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STELLA ALPINA


  Francesco Vidotto 

In epoche lontane, quando l’uomo non calpestava ancora il suolo e gli animali andavano nascendo, la notte ricopriva le montagne con il suo nero mantello.

Non vi erano nubi nel cielo e nemmeno uno spicchio di luna a rischiarare le valli.
Il silenzio riecheggiava tra le alte pareti e la neve ricopriva le cime candide ed immobili.
Un laghetto, incastonato come una gemma ai piedi di due alti torrioni rocciosi, ospitava un’infinità di stelle che in lui si specchiavano. Brillavano alte e lontane di una luce tremolante.
Proprio vicino all’acqua stavano diritti sui loro steli alcuni fiori di color verde.

Non erano molto alti, avevano il gambo privo di foglie e tre larghi petali che ripiegavano verso il basso. Non vi era alcun pistillo, solamente le foglie che si univano nel centro. Sembravano quasi normali fili d’erba. Di giorno si nutrivano dei raggi del sole, ma la notte si avvilivano osservando la maestà del cielo.Sognavano di poter avere il medesimo colore delle stelle, la loro lucentezza, la loro regalità.
Così, tristi, ripiegavano le teste per non guardare in alto, ma il destino aveva voluto che crescessero proprio accanto ad uno specchio naturale che ricordasse loro ciò che non potevano essere.

Una sera una stella abbandonò le sorelle senza una precisa ragione. Fuggì via veloce lasciando dietro di sé uno scintillio brillante, un arco di fiamme nel cielo. Corse a lungo senza meta, vagabonda nello spazio infinito.
Un giorno come gli altri si sentì attratta da un bagliore che proveniva da non molto lontano. Si diresse curiosa verso di lui. Giunta in prossimità della Terra capì che quella luce non era altro che la propria riflessa dal candore della neve sulle cime. Si avvicinò veloce dirigendosi alla base delle montagne.?I timidi fiori, credendo che fosse giorno, alzarono il capo per scaldarsi i petali e si ritrovarono faccia a faccia con la stella.
Rimasero stregati da tanta bellezza e luminosità ed il più audace tra loro disse:
“Che meraviglia!”.
Sulle prime la nuova arrivata ringraziò sentendosi lusingata, ma subito cambiò umore.
“Siete tutti amici?”, chiese piano.
“Sì” , rispose il fiore guardando attorno a sé nel prato.
“Io non ho amici”, replicò la stella triste.
“Come no? Siete così tante!”, incalzò il fiore interessato.
“Da qui sembriamo in compagnia, ma siamo così lontane. Non incontriamo mai nessuno. Per l’eternità”.
“Poverina”, dissero in coro i fiori, “rimani con noi, ti faremo compagnia”.
“Come posso stare con voi? Scioglierei tutta questa neve rimanendo. Purtroppo non è posto per me questo”.

La montagna, che aveva ascoltato la triste storia, impietosita dal destino dei fiori, infelici del loro aspetto, e dalla solitudine della stella, tossì fragorosamente in un tonante rimbombo di rocce e sollevò lenta una mano ben incastonata nel terreno aprendo un profondo varco.
“Entra se lo vuoi”, disse grave, “qui non sarai più sola”.
La stella rifletté con lo sguardo perso nel buio della voragine, poi, la paura di una solitudine senza tempo la sopraffece e decise di seguire i consigli dei nuovi amici.
Si incamminò nelle profondità della terra e la montagna richiuse il passaggio dietro di lei.
Subito il terreno traspirò lucentezza e la valle fu rischiarata da un insolito bagliore che risalì gli steli degli infelici fiori. I petali si ingravidarono moltiplicandosi, nutriti dal nuovo nettare che donò loro anche un regale pistillo ed un dolce tepore, spingendoli a migrare in alta quota, proprio dove a volte le nevi si ritirano lasciando loro posto.

Da allora le stelle alpine germogliano in gruppi, per non soffrire di solitudine, proprio alle pendici dei monti loro padri. Sono quasi invisibili ad occhio umano, restie a mostrare la magia che custodiscono: lo splendore delle stelle, immacolate, meravigliose e selvagge.
Un fiore di tanto nobile stirpe, talmente potente e deciso ma allo stesso tempo dolce ed ingenuo, deve essere lasciato libero di germogliare e morire nella natura.



Francesco Vidotto nasce a Treviso il due agosto del 1976. Sin dall’infanzia dimostra di possedere una fervida immaginazione ed una profonda sensibilità per la natura. Cresce in famiglia, a stretto contatto con i genitori ed i nonni materni, dividendo il suo tempo tra Conegliano e Tai di Cadore. Casualmente si avvicina alla narrativa. Un caldo pomeriggio di primavera legge per curiosità l’operetta morale di Giacomo Leopardi: “dialogo della Natura e di un Islandese”.
Da allora inizia a divorare volumi di qualsiasi autore, sia classico che contemporaneo, arrivando a leggere, nei soli anni di Liceo, più di centocinquanta libri. Il romanzo diviene per lui un’isola lontana dove potersi rifugiare.
Non dimentica gli sport, mantenendo comunque uno stretto contatto con la natura. Diviene istruttore di subacquea, pratica lo sci alpinismo, l’arrampicata, l’equitazione ed il trekking. Raggiunge gran parte delle vette delle dolomiti Ampezzane, sempre in compagnia del fratello Alberto e ripercorre spesso gli ormai dimenticati sentieri dei cacciatori Cadorini.
L’ultimo anno di Liceo, Francesco, innamoratosi delle altrui parole, decide di provare a scriverne delle proprie, componendo un romanzo dal titolo “Alter Ego” e riponendolo nel più basso cassetto della sua scrivania e subito dopo un secondo dal titolo “Il selvaggio”.
Nel 1998 è chiamato alle armi e svolge il servizio militare come Caporale Istruttore presso la caserma del 16° reggimento Alpini di Belluno. In questo periodo sviluppa alcune tra le amicizie più significative della sua vita che tutt’oggi mantiene vive e forti.
Il casuale incontro con un famoso scrittore Italiano lo porta a decidere di pubblicare “Il selvaggio”.
Le risposte delle case editrici sono molte ed entusiaste. La sua scelta ricade su di un antico e prestigioso editore di Lanciano: Carabba.
Scrive un secondo romanzo dal titolo "Signore delle cime", lavorando la notte con impegno e dedizione.
Francesco spende la settimana lavorando e scrivendo. La maestà della montagna, il cielo terso, le stelle alpine, le alte guglie, rapiscono il suo animo e lo inducono a trascorrere gran parte del suo tempo libero camminando solo nei boschi o arrampicando.
Vuole ritornare ad essere padrone del proprio tempo vivendolo in maniera umana, evitando di farsi travolgere dal vortice di impegni e scadenze che privano l’individuo della possibilità di gustare appieno il presente.
Guarda le persone diritto negli occhi, stringe la mano con onestà e schiettezza, ritiene che la parola data abbia estremo valore.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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