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RACCONTO BREVE PER NICOLETTA


  Marcello Maltauro 

La vecchia Ford Fiesta 1100 L del '76 traballa sulle buche della Strada degli Eroi, Mauro, con i denti serrati, ogni tanto sorride e fa qualche esclamazione colorita, mentre le buche imperterrite sottopongono i miei nervi a uno stress continuo.
Passiamo Malga Fieno e se la macchina non crolla prima, riusciremo a parcheggiare all'entrata della galleria D'Havet.
E’ una giornata autunnale e fredda e ricca di colori; il bosco via via che la strada arrampica, muta colore ad ogni tornante, come le pagine ingiallite di un vecchio libro sfogliato lentamente.
Parcheggio e, finalmente sollevato, mi guardo in giro; le calze di lana grossa mi beccano i polpacci mentre mi lego forte gli scarponi.
Mauro intanto si libera la vescica e chiacchierando mi costringe a sbrigarmi.
Saliamo lungo il Sentiero delle Creste e subito il freddo mi batte forte nelle orecchie; mi fermo e infilo la fascetta di lana e adesso, con le mani in tasca, finalmente, sono in sintonia con il Creato; a volte basta poco.
Non incontriamo nessuno, sembra quasi strano che non ci sia anima viva.
L'ultima volta a Porte Pasubio, ho dovuto fare lo slalom in mezzo alla gente stesa come tante vipere a prendere il sole.
Adesso sento la montagna mia; è come una bella donna al ballo, durante l'estate devi dividere il valzer con gli altri, adesso no, guido io!
Ci fermiamo all'arrivo della teleferica, o quello che resta e, mentre spiego al cugino, educatamente attento, cosa succedeva in quel posto nel periodo dal 1916 al 1918, con l'immaginazione vedo i cavi di ferro con le cassette che scendono e salgono con infinita monotonia.
Immagino il grande deposito stipato di ogni utile materiale per la sopravvivenza di migliaia di uomini sulla Montagna.
Siamo sull'Incudine adesso e sporgendosi dalle ampie feritoie delle cannoniere, vediamo sotto, sui ghiaioni della Val Prigioni, una famiglia di camosci che saltando scende a valle. Mauro dalla contentezza di aver visto per la prima volta questi straordinari animali, ringrazia Dio bestemmiando involontariamente. Sul Cogolo Alto macchie di neve, la prima di quest'anno, crocchia sotto le nostre suole Vibram e noi chini come in preghiera, avanziamo in silenzio.
Sostiamo in pace a cima Palon; si sente solo il vento e i nostri respiri affannati. La neve evidenzia ancor di più il magro terreno devastato da antiche esplosioni, i resti delle trincee sono aperte al cielo come labbra in cerca di sostanza e le nere occhiaie delle gallerie rimandano voci lontane, tutto tace.
Scendiamo velocemente dentro alla galleria del generale Papa leccata da lingue di neve penetrata con il vento nel suo budello.
La selletta Damaggio ci accoglie con la sua fragilità quello che è stato adesso non c'è più, solo il vento scompiglia i miei capelli sussurrandomi parole d'amore. Il Dente Italiano in tutta la sua carica detritica ci cattura al sole.
E’ un sole debole e luminoso, ma ci riesce e trasfigura la piccola croce sulla vetta. Lungo gli sfasciumi della mina i macigni sono come sospesi e nessuno più li muoverà, solo il tempo lascerà la sua traccia; noi cosa siamo? Formiche? Insetti? o crediamo di essere di pi˘ rispetto a tutto questo? Sostiamo un momento sulla sella tra i due Denti.
Mauro si siede in silenzio e guarda attorno a se. Io resto in piedi e leggo qualche piccolo rimasuglio di lapide.
Sono come rapito dalle urla, dal clangore della battaglia, vedo scarpe chiodate che scivolano sulla roccia, sento rimbalzare e friggere le schegge che martellano le pietre, poi mi guardo intorno e non sento più niente.
La chiesetta di Santa Maria del Pasubio è laggiù, nell'angolo più sereno della montagna, di questa montagna. Il sole sta baciando la lamiera del tetto e la fa brillare con una presenza che sento forte e piena di sentimento.
Sul Dente Austriaco l'aspetto non cambia. Uomini come noi, sono vissuti qui, in questo dedalo di cicatrici profonde e inguaribili.
Nelle viscere del Dente la Cattedrale che porta alla galleria Ellison rimanda le nostre voci accompagnate dal distillare costante dell'acqua.
Alla fine dello stretto tunnel, nessuno può rimanere in piedi, tanto è basso, ed è forse l'unica penitenza che ti domanda questa montagna.
Nel piccolo pianoro delle Sette Croci, l'aria si è fermata, raccolta a bacile dai cocuzzoli d'intorno dai nomi tristi e passati.
Le pietre, in comunione, si accalcano ai legni delle croci come tanti Cristiani e sono guardate a vista da qualche metro di reticolato arrugginito.
Il sole si sta abbassando raccogliendo le sue ultime energie della giornata; anche noi ormai siamo arrivati ben oltre lo zenit e dobbiamo a nostra volta calare.
Tagliamo una fetta di neve in lunghezza e in un tempo non breve, arriviamo nuovamente alla Cima.
Da lassù ci salutano le nevi perenni dell'Adamello e della Presanella, mentre le svettanti torri del Brenta sembra che ci corrano incontro.
Sotto la Vallarsa rimane allo scuro, quasi nascosta in mezzo a tanta immensità. Ed ecco che ritorna dentro me la forte e nitida malinconia dell'abbandono.
Mi succede ogni volta che ritorno a valle dopo essere stato quassù, in Pasubio. Una struggente malinconia mi assale e mi rimanda a cose lontane; forse è il mio essere appartenuto al passato? Forse Ë solo il mio sentirmi parte di tutto questo? Non lo so, non lo saprò mai, credo.
Mi sento come un bambino che deve lasciare la sua mamma e partire per destinazioni sconosciute.
All'improvviso Mauro si domanda chi può essere quella persona che ha acceso un fuoco dentro all'Incudine; infatti, lunghe lame infuocate escono dalla galleria. Corre veloce scivolando sulle ghiaie verso l'imbocco di una galleria.
No Mauro, mio caro Amico, non c'è nessuno che accende fuochi adesso quassù, è il sole!
Il sole rosso fuoco che prima di scomparire dietro lo Zugna, manda i suoi forti e caldi raggi orizzontali a baciare per l'ultima volta, oggi, la nostra Montagna.
E’ uno spettacolo supremo e difficile da spiegare; Ë forse il vento che mi fa lacrimare gli occhi, forse il vento adesso non c'è, ma mi succede spesso, probabilmente sono le mie lacrime il prezzo che offro al Pasubio.
E’ quasi buio quando arriviamo alla macchina. Il passaggio dall'aspra Val Canale al sereno e arruffato pascolo di Malga Fieno, è come il parto preceduto da un duro travaglio ma, inesorabile, il nostro ritorno viene inghiottito dai fari fendenti della mia Ford Fiesta che illuminano la striscia bianca della strada.
Anche questo è fatto, anche questo è passato.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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