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SULLA OVEST DELLA NOIRE


  Luciano Tenderini 

Credo che per tutti gli alpinisti esistano itinerari particolarmente poco simpatici. Uno di questi per me è quello che dal rifugio Gamba porta sul ghiacciaio del Freney. Tanto più che questa volta mi tocca farlo di corsa, poiché dopo aver assicurato al mio giovane compagno che senza fallo mi sarei svegliato alle tre, mi capita il solito scherzo infame di svegliarmi alle due e mezza. Tutti sanno cosa succede in questi casi. Si dice: ecco, fra mezz’ora mi alzo. E poi ci si sveglia alle cinque. Così ci tocca attraversare di corsa la morena sovrastante il rifugio per salire a quel benedetto colle dell’Innominata, scendere sul ghiacciaio e raggiungere l’attacco. Qui troviamo un paio di scarpe rotte.
Ma sarà bene parlare un po’ del mio compagno: si chiama Franco Ribetti, ha 19 anni e va fortissimo. Quando ci leghiamo il cielo non è proprio di quell’azzurro tenue come si converrebbe a quest’ora: ci sono le solite nuvole di importazione francese; ma il pensiero di dover rinunciare alla salita, e soprattutto di dover ritornare un’altra volta all’attacco (è già la seconda volta che ci capita quest’anno) ci fa dire che ci conviene attaccare e casomai si ritorna in doppia. Perciò attacchiamo. Il nostro accordo è di fare due, tre filate ciascuno in testa, e siccome oggi sono in vena di gentilezze cedo subito il passo a Franco che tira su dritto per le prime placche. Poi passo io, supero il camino con il sasso incastrato, lui le placche seguenti, io ancora qualcosa e lui lo stesso. Una filata dopo l’altra, arriviamo alla rampa dove si può procedere di conserva. Su, sempre su, mentre il ghiacciaio si abbassa. Siamo molto allenati ed è un vero piacere arrampicare, oggi; anche il tempo sembra fare giudizio.

Tutto perfetto, non è vero? Nossignori! C’è una cosa che non ci lascia tregua: la fame... Abbiamo mangiato ieri sera un po’ di pastina ed ora il nostro pensiero corre insistentemente alle provviste nel sacco, che consistono in due pugni di pasta, una scatola di carne e un poco di tè. Franco poi è ossessionante: quando gli dico di guardare come è bello il tal passaggio, oppure gli faccio notare che siamo già molto alti, mi dice: sì, d’accordo, ma tu non hai fame? Sì, caro Franco, ho una fame da lupi. Da troppi giorni siamo costretti a mangiare in qualche modo, cioè solo quando qualcuno si muove a compassione e ci invita a pranzo o a cena; ma che vuoi, non si può avere tutto dalla vita. Se fossimo a casa non avremmo questi problemi, ma non saremmo nemmeno sulla Ovest... E allora tira la grossa perché qui c’è uno strapiombo!

Arriviamo intanto sotto i due diedri strapiombanti e, considerando l’ora e considerando che questi diedri sono la massima difficoltà della salita e perciò bisogna essere su di giri, decidiamo di mangiare la scatoletta di carne. Forse sembrerò monotono con questa storia, ma qui in parete è per noi la cosa più importante. Un volta ho letto su di un libro che “la piccola colazione che si fa in parete ha il valore di una comunione”. Parole sante! Mai come in questa occasione mi sono reso conto della verità racchiusa in questa frase! Il mio giovane amico riesce anche a mangiare delle tavolette di latte condensato che ci ha dato un tale: non so come faccia a mandare giù quella porcheria, dato che ha il gusto del sapone, ma lui sostiene che va bene così.
Poi ci mettiamo nei diedri. Il primo, dice la Vallot, è di trenta metri e va scalato in libera; il secondo è di venticinque e va scalato in artificiale. Sesto grado il primo, A3 il secondo. Fra l’uno e l’altro un posto da bivacco, il migliore di tutta la salita.
Quando attacco il primo diedro non mi sogno neanche lontanamente di bivaccare, e invece lo dovremo fare proprio su quella terrazza. Dunque, attacco il diedro. Niente di speciale da rilevare: siamo molto allenati e le difficoltà non ci spaventano. Dirò solo che all’uscita v’è uno strapiombo notevole da superare in libera. A sua volta sale Franco e quando è a metà filata io mi aspetto tutto all’infuori di quello che succede: si mette a grandinare! Ci mettiamo un po’ a capire cosa diavolo ci sia capitato addosso e in quel frattempo ci riempiamo ben bene di grandine. Io poi devo stare fermo per assicurare l’amico e i chicchi gelati mi entrano inesorabili nel collo della camicia. Lui invece che sta arrampicando, si muove parecchio e la grandine gli entra dappertutto. Morale, visto come si mettono le cose, visto che la parete è diventata tutta bianca, visto che siamo tutti bagnati, non ci resta che preparare il bivacco. In quattro e quattr’otto rizziamo la tendina ed entriamo. Sono le quattro del pomeriggio e ... abbiamo fame.
Dopo esserci cambiati (a proposito, affinché nessuno ci giudichi male; nei nostri sacchi non c’è roba commestibile ma non manca certo il materiale da bivacco: disponiamo di duvet e di sacchi a piuma alti fino alla vita), cerchiamo di fare qualcosa per far passare il tempo mentre fuori la grandine si cambia in acqua scrosciante. Mi faccio insegnare da Franco una canzone, e poi presa la guida passiamo ad esaminare tutte le salite nel bacino del Freney. L’argomento è interessane e il tempo passa velocemente mentre discutiamo. Verso le diciannove smette di piovere; prepariamo allora la cena facendo cuocere la pasta sulla cucinetta a spirito e ce la dividiamo da buoni amici. Un’ultima occhiata al diedro che ci sovrasta e poi a nanna.

Chiamare bivacco questa sistemazione è però eccessivo: ormai abbiamo appreso una certa tecnica per sistemarci nel modo migliore per la notte e riusciamo a dormire quasi sempre. Solo verso mattina sentiamo un po’ di freddo, ma ci basta accendere il lanternino all’interno della tenda per star subito meglio.
Il nuovo giorno si presenta con un cielo meravigliosamente terso; anche la parete è in buone condizioni poiché durante la notte non ha fatto molto freddo e la grandine, anziché gelare come temevamo, si è sciolta.
Sono belli i preparativi che precedono la ripresa dell’arrampicata quando si è ben riposati e il tempo è buono! Smontiamo la tenda, prepariamo il tè, dividiamo il materiale, togliamo i chiodi che tenevano in piedi la nostra casa e ci leghiamo.
Franco avanza il diritto di procedere da capocordata e ha ragione. Io insinuo che questa filata deve essere durissima e perciò, se lui crede, posso passare in testa io. Ma lui sorride maligno e dice di no. È anche lui molto esperto e sa benissimo che su una filata artificiale si fa meno fatica a procedere da primi. Così prendo in mano le sue corde e mi appresto ad eseguire i suoi ordini.
Mentre sorveglio la sicurezza dell’amico, approfitto per farmi una bella fumata. Le frasi che ci scambiamo sono quelle delle grandi occasioni: “Tira la grossa, aspetta che metto un chiodo, tira la piccola ma stai attento anche con l’altra perché il chiodo non è buono, accidenti come sbatte in fuori questo diedro, molla tutto che esco...”
A mia volta, quando sono nella parte alta, mi accorgo di quanti strapiombi ci sono su questo tratto. Infne ci troviamo riuniti su di un piccolo terrazzino dove Franco mi invita a proseguire da primo. Qui, dice la guida, bisogna traversare a destra su placche lisce mentre invece la via seguita dai primi salitori percorre un’altra fessura strapiombante. Si vede che Ratti era un tipo molto sensibile al quale una variazione troppo brusca (come passare da un tratto molto strapiombante a delle placche verticali) non piaceva tanto, e perciò continuò ad arrampicare in strapiombo per passare gradatamente alla verticalità. Noi invece, siccome non siamo così delicati e passeremmo tranquillamente da queste placche anche ad un sentiero, e soprattutto perché non ci chiamiamo Ratti e Vitali, preferiamo fare il traverso, che peraltro è molto impegnativo.
La vetta si avvicina e noi, per quell’euforia che invade tutti in prossimità della fine delle difficoltà, arrampichiamo velocissimi. Placche, diedri e fessure si susseguono sempre con impegno. Questa via non è come tutte le altre che nei pressi della vetta calano di difficoltà: a cinquanta metri dalla sommità facciamo una fermata su staffe; l’ultimo chiodo si trova a pochi metri dalla Madonnina.
Poi siamo in vetta.
Qui ci sono tutte le cose classiche di questi arrivi: il cielo, il panorama, le corde e i ferri che “giacciono fermi al suolo dopo aver fatto il dover loro”. Superfluo aggiungere che siamo pervasi da una fame rabbiosa. Abbiamo un limone che mescoliamo con la neve. Quando finisce tiriamo fuori quelle inutili cose che si chiamano pastigliette energetiche e ne inghiottiamo tante che, a dar retta alle indicazioni accluse, dovremmo scattare come molle. È invece con smorfie di disgusto che ci carichiamo dei nostri sacchi e iniziamo la discesa. Fortunatamente conosciamo bene la normale e possiamo divallare slegati. La “marcia della fame” dura fino al rifugio della Noire, dove troviamo degli alpinisti caritatevoli che ci offrono due enormi micche di pane. Altro che pastiglie insipide|! Finito di mangiare partiamo di corsa. È letteralmente a salti che raggiungiamo i prati e i casolari del Freney, dove abbiamo lasciato la moto. E qui la gita finisce.
Mentre il motore arranca su per la salita che porta al campeggio UGET, guardiamo verso la vetta della Noire avvolta di nubi tempestose. Arriva il brutto tempo stabile e questo contribuisce a renderci allegri: ci sembra quasi di aver rubato la salita.



In un mondo dove spesso banalità e superficialità sono imperanti, trovare sentimenti forti, legami affettivi inossidabili, fede nei valori più alti, fa un certo effetto, e diciamolo pure, ci riconcilia con la vita stessa che molte volte ci lascia delusi e con l’amaro in bocca…
Presentare qui un racconto di Luciano Tenderini è l’occasione per porgere un saluto affettuoso a un amico recentemente scomparso, mai conosciuto personalmente, ma tanto vicino perché la sua luce rifletteva sul volto degli scritti di sua moglie, la carissima Mirella Tenderini, che tante volte ho potuto apprezzare nei suoi libri e anche di Silvia, sua figlia, apprezzata scrittrice pure lei.
La storia di Mirella e Luciano mi ricorda quella di un’altra grande coppia dell’alpinismo italiano: Silvia Metzeltin e Gino Buscaini, indivisibili nel loro rapporto sponsale e profondamente innamorati della montagna.
Luciano “Era un uomo schivo al quale non è mai piaciuto apparire. La sua passione per la montagna era smisurata” sono le parole di Silvia ed è proprio così: grande alpinista e guida alpina, capace di imprese straordinarie, ma sempre lontano dai riflettori, forse per un innato senso di pudore e di semplicità, forse per non rubare la ribalta a chi sapeva che invece ne faceva ragione di vita, ma la soddisfazione era nel suo cuore.
Lontano dalla ribalta, però, Luciano era un uomo che amava coltivare grandemente l’Amicizia (la A maiuscola non è un errore di battitura…) Mirella e lui hanno presto trasformato la loro casa ai Piani Resinelli in una sorta di campo intermedio per tutti gli alpinisti di passaggio che volevano sostare: essi hanno dato ostello a alpinisti del calibro di Chris Bonington e Don Whillans, solo per citarne due, prodighi di ospitalità e di cordialità e di consigli tecnici per le Dolomiti e el Grigne , che nei decenni passati erano il mito di ogni scalatore, Luciano era in grado di farlo!
Questo racconto è la relazione di una salita impegnativa alla Ratti-Vitali sulla Ovest dell’Aiguille Noire de Peuterey che all’epoca (1958) era ancora poco ripetuta, Tenderini ce la descrive con uno stile semplice, ma appassionante, direi frizzante, con la sua semplicità, ma con grande passione e competenza.
Oltre al dolore della sua perdita, ma Luciano vivrà sempre nei cuori delle persone che ha amato e nelle brezze che circondano le sue montagne preferite, abbiamo il rimpianto che non abbia pubblicato una raccolta di questi suoi racconti, oltre che belli, sarebbero anche un documento di come si andava in montagna.

P.S.:
Luciano Tenderini non portava mai la macchina fotografica e non amava particolarmente farsi ritrarre, per cui le sue foto sono rare. Anche Mirella ne possiede poche delle sue scalate.
Lanciamo un’idea: chi ne possiede qualcuna potrebbe mandarle scansionate alla mia e-mail filippo@alpinia.net per farne dono proprio a lei, Mirella.

Filippo


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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