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LA BATTAGLIA DI BUKAVU

R.D. CONGO. Durante la guerra per la destituzione del dittatore Mobutu, nella lunga onda dei massacri in Ruanda.


  Franco Perlotto 


LE MILLE GUERRE DI Franco Perlotto: un alpinista fuori dagli schemi.

Bukavu, Kivu. Congo orientale.
Si sapeva già giorni: i guerriglieri Mayi-Mayi preparavano un attacco a Bukavu.
Erano le tre e quaranta del mattino e finalmente tutto fu chiaro.
Il fuoco serrato di decine di mitragliatrici all’altezza del mercato di Nguba ci svegliò tutti. Le radio portatili iniziarono a gracidare l’allarme.
Alle quattro il primo flash delle Nazioni Unite.
“Siamo al corrente della situazione”, sbraita la sicurezza. “Nessuno deve uscire di casa. State calmi e attendete altre informazioni. Coraggio”.
Poco dopo, il tiro dei mortai s’aggiunse a quello dei fucili a ripetizione.
Scoppiò il finimondo. Le granate esplodevano al Feu Rouge, mentre le mitragliatrici rimbombavano dal quartiere di Nyawera.
Il fuoco incrociato s’era aperto in più punti della città come se non ci fosse un fronte, una linea di confronto, come se tutta la città fosse diventata improvvisamente un campo di battaglia.
Durante la guerra di liberazione che in Congo aveva portato al potere la famiglia Kabila, truppe Tutzi ruandesi si erano infiltrate ad appoggiare il governo di Kinshasa.
Il dittatore Mobutu, che teneva in piedi un equilibrio con la forza delle lotte tribali era caduto nel 1997 e lo Zaire era tornato a chiamarsi Congo.


Ma la marcia dei ribelli di Kabila su Kinshasa aveva lasciato dietro di se una lunga scia di sangue e una guerra senza fine che si protrae orami da un decennio. I gruppi armati dei profughi Hutu, fuggiti dalla guerra civile del Ruanda, s’erano nascosti sulle montagne e nelle foreste.
Per scovarli i militari Tutzi di Kabila e i Banjamulenge, i Tutzi congolesi, avevano setacciato l’intero paese, allargando al Congo i massacri della guerra ruandese.

Qualche notizia iniziò a farsi leggere tra le laconiche comunicazioni radio. Per motivi di sicurezza nessuno diceva nulla per radio. Dovevo essere io a capire tra le parole cosa stesse succedendo.
Poco prima dell’alba i Mayi-Mayi e gli Hutu erano arrivati fino alla periferia est di Bukavu.
Alcune migliaia di quest’ultimi avevano attraversato il fiume Ruzizi e si erano trasferiti in Ruanda per appoggiare la guerra contro i Tutzi al governo.
Nel frattempo, dall’altra parte della città, i Mayi-Mayi avevano liberato la prigione da tutti i detenuti, la maggioranza di essi in galera per motivi politici.
Quando i soldati Tutzi che controllavano il centro di Bukavu tentarono una reazione, non capirono immediatamente cosa fosse successo e s’infilarono sulle colline verso la roccaforte dei Mayi-Mayi. Ma ormai era troppo tardi. Raggiunsero soltanto le retrovie degli attaccanti e non restò loro che vendicarsi sui civili.


A Bukavu si parlò di una ventina di morti. L’occasione per un tentativo di riscossa sembrava ottimale. La commissione voluta dalle Nazioni Unite per indagare sulle stragi in Congo non lasciava a Kabila altra scelta che abbandonare gli alleati Tutzi in pasto all’opinione mondiale.
Così gli Hutu hanno avuto il tempo di riorganizzarsi sulle montagne. Lassù c’erano i Mayi-Mayi, una fazione nazionalista congolese di origini Bantu, la stessa stirpe degli Hutu del Ruanda, anch’essi nemici dei Tutzi.
Da sempre considerati selvaggi, i Mayi-Mayi conservavano riti antichi di stregoneria: essi erano gli uomini dell’acqua.
Al collo portavano una boccetta e si ritenevano invisibili. Attaccavano sempre nella stagione delle piogge, perché così si sentivano protetti.
Ma molti di loro avevano frequentato l’università e conoscevano le idee di Patrice Lumumba, l’eroe della decolonizzazione. La gente di Bukavu li amava e attorno a loro era fiorita la leggenda.
La notizia che i Mayi-Mayi avevano deposto le armi a Bunyakiri, un villaggio sulle montagne dall’altra parte del parco nazionale di Kahuzi Biega, santuario in disuso di gorilla ormai tutti mangiati dai profughi di mille guerre, era giunta in sordina.
Lassù non avevano più una ragione per combattere dopo l’alleanza con l’esercito Hutu in esilio. Bantu congolesi e ruandesi erano uniti contro i nilotici Tutzi, che in realtà in sud Kivu avevano fatto di tutto per non farsi amare.
L’annuncio di una strana calma nell’inquieta Bunyakiri non fu preso seriamente dai potenti operatori umanitari anglofoni che a Bukavu cercavano ogni via per controllare le Nazioni Unite.
Agli incontri periodici tra le organizzazioni non governative che incrociavano sulla città, addirittura l’informazione fu schernita.


Al primo stridere della radio, mi alzai e mi avvicinai alla finestra. Abitavo poco lontano dal mercato di Nguba e di lì si vedeva bene il Ruanda, a poche centinaia di metri dall’alta parte del lago Kivu e del fiume Ruzzi che se ne usciva verso sud.
A casa mia da qualche giorno c’era Fabio Mondelli, un cooperante italiano che lavorava per le Nazioni Unite a Goma, nel nord della regione.
Ai primi colpi nemmeno si alzò dal letto. A Goma succedeva quasi ogni giorno qualche sparatoria. Ma a Bukavu la situazione era diversa e subito si rese conto che era in corso una vera battaglia.
Verso le otto del mattino il fuoco divenne di sbarramento e si trasferì nella zona del Feu Rouge e poi su nel quartiere di Kadutu.
Là sulla collina, la gente non sopportava più i Tutzi, ed era felice di dare appoggio ai Mayi-Mayi. Le truppe congolesi avevano il loro quartiere generale in una caserma di piazza Muhumba, a poche centinaia di metri da casa mia, e in quel caposaldo c’erano soprattutto militari Tutzi.
Alle nove, dagli allarmi radio, Fabio ed io ci rendemmo conto che il fronte si stava ritirando verso le colline.
Decidemmo così di avventurarci per strada, a piedi. Passaporto in tasca e nient’altro. In auto ci sembrava troppo rischioso: in momenti così i militari requisivano tutte le vetture che trasformavano in macchine da guerra.
Verso il centro, all’altezza del mercato di Nyawera, dove era infuriata la battaglia fino a un’ora prima, abitava la famiglia di un nostro collega.


Lui era a Kinshasa ed eravamo preoccupati per sua moglie e per le due bambine.
C’era l’ordine di non uscire di casa e di non usare le radio se non in caso di emergenza. Fabio ed io uscimmo ugualmente.
Dopo duecento metri a piedi comparve l’auto di Bob Kuenstle, il capo della sicurezza delle Nazioni Unite. Si fermò e mi guardò con cipiglio severo.
“Bum”, gli feci con due dita a forma di pistola. Mi sorrise.
“Tutto bene?”, mi chiese.
“Andiamo a vedere la famiglia di Ahmad”, dissi.
“State attenti”. Sorrise di nuovo e ripartì in velocità.
Fu come un lascia passare.
Fabio ed io tornammo a casa e prendemmo il fuoristrada di servizio. Poi c’infilammo in città. Bukavu brulicava di soldati Tutzi.
Mai avrei pensato ce ne fossero tanti. Eravamo l’unica auto che circolava. Accesi la musica.
C’era inserito un disco di Nina Simone. Alzai il volume e premetti sull’acceleratore.
Superai il Feu Rouge e m’infilai verso Place de l’Indipendence.
Sul retrovisore scorsi un’auto delle Nazioni Unite.
“Sarà Bob”, pensai ed ebbi un attimo di sollievo.
Ma subito mi accorsi che sulla capote c’era un fucile mitragliatore. Mi superò ad altissima velocità e s’immise sull’Avenue Industrielle.
Sul cassonetto contai almeno una decina di soldati Tutzi. Poi venni a sapere che l’auto era stata rubata dall’ufficio del World Food Programme. In piazza fermai il motore.


Guardai Fabio e gli sussurrai:
“Spengo un attimo la musica”.
“Solo per un attimo”, mi chiese.
Sulle colline di Kadutu, a qualche centinaio di metri da noi, la battaglia imperversava. Il fuoco dei mortai e delle mitragliatrici non dava tregua.
Girai l’auto e aumentai il volume della musica.
Nina Simone cantava “I Love You Porgy” di Gershwin. Gli spari si sentirono meno.
Nel quartiere di Kadutu la gente pianse i defunti, ma raccontò con entusiasmo dei guerriglieri.
Si narrò di come quattro di loro fossero riusciti a terrorizzare l’intera guarnigione che difendeva la prigione. Avevano danzato col mitra in mano, si evocò, tutti dipinti di fango.
Avevano urlato:
“Mayi-Mayi, Lumumba”.
Avevano danzato sotto la pioggia e avevano sparato in aria.
La gente aveva bisbigliato di come le pallottole dei Tutzi non li avesse colpiti.
A Bukavu si chiacchierava di soldati Tutzi in fuga, agghiacciati dal terrore.
I congolesi dell’intero Kivu raccontarono di come d’incanto gli uomini dell’acqua fossero spariti nelle loro foreste, dove da giorni le piogge tropicali inzuppavano la terra.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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