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L'ARGORDA E IL PARTIGIANO


  Paolo Crosa Lenz 

Estate 1944.
Una ragazza scese una mattina dall’alpeggio per fare l’argorda (il secondo taglio di fieno) nei prati della campagna di Ornavasso, in riva al Toce.
Spostamenti rituali consumati da generazioni.
La fatica di abbandonare all’alba mucche e capre per scendere al piano e, nella calura estiva, spargere e voltare l’erba appena tagliata.
Quel giorno, per una giovane donna di sedici anni, fu tuttavia particolare. Nei prati assolati dei Bendar, invece delle guglie erte dei Corni di Nibbio e delle ondulazioni dolci e amiche del Cerano e del Massone, lo sguardo fu attratto da macchie di fuoco che si accendevano intermittenti sulla montagna. Prima un fuoco, poi un altro, poi un altro ancora.
Durò tutto il giorno.
La ragazza, e con lei tutte le altre giovani sparse nella campagna e che erano scese dagli alpi per un lavoro comune, fermarono più volte il rastrello e guardarono la montagna. Riconoscevano gli alpi che bruciavano e dall’accensione progressiva dei fuochi le singole baite date alle fiamme.
Nomi che suonavano di parenti e di amici, ragazzi e ragazze che vedevano distrutte le articolazioni di un’economia rurale di montagna.
Baite e stalle che bruciavano.
Un’economia di generazioni in fiamme.
Ma lassù non c’era solo il sostentamento, c’erano anche fratelli e ragazzi che un qualche giorno offrirono uno sguardo fugace e appassionato.
Per quelle ragazze, sudate nella campagna del sole di giugno, la montagna in fiamme aggiungeva battito a battito ad un cuore impazzito.
E il tumulto non si placava col fieno da rastrellare. Uno sguardo ai monti, quasi di nascosto, mentre il rastrello sembrava inciampare tra i motti di terra del prato.
Era la fine di giugno 1944 e i grandi rastrellamenti bruciavano i monti dell’Ossola.
La memoria di quegli eventi rimase impressa in un ragazzo di tredici anni che, oltre vent’anni dopo, fu portato in quella stessa campagna a ripetere i gesti secolari dell’argorda.
Allora, primo di fratelli e cugini rimasti a giocare all’alpe, costretto a scender al piano per aiutare la mamma a “fare fieno”.
Il compenso: una bottiglietta di aranciata al fresco sotto un melo. E la mamma che, con il rastrello in mano, immobile nella grandezza dei prati, mostrava gli alpeggi persi nel verde e ricordava quando bruciavano. Dolore antico e memoria storica.

C’è un altro verso nella storia.
E’ quella di un ragazzo che, chiamato alle armi per andare con la Repubblica di Salò, andò con i partigiani. Non per convinzione politica, ma per rimanere a casa.
Sugli alpi, conosciuti per fatiche d’infanzia, c’era gente che conosceva (la mamma e il papà dicevano che erano bravi ragazzi) ed era più sicuro stare a casa, in montagna, che non andare in Germania. E’ storia di tanti, in Ossola. La Repubblica, la Svizzera, il 25 aprile.
Nel dopoguerra, quel ragazzo partigiano rifuggì sempre a riconoscenze e allori, conservò in silenzio il ricordo di quell’esperienza di fatiche e paure, ma anche di ideali che stavano nascendo. Ne nacquero convinzioni profonde e irrinunciabili.
La fede in una democrazia fatta di pluralismo e tolleranza, retta dal voto libero e segreto. Il valore dell’espressione del libero pensiero e della libera critica di ogni ideologia dogmatica.

Oggi, che il ragazzo partigiano è vecchio, riaffiorano gli eventi: le postazioni di difesa nei boschi con l’avanzare dei nazifascisti, la memoria dei compagni caduti, la colonna di Finero dove morì Alfredo Di Dio, Domodossola libera, le patate della Svizzera. Anche le discussioni feconde con il prete o il commissario politico.
All’alpe Cortevecchio i Garibaldini, a poche centinaia di metri di distanza, gli azzurri della Valtoce all’alpe Rossombolmo.
Io sono figlio della mia gente.
La Resistenza è memoria di famiglia amplificata dagli studi storici. Credo che il valore profondo di quell’esperienza vissuta da uomini di montagna sia in due postulati: la sovranità popolare garantita dalla segretezza del voto e una società che deve tendere ad essere migliore per tutti. Non è tutto e non è semplice.
Conobbi Nino Chiovini.
Discussi a lungo con il vecchio partigiano integerrimo dell’Italia di ieri e di oggi. Camminando per sentieri antichi, sognammo del riscatto delle genti di montagna.
Parlammo dei partigiani morti senza morosa e senza figli. Parlammo di anni amari della nostra storia recente: “La loro morte in cambio di che? Sappiamo ... per vivere in una società più giusta. Alcuni ne sapevano delineare i contorni o la prefiguravano con precisione; i più non sapevano spiegare e precisare come dovesse essere, ma - questo è certo - più giusta.
Se avessero saputo che il risultato della lotta di liberazione sarebbe stata l’attuale società italiana, avrebbero avuto il diritto di tirarsi indietro”.

A Ponte Casletto, alle porte della Val Grande, c’è una lapide che spiega cos’è la politica. Racconta della morte di un partigiano quarantenne e c’è scritto: “All’ideale di un’umanità libera e felice dedicò l’intera vita”.
Oggi si parla tanto di etica.
E’ dura spiegarla ai miei studenti.
Una lapide in Val Grande aiuta. Aiuta anche e soprattutto il monumento di Fondotoce, accanto alla Casa della Resistenza.
Su un muro sono scritti i nomi di quanti hanno perso la vita per l’Italia libera e repubblicana. I nostri ragazzi vi trovano i nomi di famiglia, occasione per ricostruire una “storia familiare” che da noi è antidoto a devastanti rivisitazioni storiche, ma anche nomi stranieri di uomini che scelsero per cosa valeva vivere e morire.
Su quel muro c’è la nostra Europa.





  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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