architetto, lo Stato diede un cospicuo contributo per
l’aggiunta di un’ala a dormitorio ed una a sala riunioni, vale a dire, il primo nucleo di un complesso sportivo approvato dai ministeri dello sport, dell’educazione nazionale e del turismo, tutti in mano al partito democristiano.
Quando fu aggiunta la chiesa dedicata alla Madonna delle Nevi, il progetto raccolse pure il sostegno ufficiale della curia, così il centro montano fu assiduamente frequentato da gruppi e scolaresche provenienti da collegi non solo dalla zona ma anche da tutto il paese ed addirittura dall’estero. Nell’ottica di un ancora più vasta apertura sul nuovo mondo multietnico fu allestito un sito internet che mise il tutto in rete, scavalcando pregiudizi e confini e veicolando l’immagine del futuro che avanza lungo le autostrade informatiche.
Le costruzioni stesse diventarono attrazioni turistiche poiché disegnate dall’architetto Pio Scarpa, il nipote del vescovo, membro di diverse congregazioni, che beneficiava della pubblicizzazione della rete mondiale della stampa cattolica. Le malelingue e gli invidiosi insinuarono pure l’intervento di società segrete. Solo Newsweek si era permesso un commento sgarbato qualificando una delle opere del maestro di “cheesy church” cioè una cosa oscena...
L’ampliamento delle piste da sci andò di pari passi con l’installazione dei cannoni da neve.
Due torrenti furono canalizzati al servizio di una mini centrale elettrica che bastava al consumo dei cannoni da neve, del riscaldamento e a dar luce al complesso. In uscita dalle turbine, l’acqua venne deviata verso una conca chiusa artificialmente da dighe, così d’estate si poté nuotare nel acquapark e d’inverno si ebbe ad un tempo la riserva d’acqua per la neve artificiale e la pista di pattinaggio.
In quel mentre era nata la moda del parapendio e la montagna era favorita in quel posto dalle
correnti termiche ascendenti.
Così Arturo aggiunse la buona idea di organizzare il primo paraclub della regione. Quando si dovette rimpiazzare le cabine della teleferica si optò per un modello che permettesse anche il trasporto di biciclette. Visto che il sindaco del paese era progettista e che il segretario comunale aveva un’impresa di scavi e trasporti, il sindaco calcolò una rete di piste per le mountain bike mentre il segretario le scavò nei fianchi della montagna. Le piste servivano anche per il turismo pedestre e per i cacciatori, una categoria composta sempre più da anziani, quindi, sempre meno propensa a camminare nei boschi
selvaggi.
Il fatto, poi, che il territorio comunale confinasse con un’altra nazione accese l’idea di dar corso ad un progetto transfrontaliero di più ampia portata nel quadro dei programmi Interreg per poter accedere ai finanziamenti comunitari.
A quel punto, si misero in moto i progettisti di ambo le parti del confine: ampliarono il progetto con la costruzione di quattro “resideins” (condomini con appartamenti), diverse strade, un metrò alpino, una rete di funivie ed una galleria scavata con la costosa e sotto-utilizzata macchina foratrice, proprietà del cognato dell’altro sindaco.
Per tenere a bada gli ambientalisti si decise di dar loro un contentino: un prato dove c’erano un paio di pozzanghere fu classificato “zona umida” ed una vera torbiera, sufficientemente discosta per non disturbare le attività sportive, fu decretata d’importanza nazionale.
Inoltre, cespugli che vivacchiavano tra rocce impervie furono battezzati “naturetum” e la zona, abbastanza puzzolente dove nei periodi caldi fermentavano i residui di una vecchia fossa settica ora in disuso, fu chiamata “biotopo plurimonitorato”. Invece, il bosco compreso tra le piste da sci fu dichiarato “riserva forestale integrale” ma senza divieto di raccolta di bacche o di funghi per garantire l’antropizzazione sistematica del comprensorio.
Purtroppo, ci fu un periodo di attrito tra la Tritta-Sassi SA e gli ecologisti quando, per festeggiare il ventesimo della società, il consiglio d’amministrazione era ricorso ai servizi artistici di un noto grafico-pubblicitario che aveva appiccicato due enormi strisce rosse in forma di croce ed una gala alla parete rocciosa sovrastante il paese, sortendo l’effetto di un gigantesco pacco regalo. L’impatto era devastante, anzi volgare e quando il nastro cominciò a sbrindellarsi fu necessario ingaggiare una squadra di rocciatori e specialisti che dovettero rincorre a solventi altamente inquinanti per togliere i residui delle sostanze acriliche penetrate nelle anfrattuosità della roccia. Ci fu anche un amaro battibecco con una ambientalista straniera che denunciò il degrado ambientale, la mancanza di rispetto per il patrimonio naturale, la profanazione della sacralità della montagna stessa e lo spreco di denaro pubblico, ricevendo di rimando che lei come straniera non aveva voce in capitolo e se non le garbavano
gli usi ed i costumi locali poteva tornarsene a casa sua.
Tuttavia, l’idea di “sacralità della montagne” indusse, qualcuno a dubitare che l’autrice di tale concetto esoterico fosse massone o ebrea. Il dubbio rimase.
Il contadino che caricava l’alpe, avendo fatto diverse opposizioni e ricorsi, fu ammansito col rilascio della qualifica di “agriturismo” alla sua azienda agricola. Da quel giorno le sovvenzioni lo misero al riparo dagli alea dell’esistenza poiché gli statuti lo assimilavano più o meno a “funzionario dello stato”.
Col passare del tempo Arturo aveva perso i genitori e si era sposato con la figlia del notaio, conosciuta mentre aspettava nell’anticamera la stesura dell’atto costitutivo dell’ennesima società di cui egli era l’azionista principale. Margherita non era bella, non era nemmeno giovane, ma, notaio pure lei, gestiva buona parte degli affari affidati allo studio del padre.
L’utile ed il dilettevole si unirono in perfetta sinergia e quanto al bilancio del dare e dell’avere non ci fu nulla da eccepire perché la Tritta-Sassi SA aveva governato giudiziosamente in modo da far fruttare i finanziamenti pubblici a beneficio del privato, nell’osservanza di quella bizzarra e classica piramide che fa confluire il lavoro di molti nelle tasche di pochi, secondo una forma perfettamente legittimata dal fatto che i pochi beneficiati ricambiano dando lavoro a molti.
Inoltre, l’impresa era cresciuta ad un livello istituzionale d’importanza regionale tanto da rendere disponibili le proprie strutture per riunioni, convegni, festeggiamenti vari ed ogni anno, per la festa della Madonna delle Nevi, si organizzava una grande manifestazione con tre elicotteri della società che apparteneva al fratello di uno dei direttori di banca.
Gli elicotteri portavano su e giù la gente insieme al vescovo, per dire messa, ed ai ministri per banchettare, il tutto finanziato coi sussidi pubblici indotti dalla promozione turistica.
Un anno venne una grande nevicata ed una mostruosa valanga distrusse gran parte degli stabili, ma gli esperti attestarono trattarsi di una “valanga paradossale” e che le successive si sarebbero arrestate dieci metri più indietro, per cui lo stabile fu subito ricostruito con accessori moderni: panelli solari, pompa termica, turbina a vento ecc.
Era proprio questo coraggio, questa instancabile determinazione contro tutti e tutto, a far guadagnare ad Arturo Tritta-Sassi l’ammirazione e la gratitudine dei suoi concittadini fino a farlo assurgere ad esempio per le generazioni future.
Infine, per garantirsi il rinnovo dei contratti assicurativi senza rincari, dopo la liquidazione dei danni fu decisa la costruzione di un bunker spartivalanghe, a forma di cuneo, a monte del complesso, come si usava nel passato per proteggere gli stabili sugli alpeggi.
All’interno del bunker si installò un bagno turco, una sauna ed una jacuzzi che furono usati soprattutto
d’inverno vista la possibilità d’arrotolarsi nella neve, com’è nella tradizione degli esquimesi, conferendo nel contempo un aspetto multiculturale alla complessità dell’offerta già abbondantemente diversificata.
Cosi, ogni anno, venivano apportate migliorie e compiuti salti di qualità.
Un anno il gelo eccessivo aveva fatto scoppiare le tubature dell’acqua.
Grazie all’assicurazione, di cui era gerente il cognato del direttore del collegio, fu sostituito l’arredamento ed il rivestimento delle pareti. Invece di semplici perline, destinate prima o poi a marcire, furono usate lastre di isolante termico ricoperte da granito proveniente della cave che appartenevano ad un membro del consiglio d’amministrazione dell’assicurazione.
A quel punto, gli ingenti finanziamenti, non consentirono più allo Stato il lusso di sottrarsi al dovere di iniettare nuovi capitali tant’è che nuove erogazioni furono approvate all’unanimità dai rappresentanti del popolo pagatore.
Tuttavia, un anno, vennero in visita quattro signori dell’Osservatorio Meteorologico Max Planck di Amburgo. Di mattina salirono con la teleferica fino al Centro Multidisciplinare, poi, all’inizio del pomeriggio, scesero e si fermarono all’Hôtel des Alpes per pranzare. Arturo, che sapeva trattare gli ospiti, dopo aver offerto l’aperitivo si trattenne a parlare del più e del meno e del loro lavoro di scienziati. Quando il discorso girò sulle loro estrapolazioni, il padrone di casa ascoltò attentamente e rimase di stucco, quando li sentì affermare con assoluta certezza che nel giro di dieci anni i cambiamenti climatici avrebbero privato le montagne dalla neve, “certamente a Sud delle Alpi e forse anche a Nord...”
Arturo, perplesso perché di ambiente non si era mai interessato, fece tesoro di quanto sentito e nel giro di pochi mesi vendette, molto bene, le sue azioni nella società.
Durante una cerimonia molto commovente, l’uomo che aveva dedicato la sua vita alla montagna, consegnò simbolicamente la sua opera alle autorità locali proclamando che per lui era arrivata l’ora di ritirarsi e di lasciare il posto ai giovani.

Il denaro lo investì in imprese meno soggette alle variazioni meteorologiche: bordelli e casinò.


© 19.III.2002 Anna Lauwaert

Anna Lauwaert e' alla ricerca di un editore che prenda seriamente in considerazione i suoi scritti… la sua email e' anna at targetmedia.ch


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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