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DARIO AGOSTINI: L’IDEA CHE SI FA SOGNO

E verso Istanbul non ho mai viaggiato realmente da solo


  Davide Sapienza 

Meglio dircelo subito. Dario Agostini è un mio amico. E io sono un suo amico.
Non necessariamente in quest’ordine.
La prima volta che gli ho parlato mi ha citato a memoria l’ultimo paragrafo di Martin Eden di Jack London: uno dei libri più belli del mondo.
Da lì, è accaduto tutto il resto.

Autunno 2006, sono appena rientrato da un viaggio di splendore nello Yukon, in Canada. Avevo spesso seguito la grande via d’acqua verso nord e mi ero ripromesso di imparare ad andare in canoa per tornare e percorrere quel magnifico fiume il cui nome viene da “yukkhane”, che per le tribù indiane dell’area significa “acque chiare”. Un fiume di 3200 chilometri che parte a sudest e arriva a nordovest, una grande vena dove la vita non può fare altro che scorrere anche quando il ghiaccio alleggerisce il peso del cielo su di lei.
Al rientro, l’amico Silvio del rifugio Bagozza mi dice: “conosci Dario Agostini?”.
No, non lo conosco, penso io.
Quando ci presenta ricordo di averlo già visto: mi ricordo di quando realizzò un bel viaggetto dall’Oglio, in Valcamonica, sino a Venezia.
In canoa, of course.
Erano passati tanti anni ma per uno che scrive, che vive di immaginario legato al territorio, la cosa si era annidata sotto pelle.
Passarono pochi giorni e già eravamo assieme a camminare in montagna. Mi parla di un suo progetto: “vado a Istanbul in canoa, parto da St. Moritz in Engadina, sto in giro qualche mese, non l’ha mai fatto nessuno”. Poi mi racconta di quanto tempo ha trascorso a immaginare questo viaggio: “ma non mi si parli di imprese, non c’è niente di no limits, sono 3800 chilometri in canoa, partirò con il kayak, perché da quasi duemila metri di quota l’Inn è in pratica un torrente di alta montagna nel cuore delle Alpi e arriverò alle porte d’Oriente dal Danubio e dal Mar Nero: voglio andare perché il viaggio é lì da fare.”

Dario Agostini non ama ingigantire quello che non va ingigantito.
Preferisce tenere nel cuore emozioni grandi e rare, le protegge coi suoi modi spicci e sinceri, ma dentro gli piace darc un po’ di voglia di sognare.
È grazie a questo sogno che ho seguito Dario da Pontresina, Engadina, alle porte di St. Moritz, da dove è partito il 30 giugno 2007, sino a Istanbul, Turchia, il 17 settembre 2007: l’ho seguito in quel luogo che non ha gravità, limiti fisici e spaziotemporali: l’immaginazione. L’ho visto dare la prima pagaiata, che ho anche fotografato: ma dopo, non l’ho più rivisto sino al mio rientro da un nuovo sogno personale, sulle strade della California e di Jack London, mentre lui tornava dalla Turchia.
Per tutti quei giorni io e Dario eravamo stati insieme perché ogni giorno gli avevo affidato un compito: mandarmi un sms con il nome del luogo dove si trovava accoppiato a un’unica, solitaria parola che riassumesse la giornata.
Ottanta parole che sono state come ottanta capitoli di un libro ancora da scrivere. E chi lo conosce, sa che Dario non è uomo da sms, questa sì è stata una bella impresa.
Ora ha deciso di raccontarci la storia di questo prodigio che ha corso come il vento a fior d’acqua per quasi tre mesi: perché mai come nella parole che state per leggere, dal suo ritorno in Italia, egli si è rivelato sino in fondo.
Già, cosa ha trovato in fondo “il” Dario? “In fondo c'era solo Istanbul e all'inizio c'era solo l'idea, o il sogno, che poi è la stessa cosa. L'inizio è stata la cosa che si è protratta fino in fondo.
Quindi l'inizio è stata la cosa che si è mantenuta intatta.
E lo è anche adesso. Dura anche adesso! Intendo dire che questa idea/sogno è destinata a rimanere con me per sempre.
Ho spesso la sensazione di essere quasi sopraffatto da questa idea. Di esserne io stesso vittima e credo di non esagerare quando penso che io potrei sparire: per non essere così tragico, penso che presto ci si dimenticherà di me... ma non di questa storia. L'idea mi spravviverà e sono molto affascinato da questa cosa”.

Abbiamo tutti letto libri scritti da chi compie quelle che i mass media amano chiamare “imprese”. Imprese spesso costruite a tavolino e coercizzate da necessità di sponsor troppo importanti e generosi per essere contraddetti: con il risultato di diventare un’altra categoria merceologica che si gioca magari la pelle per le palanche.
Dario è davvero diverso. Perché nessuno dei suoi sponsor ha fiatato davanti alle sue scelte: anzi, lo hanno sostenuto con affetto sincero.
Così da quando Agostini è “a casa” non gli si riesce a cavare quasi niente sui tanti episodi legati a momenti tecnicamente difficili: le due settimane passate sul fiume Inn - che nasce dal ghiacciaio del Morteratsch e si immette nel Danubio a Passau.
Era di venerdì, il 13 luglio 2007.
Erano le 19 e io venivo dalla Valle dei Mulini, uno splendido canyon della grande Presolana.
Mi siedo in auto e vedo sul display del cellulare “DarioKayak”.
Rispondo: “Dav, in questo momento sto vedendo il Danubio”.
Le parole erano controllate, precise, lucide, forti e chiare.
Ebbi l’impressione che oltre quella grande curva Dario Agostini stesse per entrare in una nuova vita. Quel giorno la parola fu “tangente” e proprio la sua visione “tangenziale” è il contributo più importante - oltre a quello tecnico, di indiscutibile valore- che egli sta dando al mondo della canoa ma anche alla visione del viaggio.
Per lui il gesto conta se è Bello, chi lo compie non tanto: dovreste vederlo fare scialpinismo, per capire cosa intendo.
Ma da quei giorni in montagna nel 2006 la preparazione logistica e fisica è stata meticolosa.
Nei sei mesi in cui l’ho seguito, di canoa se n’è vista poca: per farmi capire mi ha anche portato sul lago d’Endine a pagaiare e mi è bastata un’ora per capire, almeno un po’, com’è il mondo a raso d’acqua.

Chi compie lunghe traversate a piedi, con gli sci, in acqua, su due ruote, sa benissimo che ci si allena mentre si va: “in montagna pensavo esclusivamente alla realizzazione concreta del progetto, perché ero consapevole che solo allenandomi in quella maniera – quindi non in canoa – avrei avuto molta più probabilità di non avere la nausea dell'acqua, del fiume e della canoa”.
Dario sapeva anche che dovendo passare tre mesi senza poter allenare le gambe, sarebbe stato fondamentale preparare la resistenza aerobica per tenere in equilibrio corpo e mente: “ho fatto tutte le scelte giuste e se tornassi indietro, rifarei tutto senza cambiare una virgola”.
Ho passato diversi di questi “allenamenti” accanto a Dario, e mai mi è parso di vedere un uomo solo intento alla prestazione.
Di lui spiccava l’altra dimensione, era quasi come essere in un film di Herzog o di Kurosawa: “quando pensavo al fiume lo associavo al sogno.
Non lo pensavo mai da un punto di vista pratico. Il fiume mi ricordava la mia idea romantica e quello che ci stava dietro.
Dalla prima volta che l’idea é comparsa nella mia testa e durante i sette anni durante i quali ha preso corpo, il fiume mi ha sempre ricondotto a un desiderio da sempre presente fin dalla nascita.
E la cura con cui accarezzavo questo sogno, non riguardava l'allenamento o gli aspetti tecnici della preparazione, ma il pensiero del grande fiume che correva verso il grande mare.
Tutte le volte che guardavo la cima di una montagna, pensavo che tutto sarebbe cominciato proprio da lassù”.

E così eccoci all’ultimo giorno del mese, domenica 30 giugno 2007, in Engadina.
La dimensione artistica, la visione creativa del gesto sportivo, gioca un ruolo importante in questa scelta.
Per Dario l’Engadina, nel cuore della Svizzera, è un luogo d’elezione. E poi i leggendari paesaggi di Segantini – una riproduzione la si trova anche nella sua baita in valle di Scalve – con quella luce e quella capacità di cogliere la dimensione segreta del territorio, sono sempre nel cuore di un uomo fortemente motivato dal senso estetico, dall’amore per la bellezza. Solo amando la bellezza, un uomo può davvero credere di mettere una pagaiata davanti all’altra per arrivare a Istanbul dal mare, dopo aver percorso due fiumi.
Un giorno, nel suo taccuino della bellezza, ben separato da quello tecnico, scrive per ricordare dove, nel suo sogno, si sono incontrati i tre personaggi della sua geografia a pelo d’acqua: l’Inn, il Danubio e il Mar Nero.

Siamo partiti. Io e il fiume.
Piccoli e deboli insieme.
Siamo cresciuti man mano. Insieme.
Il fiume sempre più forte, possente, minaccioso, imponente, quasi regale.
Io sempre più sicuro nel seguirlo.
Nel capire i suoi movimenti, i suoi bruschi cambi, le sue potenti impennate.
Pioveva a secchi dentro di lui.
E pioveva forte dentro di me.
E io sempre più dentro a lui.
E lui sempre più attorno a me.

Appare evidente che dopo la visione tangenziale, realizzata nel momento in cui entra nel Danubio, il percorso di Dario Agostini è stato come un lento, inesorabile tagliarsi i ponti alle spalle e per questo, come capita dopo ogni grande viaggio, l’uomo di prima non c’è più e al suo posto ce n’è uno più vivo. L’inesorabile scorrere dell’acqua:

Ricordo le grandi rapide.
Prima ero sballottato ovunque, poi sempre più controllo, sempre più a centro fiume a cavalcare le grandi onde. Per poi andarle quasi a cercare.
E alla fine delle rapide...bè, le ho salutate un po' emozionato. Come se dietro di me le rapide non ci fossero più. Finite con me.

Non sbagliamoci: di “tecnica” ne ha dovuta usare tanta per stare in acqua, “il” Dario. Tecnica e fatica. La prima parte dell'Inn è stata la più furibonda e la più divertente, tanto dinamismo, fiotti di adrenalina. E da Innsbruck a Passau, quando Agostini entra nel Danubio, un lungo susseguirsi di imponenti dighe, il cui trasbordo ha impegnato molto il fisico, diventa una parentesi che mette in movimento soprattutto le emozioni. Dai taccuini si legge: “nel Danubio c'è il vento. Il Danubio adesso è più largo di un grande lago. Il vento è contrario alla corrente. La corrente è inesistente. Sono messo molto male, eppure mi piace. Non è un fiume. Non è il mare. Non è un lago. È una grande massa d'acqua che si sposta molto lentamente verso Istanbul. E io ne faccio parte”.

Diventare “parte” di qualcosa è sempre stato il concetto fondamentale delle popolazioni native del mondo.
Dario attraversando l’Europa ha potuto vedere un continente in via di trasformazione, con radici che affondano lontane nei secoli: un continente particolare che la fluidità della canoa permette di leggere ben diversamente da quello che può capitare normalmente.
Ecco dunque che questa fluidità rende dinamico e veloce il pensiero, in un viaggio che noi da lontano immaginavamo come un lento scorrere, e durante il quale sentimenti e idee sono tutt’uno, quando si danno appntamento nei suoi diari: “Sto Danubio qualche volta mi fa incavolare. Mi distraggo un attimo e perdo il filone di corrente. Imprecando cerco di recuperarlo col GPS, ma sento la canoa frenata, inchiodata, come se forze invisibili sotto di me fossero in combutta contro di me. Sembro Paperino. In un cartone animato.
Ma poi mi giro e vedo una spiaggia bianca come la neve.
A destra sono alle Maldive. Guardo a sinistra e grandi scogliere orlate di pini mi ricordano gli immensi spazi dei fiumi canadesi. Ho pagaiato per molti giorni senza incontrare dighe, senza fare laboriosi trasbordi, senza vedere l'intervento dell'uomo...Poi, di colpo, grandi ponti, autostrade, ferrovie, ciminiere, chiatte arrugginite, traghetti scassati ancorati sulle rive chissà da quanto, relitti alla deriva”.
Queste pagine rivelano il segreto di andare: tornare.
Al grembo, alla conoscenza primordiale, alla partenza eterna.
Questo perché, continua lui “pochi chilometri e il Danubio torna ad essere come erano tutti i fiumi prima che l'uomo ci mettesse mano.
Come dovrebbero essere tutti i fiumi liberi di corrrere verso il mare.
Come dovrebbero essere tutti gli uomini. Liberi di correre senza argini. Senza sbarramenti. Senza briglie”.
A tre mesi di distanza Dario è convinto che in queste parole stia tutta l’essenza del fiume che ha scritto la storia del nostro continente.

In questa Europa il “solitario” canoista - che visto dalla strada non dava assolutamente l’impressione di essere in acqua da tanto tempo e diretto ancora molto lontano - ha vissuto esperienze umane profonde e intense.
Con intelligenza, dosando le soste, ha fatto anche il turista e si è girato le grandi città della nostra storia di europei: Vienna, Bratislava, Budapest, Belgrado. Una spedizione a tutto tondo, le ore in canoa, sei, otto, ogni giorno.
E il resto a vivere da umano sulla terra. Nelle città Dario riflette: “frenano il fiume ma senza riuscirci, città dove sembra che il fiume debba morire e invece sopravvive.
Sopravvive agli eleganti palazzi di Vienna, ai mirabolanti ed avvenieristici ponti di Bratislava, al severo Parlamento gotico di Budapest, alla rinascita dopo la recente guerra della caotica Belgrado.
Il Danubio si lascia tutto alle spalle. E nella sua maestosa calma sembra avere una fretta tremenda di arrivare al mare. Proprio come me”.

Verso fine agosto la canoa di Agostini si trova già alla fine del Danubio e si appresta a entrare nell’acqua nera a Cernavoda. Dario qule giorno mi scrive: “manicomio”. E la parola del giorno seguente, il 27 agosto da Cerno More (Mare Nero), é “evasione”. Quella sera annota: “oggi mi sono voltato per guardare il Danubio per l'ultima volta.
Domattina sarà ancora buio quando lo lascerò definitivamente. Sembra impossibile che, per quanto siamo stati insieme – sempre insieme – arriva il momento in cui c'è la certezza matematica che tutto sia finito. Pensavo che succedesse solo fra due persone”.
Sospeso, come gli indios che scendono dalla montagna avvolta nella nebbia ne Aguirre, il furore di Dio di Herzog, oppure Picnic a Hanging Rock di Weir, tra il desiderio scatenato da una “fretta tremenda di arrivare al mare” e le parole di qualche giorno prima nelle quali il presagio lo domina: “tra pochi giorni lascerò questo fiume e un po' mi manca già.
Sento che sta per fondersi con il mare.E' sempre più largo, sempre più lento, sempre più inquietante. Come tutto ciò che sta per finire”.

È l’avventura che come in un’ottima sceneggiatura arriva all’incognita: in questo film é la navigazione in mare, in canoa.
Difficoltà nuove, immaginate, studiate e mai prevedibili. Gli ultimi venti giorni sono i più speciali: da due mesi Dario pagaia.
È ormai avvoltolato nella sua dimensione, quel monolite formato da canoa e corpo, dove c’è la volontà di guardare dritta in faccia la verità delle cose semplici: il canoista pagaia e pensa, fa i conti con l’enormità di quest’acqua.
E annota: “Il Mar Nero è decisamente poco salato ma è un GRANDE mare. Le onde sono grandi e lunghe.
Non è mai quieto. Ha sempre un suo naturale movimento e pagaiarci dentro mi costringe ad una costante attenzione ed a usare tutto il mio bagaglio tecnico.
Il vento è diverso ogni giorno. Le onde sono diverse ogni giorno.
Oggi ho surfato un'onda a 28 km all'ora! Mi stressa e mi eccita al tempo stesso. E alla fine di ogni giornata sono sempre soddisfatto del mio lavoro. Quando lo guardo da fuori – e mi piace starlo a guardare – mi attrae in maniera diversa. Con curiosità ed un po' d'ansia. Lo osservo e non vedo l'ora di esserci dentro”.

Agostini come le onde sente emozioni “grandi e lunghe” e secondo lui le pagine del mare, sono quelle con le descrizioni migliori.
Perché è durante il viaggio e solo durante il viaggio che possiamo tutti ambire a vedere quella dimensione che va oltre la quotidianità, interrompere lo scorrere ordinario della nostre mente e delle nostre percezioni.
In quei giorni Dario al telefono mi cita una frase che scopro essere mia, “il mare è un desiderio a perdita d'occhio”.
Chissà da dove è venuta, certamente da qualche viaggio altrove, visto che siamo tutti diretti in quel luogo dove non vedi “l’ora di esserci dentro”.
E questo è stato l’ultimo grande balzo di Dario e della sua canoa: “mi piacerebbe davvero poter dire che la meta era il viaggio e che tutte e tre le sezioni si sono fuse come in un unico flusso. Bellissima e romantica osservazione.
Purtroppo, a due mesi di distanza, rivedendo in maniera lucida ed analitica le mie sensazioni, devo ammettere che non è stato così. Ho sempre vissuto questi tre momenti come tre capitoli a parte. Sia tecnicamente che mentalmente.
Anche se devo dire che non ho mai pensato ad Istanbul come al fine supremo del mio viaggio”.

Lucidità insolita, che pone questa avventura tra le cose più belle compiute da un uomo che da solo va a parlare con il solo sul fiume il cui unico scopo è esserci ed esserci nel nome della bellezza e dell’emozione primordiale.
E allora è così che Dario ripercorre tutto quanto, tre mesi dopo: “la prima enorme soddisfazione l'ho avuta a Passau.
Percorrere un fiume come l'Inn, 600 chilometri dalla sorgente al Danubio ha significato centrare un primo importante obbiettivo poi mi sono concentrato sul grande fiume. Una volta raggiunto questo secondo traguardo, ho cominciato a pensare seriamente a Istanbul.
Sul Danubio non ho mai avuto la sensazione che mi stessi avvicinando alla meta:, sentivo solo che dovevo arrivare al mare. Almeno al mare”.

E poi?
L’Europa e la sua gente: l’appartenenza.
Essere parte di: “da qualche parte sul Danubio Miroslav, Vlasta e Vlada sono i tre pescatori che mi ospitano, mi danno da mangiare e soprattutto da bere; mi offrono un comodo letto in riva al fiume sotto una capanna e mi danno affetto e incoraggiamento, un grande abbraccio quando parto la mattina dopo, due regali – una penna biro, a ricordo del duro lavoro di emigranti in Svizzera ed una spilla di qualche strana associazione – senza chiedere niente in cambio.
Un pomeriggio e una sera ad ascoltare incomprensibili discorsi in serbo, a chiaccherare in un improbabile anglo-franco-tedesco. In una mattina tersa e ventosa, dopo le prime lente pagaiate, mi giro e li vedo in riva al loro - e ora nostro - fiume a salutarmi agitando le braccia. Go Dario, go! E ho il cuore intenerito dalla solitudine e un po' dalla fatica, diavolo cane mi commuovo anche...ma come sempre - it's time to go now.”

Quasi ogni mattina qualcuno alza il braccio e saluta Dario e la canoa. Ogni giorno una separazione, sempre qualcuno “a spingermi verso Istanbul con il contagioso entusiasmo per la mia idea. Ho spesso avuto la sensazione di aver caricato sulla mia canoa ogni singola persona incontrata sul fiume. Grandiosa Arca di Noè del mio immaginario. E questa sensazione me l'hanno trasmessa loro! E io l'ho trasmessa di rimando alla gente del fiume.
Tutti con lo stesso entusiasmo per l’idea e il sogno…no, non per me - Dario Agostini è sparito: tutti spettatori e protagonisti dell'evento. In questo ho avvertito un reale azzeramento dei confini e perfino delle barriere linguistiche.
L'Europa non mi è mai sembrata così omogenea come in questo viaggio. E verso Istanbul non ho mai viaggiato realmente da solo”.

Questa vita, nel corso dei tre mesi ha assunto una ciclicità quasi stagionale in un continuo ritorno. Tanto che spesso, in acqua, il pensiero tornava all'Engadina: “una volta giunto a Istanbul, così diversa ma non meno affascinante, ho avvertito in maniera così forte il contrasto, da provare il desiderio di tornare immediatamente in Engadina, una volta rientrato a casa.” E così accade. In una fredda serata d’autunno, Dario torna a calpestare il prato in riva al torrente dove le emozioni erano esplose una stagione prima.
La chiusura del cerchio: “la mia mente lì è corsa ad Istanbul, la spendida città sull'acqua che ha visto la realizzazione dei miei sogni.
E per un momento ho provato il desiderio di tornare là. Ho sorriso al pensiero che, anche stavolta, quando mi trovo in un posto vorrei già trovarmi da un'altra parte”.
Perché, cari lettori, questo è un po’ il senso dei viaggi che facciamo : una vita libera e avventurosa che non può essere richiusa in una valigia di ricordi. Lo sanno tutti quelli che immaginano, sognano, preparano, realizzano. Il rientro è duro: “Il vuoto intorno a me regnava assoluto. Mi chiedevo in continuazione come tutto ciò potesse essere cambiato in soli tre mesi.
E la risposta agghiacciante era che in realtà nulla era cambiato! Tutto era esattamente come prima! Semplicemente io, nella mia dimensione solitaria, immerso per così tanto tempo in uno splendido caos di lingue diverse, mi ero abituato talmente bene e così velocemente a questa assenza del quotidiano da dimenticare completamente la consuetudine al nulla della mia vita precedente.
Ma sfortunatamente l'uomo è un animale adattabile e pian piano, dopo circa un mese, ho ricominciato a far parte di questo nulla.

Parole dure, ma chiunque lascia per un periodo lungo la consuetudine e la quotidianità le ha certamente almeno pensate.
Dario Agostini, quasi quattromila chilometri di inafferrabile acqua, due fiumi e un mare, una grande storia d’amore: “ho vissuto ottanta giorni in completa simbiosi con la mia canoa.
Questa è stata la vera difficoltà. È impossibile spiegarlo a parole: bisogna viverlo. La canoa è stata la mia casa, la mia valigia, la mia coperta, il mio vestito.
La canoa è stata la mia ragazza.”

Ecco perché, racconta Agostini “quando il vuoto pieno di comparse intorno a me si fa davvero pesante, alzo la testa e penso - Ehi ragazzi, io sono quello di Istanbul! E per una frazione di secondo mi sembra di essere tornato là”.
Dario, forse, semplicemente, non sei mai tornato. Ci hai pensato? “Nel momento in cui lo seppe, cessò di saperlo.”


I NUMERI DELLO STORICO EVENTO
Dario Agostini ha percorso i 3762 km che separano St.Moritz in Svizzera da Istanbul in Turchia completa autonomia e in solitaria sul suo kayak e poi in canoa.
La spedizione è durata 80 giorni, durante i quali ha attraversato 10 nazioni, pagaiando per 504 ore complessive.

DAVIDE SAPIENZA
scrittore, giornalista, viaggiatore. Scrive per SPECCHIO+/La Stampa; GQ; Rolling Stone; Rivista della Montagna. Autore de “I Diari di Rubha Hunish” (2004) e “La valle di Ognidove” (2007). I suoi scritti si trovano anche su HYPERLINK "http://www.davidesapienza.net" www.davidesapienza.net


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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