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MONTAGNA : LA SALITA PERFETTA

... felice chi non dimentica che tutto il mondo terrestre e celeste E' simbolo. (F. Schuon:”Canti senza nome VI/VII 95)


  Spiro Dalla Porta Xidias 

Due sono gli avvenimenti – le salite – scelte in genere per fare iniziare la storia alpinistica: L'ascensione di Francesco Petrarca col fratello al Mont Ventoux, nel 1336 – ed in questo caso si tratta di alpinismo-escursionistico, arricchito da relazione tecnica, la lettera del poeta.-
E in alternativa la salita al Mont Aiguille, effettuata nel 1492 da Antoine de la Ville, su ordine preciso del re di Francia Carlo VIII. E qui si deve parlare di vera e propria scalata, perché il bravo ciambellano, per superare la muraglia di roccia, ha dovuto fare uso di pali, corde, scale.
In realtà, andando a ritroso nella storia, si possono reperire esempi di ascensioni, non prese in considerazione, perché compiute non certo per spirito alpinistico, ma per preciso scopo militare. Dalla vera e propria arrampicata artificiale fatta dai soldati di Alessandro il Grande lungo l'erta parete sotto l' assediata città di in Asia Minore. Arrampicata artificiale, - ripeto – perché i militi avevano usato spade, pugnali ed altre armi infiggendole in buchi e fessure lungo la facciata, a mo' di chiodi, per potersi elevare lungo la roccia. Al passaggio della Alpi da parte di Annibale con le sue truppe, elefanti compresi.
Vari altri episodi si possono scoprire nella storia con l' S maiuscola, viziati – usiamo questo termine in funzione dell'etica alpinistica – da scopi che nulla avevano a che fare con la gratuità tipica dell'ascensione. -
Soltanto un caso, indietro nei secoli, potrebbe nel senso ricercato segnare il nascere del rapporto uomo-monte, come lo intendiamo oggi: quello dello Yamabushi , scuola di monaci giapponesi, sorta nel 700/800, che aveva decretato per i suoi adepti la pratica obbligatoria dello Shugen-Do, cioè della scalata – arrampicata, non semplice ascensione - quale prassi catartica liberatoria.
Ma si tratta di una manifestazione sorta in Giappone, che inoltre non aveva il fine di diffondere l'alpinismo quale atto comune, ma anzi lo concepiva strettamente riservato ai propri aggregati: quasi una sorta di iniziazione, che trova spiegazione nella particolare epoca, corrispondente al Medio-Evo cristiano Occidentale.
Ora le due alternative che abbiamo prima citate per l'inizio della storia del rapporto uomo-montagna, appartengono proprio al nostro Medio-Evo: la prima, quella di Francesco Petrarca al periodo tardo, la seconda, quella di Antoine de la Ville, addirittura con la data che simbolicamente lo chiude: il 1492.
Però date ed ascensioni che danno principio a questa attività dell'uomo con la montagna, sono da fissarsi molto più tardi: Tre secoli dopo, per la prima salita al Monte Bianco (1785), quasi quattro per la conquista del Monte Cervino (1863).
Le ascensioni del Monte Ventoux e del Mont Aiguille rivestono quindi un carattere quasi simbolico, anche perché datate alla fine di un' epoca storica. Allora, se vogliamo dare peso al simbolo che le salite a queste cime soltanto sfiorano, prendiamo per base un'altra ascensione, che addirittura risulta soltanto simbolica, ed esprime nella sua effettuazione un momento essenziale di questo Medio-Evo: l'ascesa di Dante Alighieri al Monte del Purgatorio, effettuata in concomitanza del giubileo, il Venerdì Santo, 8 aprile 1300.
La salita perfetta.
***
Per spiegare questa scelta dell' ascensione allegorica di Dante al Monte del Purgatorio, è opportuno riferirsi alla frase di Frtihjof Schuon, iscritta a testa del capitolo: “...felice - chi non dimentica – che tutto nel mondo terrestre e celeste – è simbolo.”
Tutto nel mondo terrestre.
Naturalmente i simboli sono di diversa portata, di facile o ardua intuizione.
Uno dei più chiari ed evidenti è offerto dal monte che si innalza dalla pianura svettando verso l'alto. Indicando così il fine supremo dell'essere umano e di tutto il Creato: l' elevazione verso il Cielo. Verso la Divinità.
“ Montagne, preghiera della terra.”
Ma il monte, la guglia, non sono simboli soltanto in se stessi: sono rivolti all'uomo, e costituiscono per lui, oltre all'indicazione, anche una via di elevazione. Come tale non solo materiale, - la salita, la scalata – ma prima di tutto spirituale – ascesi che si concretizza nell'ascesa.-
Per cui la via va innanzi tutto espressa nella sua essenza etica. Che a quel livello ne fissa il significato metafisico. Espresso con l'ascensione pratica, che nella sua effettuazione lo riecheggia.
Consciamente o anche inconsciamente. Perché il gesto rituale rimane sempre valido per se stesso, anche quando non compreso.
Quello di Dante che sale simbolicamente il prototipo della montagna – il Monte del Purgatorio, in un certo senso, sta alle altre cime come Adamo sta agli uomini – fissa per l'ascensione il suo autentico significato etico.
La consacra.

***

La cima ha avuto massima importanza effettiva nell'età allegorica. Sommi saggi, persino Avatara l'hanno ricercata quale sede di meditazione, contemplazione, invocazione. Krishna, Buddha, Arjuna, Zoroastro, Millarepa, per fare qualche nome. E proprio perché vissuti in epoca di intensa spiritualità, oltre le contingenze materiali, il mito ci riporta del loro soggiorno su alte vette, senza accennare all'ascesa necessaria per raggiungerle. Infatti allora la salita in se stessa non presentava per ostacoli per un illuminato, proprio perché il livello etico generale, era tale da superare naturalmente difficoltà materiali fuorvianti.
La cima del monte allora si imponeva quale punto più elevato del pianeta, e come tale – così del resto anche oggi e sempre – il più vicino al cielo, a sua volta simbolicamente sede della Divinità.
Con la transizione all'epoca storica, e alla conseguente affermazione dell'egoismo e della materialità, l'ascesa alla vetta è diventata problematica in se stessa. Anche se la montagna, in certi casi, continuerà ad essere direttamente collegata alla presenza divina. In questo senso gli antichi Greci sulla cima del Monte Olimpo avevano posto la sede dei loro dei. E così gli antichi Germani sul Walhalla.
Caratteristico il fatto che entrambe queste cime apparivano irraggiungibili all'essere umano: l' Olimpo, perché con i suoi 2917 metri che partono direttamente dalla riva del mare era del tutto fuori dalle possibilità materiali di allora – la vetta è stata infatti raggiunta appena nel 1912 -. Inoltre per la montagna ellenica, oltre alla sua inaccessibilità, giocava anche la sua particolare conformità: infatti presenta un vasto zoccolo alberato e frondoso, fino a quota 2600 circa, in cui culmina in un altopiano sul quale, con soluzione di continuità, si erge un' alta muraglia rocciosa: la sede degli dei, appunto – corona di guglie piantate sul monte stesso.-
In questo senso ancora più definitiva l'impossibilità di accedere al Walhalla, dato che non si tratta di una cima reale, ma appunto simbolica.
Con il crescere del materialismo e della cosiddetta civiltà del benessere, la fede sente la necessità di ricercare l'isolamento e l'altezza per meglio astrarsi dal costume imperante. Ed ecco quindi il ritorno alle vette dei monti, non più della portata assoluta del mito, ma di minore altezza e quindi più agevolmente raggiungibili; su cui vengono costruiti chiostri, eremi, “case di Dio”, ove meglio isolarsi in preghiera. L'esempio più noto di questo ritorno all'elevazione è quello del monastero sul Monte Athos.
Certo la relativa altezza ed il percorso agevolato da rudimentali mezzi di risalita, la funzione limitata, non autorizzano ancora a parlare di “alpinismo”.

***

L'apparente digressione non è tale, perché serve a rammentare che il rapporto dell'uomo con la montagna non è nato con l'alpinismo, e meno ancora con i casi sparuti nei quali, per necessità politiche o militari l'uomo ha dovuto accostarsi ed affrontare il monte.
Insieme – particolarità che interessa il nostro assunto – chiarisce come il primo legame essenziale dell'essere umano con le cime sia stato di natura eminentemente spirituale.
Si spiega così il concetto secondo il quale, la riscoperta della montagna come prassi – cioè l' alpinismo – non possa essere soltanto gestuale, ma pure e specie etico.
Anzi, è da questa che deriva l'atto fisico.
Quindi risulta coerente che la prassi dell'ascensione – cioè il mezzo in cui nella nostra epoca può essere raggiunta una vetta – sia ispirato e determinato da un' azione ideale: la salita simbolica di Dante Alighieri al Monte Purgatorio.
Ascesi, da cui scaturirà l'ascesa.

***

“... E canterò di quel Secondo Regno
Ove l'umano spirito si purga,
E di salir al cielo diventa degno.”
Così il poeta presenta, con i versi 4,5,6 del primo canto la sua salita al Monte Purgatorio, cioè al “Secondo Regno.”
E come nel singolo anche gli elementi teorici devono riecheggiare quelli reali, così anche in questa terzina di introduzione possiamo rilevare una prima analogia tra etica e fisicità.
Il “Secondo Regno”, evidentemente è il Monte Purgatorio perché quello il poeta deve superare per raggiungere la vetta, cioè il Paradiso Terrestre da cui risulterà
“...Rifatto si come pianta novella
Rinnovellato di novella fronda
Puro e disposto a salire alle stelle.”
Per quanto riguarda il collegamento con la moderna ascensione, appare importante il secondo verso della terzina “ Ove l' umano spirito si purga “ che chiarisce il significato di purificazione catartica, riferito prima ai casi spirituali più accentuati – vedi lo Shugen-Do -,ma anche, attualmente, alla liberazione dalle contingenze che la salita, e ancor maggiormente la scalata, comportano.
In Dante la coscienza del livello metafisico della sua azione gli permetterà di superare gli ostacoli materiali – e non saranno né pochi né agevoli – che incontrerà sulla sua via. Ed ogni volta sarà battaglia vinta su qualche vincolo terrestre specifico, purgando così il proprio essere.
Per l'alpinista si tratterrà della concentrazione necessaria per sormontare le difficoltà tecniche-materiali dell'ascensione; concentrazione nel gesto, che gli permetterà di liberarsi delle scorie tipiche della pianura e della quotidianità.
Naturalmente il rapporto odierno dell'uomo col monte, ripristinato grazie all'alpinismo, per la sua origine materiale – la salita, atto fisico – non si fonda esteriormente con elementi etici. Afferma però in modo categorico l'emancipazione dalla contingenza in favore della gratuità, cioè della purezza. E queste contingenze, queste tare, riportano in mente l'avidità peculiare della civiltà contemporanea, riedizione della Lupa dantesca.
La salita del Monte Purgatorio, invece, proprio proprio per la sua peculiarità spirituale, dettaglia i mali da cui l'uomo – Dante – dovrà svincolarsi nel corso della sua ascesa. E sono, dal basso in alto: “superbia”, “invidia”, “ira”, “accidia”, “avarizia”, “gola”, “lussuria”, cioè i sette peccati capitali. Presenti certo – e più che mai nel mondo attuale – ma in un certo senso sintetizzati dall' “avidità” che insieme li riassume e li esprime.
Ma altri sono ancora i fattori che fanno collimare la salita al Monte Purgatorio con l' alpinismo. Ne ricorderò soltanto due, chiaramente enunciati nel poema, perché inoltrandosi in troppi dettagli si rischierebbe di perdere di vista l'essenziale, cioè la proiezione etica dell' ascensione. Per chi vuole conoscerne di più sul rapporto tra Dante e la scalata, va consigliato lo scritto di Baffile “Dante alpinista”.
Vediamo anzitutto ( canto III del Purgatorio) come il poeta osserva un tratto di parete da superare.

“... Noi divenimmo intanto appiè del monte:
Qui vi trovammo la roccia sì erta
Che indarno vi sarian le gambe pronte.

Tra Lerici e Turbia, la più diserta,
La più riunata via è una scalata
verso quella, agevole e aperta.

“Or si sa da qual man la costa cala”
Disse il Maestro mio, fermando il passo,
“Si che possa salir, chi va senz' ala ?”

E mentre ch'ei teneva il viso basso,
Esaminando del cammin la mente,
Ed io miravo suso intorno al sasso.

Ora a parte il linguaggio trecentesco, e l'inusitata – per il genere – forma poetica, la descrizione non appare certo né sorpassata né antiquata. Con visione del tutto moderna, potrebbero così venirci presentati due scalatori che studiano un tratto di parete quanto mai impegnativa, cercando la possibilità di aggirare l'ostacolo all'apparenza insormontabile. E questa stesura travalica dal dagherrotipo anacronistico per assumere la parvenza di realtà fuori d'ogni tempo.
Senza ricercare altri brani similiari – e ce ne sono parecchi ne “La Divina Commedia” - riporto ora un passo che propone addirittura la descrizione di una vera e propria arrampicata, e contribuisce quindi a rafforzare ulteriormente questo aspetto alpinistico della seconda cantica del poema.

“... Noi salivam per una pietra fessa
Che si muoveva d'una e altra parte
Sì come l'onda che fugge e s' appressa.

“Qui si convien usar un poco d'arte”
Cominciò il Duca mio “ in accastrarsi
Or quinci, or quindi al lato che si parte.”

E questo fece i nostri passi scarsi
Tanto che pria la scarna della luna
raggiunse il letto suo per ricorcarse.

Che noi fossimo fuor di quella cruna:
Ma quando fummo liberi ed aperti
Su dove il monte indietro si rauna

Io stancato, ed ambedue incerti
Di nostra via, restammo in un piano
Solingo più che strada per diserti.

Della sua sponda, ove confina il vano,
al piè dell'alta ripa che pur sale,
misurerebbe in tre volte un corpo umano;

E quando l'occhio mio poté trar d'ale
Or dal sinistro, or dal destro fianco,
Questa cornice mi parea cotale.

Là su non eran mossi i piè nostri anco,
Quando io conobbi quella rupe intorno
Che dritta di salita aveva manco.”

Queste terzine (Purgatorio, canto X versi 7-30) oltre naturalmente all'importanza ed alla funzione implicita che rivestono nella “Commedia”, stanno per noi a significare un ulteriore legame di Dante con l'alpinismo, addirittura quello arrampicatorio,
Per cui tanto più ci viene da considerare la salita simbolica al Monte Purgatorio un anticipo, un compendio, dell'attuale ascensione.

***

Non intendo certo – quod absit ! - derogare dall'altissimo significato simbolico de
“La Divina Commedia”, e neppure cercare di aggiungere un'ulteriore chiave di lettura – già troppe sono state proposte, spesso a danno dell'autentico contesto.-
Il fatto incontrovertibile consiste nel fatto che nel suo “iter” di elevazione spirituale Dante, per salire dalla terra al Cielo deve appunto ascendere le pendici del monte che emblematicamente rappresenta lo slancio del pianeta verso l'empireo. Il Monte Purgatorio appunto, che nella sua figurazione offre una perfezione che le guglie terrestri appena riecheggiano: sulla sua vetta infatti è sito il Paradiso Terrestre, diretta comunicazione con la Divinità.
Ma il fatto stesso che il poeta – l'uomo – per raggiungere quella cima debba compiere un' ascesa, fa di questa il prototipo perfetto della salita alpinistica, che nella sua prassi ripresenta caratteristiche analoghe – anche se tanto più superficiali – dell'ascensione di Dante. Catarsi, innanzi tutto, proiezione in un'atmosfera diversa da quella del piano, purezza dell'atto. Persino il “sentimento della vetta” cui invano si è finora cercato di conferire una spiegazione logica, appare quasi misteriosamente legato alla gioia dell'uomo che, con l'ascesa-ascesi raggiunge lo stato edenico.
Per cui, affermando l'essenza spirituale dell'alpinismo, appare naturale far derivare questa nostra attività dalla sua origine più perfetta.
In questo senso la salita di Dante appare coincidere con l'idea platonica di tutte le ascensioni.
La salita perfetta.


N.B.: questo scritto è riportato dal libro "Storie d'amore in montagna", in allestimento.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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