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IL CAMOSCIO BIANCO


  Gianfranco Bertolotto 

Nel folto gruppo di cacciatori del suo villaggio, Pietro era il più abile ed esperto.
Fin da bambino aveva scorazzato per boschi e montagne in compagnia dello zio, leggendario bracconiere, e a poco a poco s’era impregnato anche lui della stessa passione.
Passava gran parte del suo tempo libero a discorrer con gli amici di camosci, cinghiali e selvaggina; non leggeva che riviste sull’attività venatoria e controllava con meticolosa cura le sue armi, sempre tirate a lucido.
Sul finire dell’estate, avvicinandosi il giorno fatidico d’apertura della caccia, diventava nervoso e irritabile: non pensava ad altro e ne soffriva persino il suo sonno.
Quando s’andava a camosci, non si univa mai ad altri compagni: preferiva cacciare da solo, e amava spingersi fino a un vasto altopiano roccioso, dove spesso s’imbatteva nelle bestie più giovani e vigorose.
In quel selvaggio deserto di pietra, trapuntato qua e là da sparute chiazze prative, Pietro trascorreva intere giornate, vagando fra sottili creste e profondi avvallamenti.
Individuata la preda, era capace d’inseguirla per ore, incurante della stanchezza. Risaliva senza sosta sfibranti pendii detritici, e nella frenetica battaglia contro l’animale scavalcava ampi colli e anguste forcelle, finché spesso non lo sorprendeva l’oscurità.
Riprendeva la strada del ritorno soltanto dopo aver abbattuto la vittima prescelta; in paese, poi, dov’era conosciuto come “il signore della montagna”, Pietro esibiva volentieri i suoi trofei, facendo morir d’invidia gli altri cacciatori.
E proprio lassù, sull’arido e solitario altopiano, avvenne un giorno l’incontro che avrebbe segnato la sua vita.

Era l’ora più calda, e Pietro stava riposando, seduto all’ombra di un masso gigantesco.
D’un tratto apparve lui, in cima a un aguzzo pilastro di roccia; candido, imponente e maestoso: un enorme camoscio bianco!
Pietro non fece in tempo ad alzarsi che l’animale scappò via come il vento, spiccando balzi vertiginosi: pensò, .
Pochi secondi dopo il camoscio era già scomparso; Pietro strofinò gli occhi, per assicurarsi di non sognare, poi s’arrampicò sulla cima di un dirupo e scrutò intorno.
Ma dell’animale nessuna traccia: si era volatilizzato, come un sogno alle prime luci dell’alba.
Tornato in paese, raccontò del suo incontro, ma fu sommerso da una valanga di commenti ironici: ; ; .
Invece, il camoscio bianco divenne la sua inseparabile ossessione.
Quasi ogni giorno, prima che l’inverno sbarrasse le porte della montagna, Pietro s’inerpicava sull’altopiano, e ogni volta lui era lì ad attenderlo. Impettito e regale, il camoscio lo sfidava, arroccato su strapiombi inaccessibili.
Non aveva paura del cacciatore e ne avvertiva la presenza in largo anticipo. I falchi erano i suoi messaggeri: levavano più alte le loro strida quando l’uomo s’avvicinava.
Forte della sua esperienza, Pietro tentò invano di sorprenderlo: risaliva il ripido sentiero nell’ombra della sera, e sbucava sull’altopiano quando cominciava a soffiare la brezza di monte.
Poi, si appostava lassù per tutta la notte; ma ogni volta il camoscio se la svignava, prima ancora che lui avesse il tempo di puntare la carabina.
La primavera successiva (non era ancora stagione di caccia) Pietro salì in montagna con il suo cane Red, un segugio dal fiuto eccezionale.
Mentre stavano girovagando fra le doline, Red diventò nervoso: fiutava l’aria con grande interesse, correndo inquieto a destra e a manca.
Aveva scoperto una traccia; dapprima incerto, poi sempre più deciso, trottò via veloce con il muso raso terra e la coda diritta come una lancia.
D’un tratto si mise a latrare furiosamente e un attimo dopo si lanciò in scatto fulmineo.
Il camoscio bianco era lì, a pochi passi da loro!
Red lo aveva fiutato, e poco dopo anche Pietro lo vide: troneggiava superbo su di una rupe.
L’animale consentì che s’avvicinassero, ma quando il cane gli fu alle calcagna sparì dentro un vallone incassato fra scure pareti.
Pietro cercò di tener dietro a Red, lanciato in una rincorsa furibonda, ma fu ben presto costretto a fermarsi con il cuore in gola.
Per un po’ di tempo udì ancora i latrati del cane, sempre più lontani, finché tacquero di colpo.
Allora, sull’altopiano calò il silenzio, e Pietro attese invano il ritorno di Red.
Andò a cercarlo il giorno dopo: sarebbe certo ricomparso dove si erano lasciati – era già accaduto altre volte.
Invece, Red non si fece più vivo.

Addolorato dalla perdita, Pietro giurò di non tornar più sull’altopiano; ma sul finire dell’estate era di nuovo consumato dall’attesa di riprendere la caccia.
E i primi giorni d’autunno lo sorpresero lassù con la carabina pronta a far fuoco.
I suoi amici gli avevano consigliato di lasciar perdere:
Ma Pietro non sentì ragione. Continuava a chiedersi come facesse il camoscio a sparire senza lasciar traccia: filava via, e un attimo dopo non lo vedevi più, né vicino né lontano.
Un giorno d’ottobre la sua costanza fu premiata.
L’altopiano era avvolto dalla nebbia e non spirava un alito di vento; per la prima volta in vita sua, Pietro aveva perso l’orientamento ed era finito sul fondo di una gola ricolma di detriti, circondata da rupi turrite.
L’assenza del vento tradì il camoscio bianco, che si trovò d’un tratto a quattr’occhi con il cacciatore. Ma questi non ebbe il tempo di far fuoco: con un’audace piroetta il camoscio fuggì, scomparendo nella nebbia.
Pietro rimase immobile, e udì per qualche secondo il rumore dei sassi smossi dall’animale nella corsa. Subito dopo, però, più niente: pensò, .
Esplorò il vallone palmo a palmo, fino a imbattersi in una caverna. E nella caverna erano evidenti le tracce del camoscio!
Ma la sorpresa si fece più grande quando scoprì che in fondo alla caverna si apriva un ampio, misterioso cunicolo che s’addentrava nelle viscere della montagna.
Non doveva essere molto lungo, perché filtrava luce…
S’inoltrò nel cunicolo, dove le tracce continuavano, e una decina di metri più in là si fermò esterrefatto. Il passaggio sotterraneo sbucava infatti su una specie di ballatoio, un paio di metri più in alto rispetto al fondo d’un ampio catino carsico, aperto verso l’alto ma racchiuso ai lati da pareti vertiginose.
Là sotto, su di un soffice tappeto erboso, riposava pigramente il camoscio bianco!
Ecco perché sembrava dileguarsi come un fantasma!
sussurrò Pietro con un ghigno sardonico.
Preparò la carabina, ma lo scatto dell’otturatore scosse l’animale, che scoprendosi in trappola si mise a correre in tondo a folle velocità, per sfuggire alla mira del cacciatore. urlò Pietro all’indirizzo del camoscio.
Con gioia malvagia continuava a puntare il fucile sulla povera bestia, che invasata dal terrore saltava e correva, sempre più stanca. ripeteva, con voce rabbiosa.
L’animale, sentendo venir meno le sue forze, cominciò a comportarsi in modo assurdo: spiccava salti nervosi e inutili, come per cercare un’impossibile via di salvezza su per le verticali pareti calcaree. Ogni tanto si rizzava sulle zampe posteriori, fissando sconfortato lo spicchio di cielo sopra il bordo del pozzo.
Pietro lo seguiva sogghignando: i suoi occhi brillavano d’una gioia selvaggia.
Finalmente, il camoscio si fermò.
L’unica via di fuga era quella a lui ben nota: guadagnare con un balzo lo stretto ballatoio dov’era Pietro, e infilarsi nel cunicolo.
Ma la canna del fucile era là, pronta per lui.
In un ultimo, disperato gesto prese la rincorsa e spiccò il salto, puntando dritto sul cacciatore.
Pietro era pronto da un pezzo: sparò con precisione, sforacchiando il camoscio in piena fronte. Per un attimo vide gli occhi sbarrati dell’animale a pochi centimetri dai suoi, prima che cadesse pesantemente sul fondo del catino, inondando di sangue l’erba verde.
Il rimbombo dello sparo vagò fra le strette mura del pozzo, prima di uscire verso l’alto e spegnersi nel silenzio incantato dell’altopiano.
Pietro sghignazzò soddisfatto: .
Posò lo zaino e il fucile sullo stretto ballatoio; poi studiò la maniera di calarsi dentro il pozzo.
Aveva con sé uno spezzone di corda: ma gli sarebbe servita per legare la carcassa dell’animale e trascinarla su.
Scartò l’idea di saltar direttamente sul fondo: avrebbe rischiato di rompersi le ossa. Pensò allora di usare la corda: ma non trovò un ancoraggio valido -non disponeva, peraltro, del materiale da rocciatore. Decise alfine di appendersi con le dita sul bordo del pulpito e lasciarsi scivolare lungo la parete; da quella posizione mancava meno di mezzo metro a toccar terra con i piedi: pensò.
Atterrò sull’erba senza danno, e corse impaziente verso il corpo dell’animale.
Non guardò neppure dove metteva i piedi; così, inciampò in qualcosa nascosto nell’erba, che a prima vista gli sembrò un mucchio di candidi sassolini.
Guardò meglio: no, non erano sassi, ma lo scheletro di una bestia, forse una volpe.
Sbiancò in volto quando s’accorse che attorno alle vertebre cervicali c’era ancora una catenella con piastrina. E sulla piastrina si leggeva distintamente il nome ”Red”: era lo scheletro del suo cane!
Red aveva inseguito il camoscio fin dentro quel buco maledetto, ma non era più stato capace di uscire ed era morto di fame e di sete. Gli occhi di Pietro s’inumidirono di lacrime; poi, invaso da una furia selvaggia, prese a calci il corpo ancora caldo del camoscio.
Ritornato in sé, lo imbracò con la corda, quindi lo trascinò sotto il ballatoio da dov’era sceso.
Ma gli bastò uno sguardo perché il panico s’impadronisse di lui: il cunicolo si apriva a meno di tre metri dal fondo del pozzo, ma la roccia era completamente levigata e priva di appigli.
si chiese preoccupato, maledicendo la sua fretta di raggiungere il camoscio.
Si ricordò del ricetrasmettitore a onde corte e frugò ansioso nelle tasche. Ma l’apparecchio era nello zaino –spento, naturalmente- come Pietro soleva tenerlo per non essere disturbato. Provò a salire sulla carcassa dell’animale, ma gli mancava ancora una ventina di centimetri per afferrare il bordo del ballatoio e tirarsi su. Allora percorse il lungo e in largo il fondo del catino, alla ricerca di qualche sasso da utilizzare come rialzo: non trovò nulla che potesse aiutarlo. In preda all’affanno, si mise a raspare il leggero strato d’erba per cercare qualche pietra: incontrò solo inutili ghiaie oppure enormi lastroni levigati.
Lo invasero fremiti di paura e incominciò a sudare copiosamente.
Intanto, la nebbia era scomparsa e si stava facendo notte. Guardando verso l’imbocco del pozzo, poteva già contare le stelle nel cielo che s’oscurava.
Tentò più volte di arrampicarsi, sfruttando microscopiche rugosità della roccia, ma ricadde ogni volta, sempre più sconfortato.
Aveva già dimenticato la sua lunga guerra con il camoscio; ora, pensava soltanto a salvarsi la vita.
Dopo un’ora di ripetuti e vani tentativi, arrivò il buio, e con esso la disperazione.
Cominciò a gridare chiedendo aiuto, benché fosse consapevole che lassù, di notte, non c’era nessuno. L’altopiano, peraltro, era deserto anche di giorno! Passava ogni tanto qualche raro escursionista, ma ci sarebbe voluta una bella fortuna perché qualcuno udisse la sua voce: infatti, le sue grida filtravano dal pozzo molto attutite.
s’illudeva.
Ma la gente del villaggio era abituata all’assenza di Pietro -anche per giorni interi- e nessuno si sarebbe preoccupato per lui.
Continuò a gridare e a imprecare finché la sua voce divenne rauca e fievole; infine si lasciò andare per terra in preda alla stanchezza e si addormentò.
Il sonno fu disturbato da incubi terrificanti.
Quando sorse l’alba, Pietro aprì gli occhi: pensò d’essere ancora in balia d’un brutto sogno, ma non tardò a rendersi conto che era tutto terribilmente vero.
Era prigioniero di quel pozzo sperduto, e nessuno lo avrebbe né sentito né cercato.
Non aveva fame, ma cominciò a patire la sete: le sue labbra erano secche e la lingua impastata, tanto che non riusciva più neanche a gridare.
Tre metri sopra di lui c’era lo zaino con una bottiglia piena d’acqua: accecato dal suo delirio aveva abbandonato tutto, cadendo preda di un’orribile trappola.
I suoi occhi bruciavano, procurandogli un dolore insopportabile, e una mortale stanchezza lo stava sopraffacendo; per un po’ di tempo il terrore lo immobilizzò, quindi cominciò a tremare senza controllo. Intanto, il sole era salito nel punto più alto e riusciva a gettare nel pozzo qualcuno dei suoi raggi. Pietro si trascinò all’ombra della parete, poi strappò qualche stelo d’erba e provò a succhiarlo, sperando di trarne quel poco di liquido che poteva spremere.
Ma col passare delle ore la disidratazione si aggravò: provò ad alzarsi in piedi ma fu preso da un violento attacco di vertigini e finì per terra senza più energie.
Cercò a più riprese di rialzarsi, ma senza fortuna. Fu allora che lo prese un’ansia spaventosa.
Quante ore erano passate? Non lo sapeva più: forse era ritornata la notte e poi un altro giorno; ma i suoi occhi ardevano al punto da non poterli aprire.
Lo aveva letto in qualche libro, o visto in un film: si decise a bere le proprie urine.
Superato il disgusto, ebbe un temporaneo sollievo; ma col passar delle ore anche il più semplice bisogno naturale diventò impossibile.
Venne ancora la notte e poi tornò la luce; Pietro continuava a stare laggiù, appoggiato con la schiena contro la parete, incapace di prendere qualunque decisione.
Alfine cercò di strisciare fin sotto il ballatoio, ma fatti pochi metri il suo cuore cominciò ad accelerare i battiti, tanto che gli mancò il respiro.
Con fatica e dolore riuscì un’ultima volta a sollevare le palpebre e vide, a pochi passi da lui, il corpo del camoscio che giaceva sull’erba: gli occhi dell’animale erano ancora aperti, e lo fissavano impauriti.
Poi, venne la notte senza fine.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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