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IL PARTIGIANO


  Gianfranco Bertolotto 

Il racconto seguente, benché ispirato alla vicenda del partigiano Roberto Fuccaro, martire della
resistenza, non è affatto una ricostruzione storica, ma una narrazione di pura fantasia.


Era da poco suonato mezzogiorno, quando Domenico uscì dalla cucina per portare un po' di zuppa al cane.
D'un tratto un rumore infernale squassò la calura del meriggio estivo; qualche istante dopo, una balilla nera irruppe nel cortile della cascina, sollevando nuvole di polvere.
Le galline fuggirono starnazzando, mentre il cane si gettò ringhiando contro le ruote.
Scesero in quattro: tutti militi fascisti, armati e baldanzosi.
Il primo a uscire dall'auto colpì il cane con una pedata, ma l'animale reagì addentandogli rabbioso gli stivali. Intervenne un altro, che tramortì la povera bestia con il calcio del fucile.
Domenico, severo patriarca di una numerosa famiglia contadina, non temeva i prepotenti e li apostrofò con veemenza:
"Giovanotti, nonostante le vostre armi siete dei gran vigliacchi; che bisogno c'era di far male al cane? E poi, se non vi dispiace, questa è casa mia; si può sapere cosa volete?".
"Stai calmo vecchio, e non ti succederà niente", esordì minaccioso il capo della squadraccia, un famigerato brigadiere fascista di stanza a Chiusa Pesio.
Dopo aver fermato con un cenno i compagni che stavano per aggredire il contadino, proseguì: "Mettiamola così: tu mi dici dove si nasconde il partigiano, e io dimentico che tuo figlio non si è ancora presentato per l'arruolamento".
Intanto, sull'uscio della cucina si erano affacciate Felicita, la moglie di Giovanni, e Paola, la figlia maggiore.
Cinquecento metri più in là, in direzione dell'antica chiesetta nel cuore delle Combe (*), Giuseppe, il gestore della Società (**), si era appena messo a tavola con i famigliari.
Come d'abitudine in estate, il desco era stato apparecchiato fuori, sotto il porticato della cascina dove l'ombra e la ventilazione assicuravano una temperatura gradevole.
Era il diciassette di giugno del 1944, ed erano tempi bui.
La guerra civile era giunta all'acme: fascisti e tedeschi spadroneggiavano ancora nella provincia di Cuneo, mentre fra i monti si combatteva la lotta partigiana.
Silenzioso e circospetto, Robi uscì dai cespugli e si avvicinò alla tavolata.
Quando si accorsero di lui, salutò cordialmente: "Mi hanno informato che avrei trovato qualcosa da mangiare presso di voi" disse, scusandosi per il disturbo.
Giuseppe, rude ed essenziale nei modi ma giusto e buono d'animo, riconobbe nel ragazzo il partigiano incontrato l'anno prima e lo invitò a tavola: "Veramente qui diamo solo da bere; non è una trattoria.
In ogni caso, visto che ci siamo appena messi a tavola, puoi fermarti a pranzo con noi. Non c'è molto, siamo in tempo di guerra: un po' di pasta, e insalata del nostro orto".
Robi era armato fino ai denti: lo sten a tracolla, la pistola al fianco e un paio di bombe a mano nelle profonde tasche del panciotto.
Andrea, il primogenito di Giuseppe, sgranò gli occhi impressionato, mentre Agnese - la mamma - si premurò di andare in cucina a buttare altra pasta nell'acqua bollente: ce ne sarebbe stata anche per il nuovo convitato.
"Accomodati" proseguì Giuseppe, indicandogli una delle sedie in paglia che stavano attorno al
tavolo. Robi posò il mitra e ringraziò.
Nessuno gli chiese cosa faceva da quelle parti.
Senza attendere la risposta del padre, Paola sgattaiolò furtiva; prese con sé il piccolo canestro per la raccolta delle ciliege ed entrò nella la stalla dov'era nascosto il fratello Giacomo, disteso nella greppia sotto mezzo metro di erba appena falciata.
"Non muoverti, mi raccomando! Corro ad avvertire Robi", gli sussurrò.
Quindi uscì, non vista, e raggiunse il prato dietro la cascina.
La mamma osservò senza capire, ma sentì crescere dentro una grande agitazione.
Domenico, con voce ferma, replicò al capo dei fascisti: "In casa mia non c'è nessun partigiano; perquisite pure se volete, ma fate in fretta, perché da noi, in campagna, non usa perdere tempo".
Ci fu un attimo di esitazione: gli sgherri fissarono il capo, come ad attendere ordini. Poi la ricetrasmittente di quest'ultimo gracchiò:
"Va bene, ci vediamo al posto convenuto", rispose all'apparecchio. Subito dopo, la squadraccia se ne andò di corsa, lasciando la macchina nel cortile della cascina.
"Come ti chiami?" domandò Agnese, intenerita da quel ragazzone lontano dalla sua famiglia e in costante pericolo: "Mi chiamo Roberto; vengo dalla Liguria".
Giuseppe si premurò di avvertirlo: "Devi stare con gli occhi bene aperti; temo che ci siano persone troppo curiose da queste parti".
In effetti, il timore delle spie rendeva tutti molto diffidenti. La popolazione della valle e delle campagne, per la stragrande maggioranza a favore della resistenza, aveva individuato ben presto i delatori più pericolosi, e se ne guardava come dalla peste.
Una sera di maggio, Giuseppe aveva notato con sorpresa e sospetto il fitto colloquio d'una contadina – la chiameremo Santa (***), in omaggio a Cesare Pavese - con un gerarca fascista di passaggio. Quasi tutti gli abitanti della frazione cercavano di schivare i fascisti; se proprio erano costretti a rivolger loro la parola, lo facevano a denti stretti, inventando quanto prima una scusa per affrancarsi dalla sgradita compagnia.
Perciò, il comportamento di quella donna, larga di corpo e di bocca, lo indusse a pensar male.
Ma lui aveva ben altro da fare che star dietro ai pettegolezzi: infatti, occorreva sfruttare le prime calde giornate di sole per la fienagione. Inoltre, verso la metà di giugno, il paziente lavoro dei bachi da seta sarebbe giunto al termine: migliaia di bozzoli dorati pendevano già dai cespugli secchi di
erica, utilizzati come sostegno.
Il “tesoro” di Giuseppe era custodito in uno stanzone, al primo piano di un casotto che sorgeva di fronte al cascinale della Società; una ripida scaletta in legno permetteva di accedervi passando dal cortile. Si avvicinava il momento di raccogliere la messe tanto attesa: occorreva prelevare i bozzoli
e portarli alla filanda del paese, dove il prezioso filo sarebbe stato svolto cura.
In quegli anni, per molte famiglie contadine il baco da seta era una risorsa indispensabile e una discreta fonte di reddito.
Robi, a corto di cibo da ventiquattro ore, mangiava avidamente.
Giuseppe, però, non era tranquillo: pochi minuti prima, Santa era passata in bicicletta sulla piazza della chiesa, cinquanta metri più in là della loro tavolata.
"Cosa tenete lì dentro?", chiese Robi spinto dalla curiosità, dopo aver osservato Andrea sparire dentro il casotto per qualche minuto.
"I bachi da seta", rispose Giuseppe; "quando hai finito di mangiare, puoi andare a vedere: è uno spettacolo...".
Poi, alzò gli occhi dal piatto e smise di conversare.
Infatti, sulla piazza della chiesa erano comparsi due giovani sconosciuti. Erano vestiti in borghese, con pantaloni e camicia logori; non sembravano armati.
Frattanto, Robi salì nel casotto: per lui, ragazzo di città, la fioritura dei bozzoli era un evento mai visto prima. Lo sten rimase là, appoggiato alla sedia...
Dopo qualche esitazione, i due giovani si avviarono verso la Società.
Si avvicinarono porgendo un saluto, all'apparenza molto cordiali. Ma Giuseppe masticò amaro: non poteva essere una coincidenza! Una visita di due sconosciuti proprio mentre quel partigiano era lì, a tavola con la sua famiglia!
Robi era nato in Friuli, dove aveva trascorso gli anni dell'infanzia; in seguito, il padre si era trasferito in Liguria per lavoro, portando con sé la famiglia.
L'amore per la libertà, lo aveva respirato fin da bambino. Il papà, come tanti altri, era stato costretto a prendere la tessera del fascio per evitare il licenziamento; ciononostante, aveva educato i figli al rifiuto della violenza e della sopraffazione.
Da studente, Robi aveva mostrato più volte un'acuta insofferenza per la propaganda fascista: benché fosse un grande sportivo - aveva imparato a sciare da bambino, sulle nevi delle Dolomiti - non volle mai partecipare agli agoni organizzati dal regime.
Quando venne l'8 settembre del 1943, con l'armistizio e la disfatta, aveva appena compiuto diciott'anni; per lui - come per tutti i suoi coetanei - non c'erano molte opzioni: l'arruolamento forzato nell'esercito della Repubblica Sociale oppure la clandestinità. Infatti, il bando di chiamata
alle armi diffuso dal Maresciallo Graziani, non ammetteva deroghe e minacciava pesanti ritorsioni sulle famiglie dei renitenti.
Ma Robi non ebbe alcun dubbio; così, dopo un breve colloquio con il padre, prese la decisione di salire in montagna per aggregarsi alle bande partigiane. La mamma lo salutò con le lacrime agli occhi, ma non ebbe la forza di dissuaderlo; la sorella lo abbracciò forte, e gli promise che un giorno
lo avrebbe raggiunto.
La sua meta era la Valle Pesio, che conosceva bene per avervi trascorso più volte le vacanze estive.
A Chiusa Pesio, il capoluogo della vallata, contava molti giovani amici: quelli della sua età lo consideravano un compaesano d'acquisto e lo chiamavano affettuosamente “muleta”, per via delle sue origini friulane. Insieme, avevano fatto innumerevoli escursioni su per i boschi e le montagne: così, percorrendo in lungo e in largo la fitta rete dei sentieri, aveva conosciuto a fondo gli angoli più reconditi della valle.
Riempito lo zaino con qualche indumento, Robi raggiunse la stazione di Savona e saltò sul primo treno per Torino: non volle nessuno ad accompagnarlo, e lui stesso non si voltò indietro fin quando il convoglio si trovò ben fuori della città.
Arrivò in serata a Mondovi'; sceso dal treno, abbandonò in fretta la stazione per sfuggire alle ronde fasciste. Una volta fuori dell'abitato, lungo la strada per Villanova, il dolce sole di settembre stava
tramontando. Le case dello storico altopiano di Piazza erano già immerse nell'ombra; soltanto le cime più alte della Valle Ellero brillavano ancora di caldi colori, illuminate dagli ultimi raggi.
Per un attimo lo colse la nostalgia, e fu sul punto di tornare indietro e riprendere la strada di casa; poi, s'incamminò senza esitazioni lungo la rotabile. Ebbe la fortuna d'incontrare un commerciante di legname, che lo fece salire sul suo carro trainato da un cavallo.
Raggiunsero Roccaforte - l'ultimo piccolo centro prima di Chiusa Pesio - che era quasi buio.
Robi conosceva bene il territorio; perciò, non gli fu difficile scavalcare i boschi, marciando furtivo lungo piste e sentieri a lui ben noti. Non si preoccupò della notte imminente: i suoi occhi si abituarono via via all'oscurità crescente, e in meno di un'ora raggiunse il crinale che delimita la
Valle del Pesio, proprio in vista dell'abitato di Chiusa.
Fu contento come un bambino, quando vide le luci del paese sparse attorno al campanile della chiesa parrocchiale.
A notte fonda, raggiunse l'osteria del padre di un suo conoscente; protetto dall'oscurità, sbirciò dalla finestra per accertarsi di non fare brutti incontri. Ma intorno agli scarni tavoli non c'erano che pochi avventori del posto: la gente non usciva di sera, perché vigeva il coprifuoco e le strade del paese erano spesso pattugliate da milizie fasciste.
Allora, si decise a entrare per rifocillarsi.
I presenti lo riconobbero e lo accolsero con amicizia; non tardarono a capire che anche lui, come tanti giovani della valle, cercava di sfuggire al reclutamento della Repubblica di Salò.
Trovato alloggio in paese, non dovette attendere molto prima che arrivasse per lui l'occasione di unirsi ai combattenti per la resistenza.
Infatti, di lì a pochi giorni, giunse a Chiusa Pesio un giovane tenente degli alpini, appena sceso dalla Francia con la sua compagnia: pur di non cadere in mano fascista, aveva preso anche lui la strada della montagna.
Si conobbero e fecero amicizia; quindi, raggiunsero insieme la Certosa di Pesio, dove un primo nucleo di banda partigiana era già all'opera.
In quel periodo, peraltro, l'attività dei partigiani si limitava a qualche incursione di sabotaggio; tuttavia, Robi rivelò ben presto il suo ardimento, impressionando i compagni con il suo sprezzo del pericolo e destando qualche preoccupazione persino nel comandante.
Trascorsi pochi mesi, fu ingaggiato per alcune delle operazioni più delicate, fra le quali il reclutamento di volontari da inserire nel gruppo dei resistenti.
Nel corso della sua prima missione, scese a Chiusa Pesio per incontrare Tommaso, un impavido diciassettenne che non vedeva l'ora di arruolarsi.
Tommaso viveva nella frazione Combe, che Robi raggiunse in bicicletta. Sul momento non riuscì a orientarsi: infatti, le case della frazione sono disseminate nella campagna, e non formano un vero e proprio nucleo abitato. Perciò, si rassegnò a chiedere informazioni a un contadino, impegnato con
l'erpice nel prato accanto alla strada.
Giuseppe, un uomo sulla quarantina con il fisico asciutto e lo sguardo penetrante, squadrò per bene il ragazzo e comprese che si trattava di un partigiano ancora inesperto. Gli diede qualche sommaria indicazione; poi, nell'accomiatarsi gli fece una raccomandazione: "La prossima volta sii più prudente; io avrei potuto essere una spia dei fascisti!".
Sul far della sera, Roby raggiunse il luogo dell'appuntamento, seguendo un lungo filare di gelsi che costeggiava il corso d'una profonda bealera(****).
Tommaso vi arrivò trafelato, spingendo con vigore la sua bicicletta cigolante.
Con un abile stratagemma, aveva rubato una pistola in un'armeria di Cuneo: con quell'arma si presentò a Robi, per dimostrare di non essere un imbranato.
Attesero insieme l'imbrunire, poi presero la strada per Chiusa Pesio. Il sole era appena tramontato dietro i monti della lontana Valle Gesso, lasciando nel cielo stupendi riflessi dorati.
Per prudenza, bisognava muoversi con l'oscurità, perché durante il giorno s'incontravano i posti di blocco dei fascisti; di notte, invece, i militi si ritiravano nelle caserme, per timore delle incursioni organizzate dai ribelli.
Risalirono con fatica la strada per l'alta valle, e quando furono a San Bartolomeo - l'ultima frazione di Chiusa prima delle montagne - era quasi mezzanotte. Dopo l'erta rampa in centro del paese, entrambi soffiavano come mantici; perciò, scesero dalla bicicletta e proseguirono a piedi.
A un certo punto Robi si fermò: "Qui sopra c'è una delle nostre sentinelle", disse indicando il bosco; "devo segnalare la nostra presenza altrimenti ci sparano addosso".
Fischiò tre volte, cambiando leggermente la tonalità; gli risposero, con un sibilo identico.
Allora, ripresero la marcia verso la Certosa sotto un cielo pieno di stelle; nell'oscurità più fitta si vedeva a malapena la strada, circondata da prati e boschi scuri da far paura.
Raggiunta la Certosa, nascosero le biciclette in un fienile e proseguirono a piedi. Di lì in avanti si entrava nel regno della banda partigiana: c'erano sentinelle a ogni svolta della strada, e Robi dovette ripetere più volte il segnale che fungeva da parola d'ordine.
La bicicletta di Tommaso restò nel fienile fin dopo la guerra; tornò a prenderla il papà, quando finalmente si poteva andare a Certosa non per combattere, ma in pellegrinaggio.
Nei mesi seguenti, Tommaso seguì Robi come un'ombra, imparando in fretta i segreti della guerriglia. S'inerpicarono di frequente fino alla radura di Pian del Creuse, dove gli aerei alleati paracadutavano armi e viveri, e calarono più volte a San Bartolomeo, per mitragliare incaute pattuglie fasciste cadute in trappola.
Nell'aprile del '44 la banda della Valle Pesio visse il suo momento più difficile e tragico: infatti, tedeschi e fascisti avevano lanciato un massiccio rastrellamento per annientare la guerriglia.
Le truppe e i carri armati tedeschi risalirono la valle, e in mezzo alle fitte abetaie fra la Certosa e il Pian delle Gorre, si combatté l'epica battaglia di Pasqua.
I partigiani resistettero eroicamente, ma la superiorità numerica degli attaccanti era schiacciante.
Mentre nel fondovalle si lottava aspramente, una colonna fascista tentò l'accerchiamento: risalita la Valle Vermenagna discese in Valle Pesio attraverso i pascoli del Vaccarile. Quando le vedette
partigiane ne segnalarono la presenza, i fascisti erano ormai a meno d'un ora dal Pian delle Gorre; perciò, vista l'impossibilità di reggere oltre, il capitano Piero Cosa, comandante della squadra,
ordinò la ritirata verso Sud. Così, i reduci della banda valicarono il massiccio montuoso del Marguareis e discesero nell'alta Valle del Tanaro.
Robi e Tommaso erano in forza al gruppo che doveva raggiungere Carnino, un piccolo villaggio ai confini con la Liguria; ma, appena in vista del paese, furono attaccati dai tedeschi avvertiti dalla soffiata di una spia.
Ritornarono precipitosamente sui loro passi; Tommaso, trovatosi in posizione scoperta, fu colpito da una raffica. Morì fra le braccia di Robi, che ne raccolse l'ultimo, disperato lamento. Di fronte al corpo senza vita dell'amico, Robi scoppiò in lacrime, convinto d'esser lui il responsabile della
tragedia: "É colpa mia; non avrei mai dovuto trascinarti in questa avventura!", continuava a ripetere in preda allo sconforto, finché i compagni non lo trascinarono via.
I superstiti, con una marcia estenuante, risalirono il versante sud del Marguareis, perseguitati dal freddo e dalla neve. Attraversarono la desolata conca delle Carsene e guadagnarono il costone della Collapiana, che segna il confine tra la Valle del Pesio e quella del Vermenagna.
Finalmente, al termine di una sfibrante traversata, scesero in Valle Colla verso l'abitato di Boves, e laggiù il gruppo si disperse.
Due mesi dopo - erano i primi di giugno del '44 -, Robi tornò in Valle Pesio e raggiunse un gruppo di veterani della sua banda: insieme stavano cercando di riannodare le fila, spezzate dalla sanguinosa battaglia di Pasqua.
Lavoravano in segreto per la ricomposizione della diaspora, e ricevevano spesso richieste di arruolamento; tuttavia, occorreva stare con gli occhi bene aperti, per evitare che s'infiltrassero spie o militi fascisti.
Proprio in quei giorni, un informatore di Chiusa Pesio aveva segnalato in paese la presenza di due forestieri, che si dicevano partigiani sbandati: intendevano raggiungere Pian delle Gorre per unirsi a quelli della Valle Pesio.
Il tenente degli alpini, che aveva iniziato con Robi l'avventura della resistenza, era diventato nel frattempo uno dei capi della banda: fu lui a mandare in paese l'amico più fidato, per verificare
l'identità e le reali intenzioni dei due forestieri.
Evitati con facilità i numerosi posti di blocco, Robi raggiunse la frazione Combe, che già conosceva, e trovò da dormire in un vecchio fienile abbandonato.
Il giorno dopo, si appostò in un fitto bosco di castagni, sovrastato dall'inquietante sagoma di un'antica torre saracena. Dal suo nascondiglio poteva comunicare via radio con i compagni, che avevano sistemato l'antenna per le trasmissioni in cima alla collina di Madonna d'Ardua, a poche centinaia di metri dalla Certosa. Da quella posizione, aperta verso la pianura, il segnale
elettromagnetico non incontrava ostacoli.
Rintanato fra gli alberi, trascorse la giornata in attesa di ordini.
Appena oltre il bosco, si stendevano i prati della cascina di Domenico; la sera - come sempre durante l'estate - il pascolo a ridosso della cascina fu invaso dalle mucche, e il cane da pastore non tardò a fiutare la presenza dell'estraneo. I suoi latrati insistenti richiamarono l'attenzione di Paola e
di Giacomo - i due figli più grandi di Domenico -, che avevano l'incarico di badare all'armento.
Incuriositi, seguirono il cane e s'inoltrarono nel bosco, fino a trovarsi davanti il partigiano col mitra spianato. Ma Robi comprese subito che da loro non avrebbe avuto nulla da temere; anzi, fraternizzarono, e stettero a chiacchierare per ore, seduti sull'erba nella luce calda del tramonto.
Paola, ventitré anni di età, era maestra elementare e insegnava nella minuscola scuola della frazione. Il fratello Giacomo, gran lavoratore, aveva già avuto violenti alterchi con i fascisti; renitente alla leva doveva continuamente nascondersi, per evitare l'arresto.
Entrambi non fecero parola del loro incontro con nessuno, nemmeno con il genitori.
"Cercate qualcuno?", domandò Giuseppe con voce alterata, mentre una smorfia di tensione si disegnava sul suo volto.
"Veniamo dalla Valle Maira", rispose il più anziano dei due, un ragazzo sui trent'anni con una rada barbetta; "abbiamo combattuto con i partigiani, ma siamo costretti a scappare perché una spia ci ha traditi".
"C'è un partigiano con voi, vero?", intervenne l'altro, dopo aver osservato con interesse il mitra; "Anche noi usavamo lo sten...", e intanto fece per avvicinarsi all'arma.
Ma Giuseppe lo bloccò, piantandosi ben fermo davanti a lui.
"L'artiglieria, per favore, voi non la toccate; io non so con certezza chi siete".
"Per carità...", replicò il giovane; "volevo solo controllare se era lo stesso modello nostro!".
In quell'istante, Robi uscì dallo stanzone dei bachi da seta e apparve in cima alla scaletta di legno.
Fulmineo, afferrò la rivoltella e la puntò sul ragazzo vicino allo sten: "Levati di torno! Arretra subito, altrimenti ti metto una pallottola in testa!", gridò con tono perentorio.
"Stai calmo, siamo amici; siamo partigiani come te!".
"Questo lo vedremo dopo; per il momento allontanatevi dal tavolo e mettetevi contro il muro con le mani bene in alto!".
Intanto, nel cortile della cascina era calato un silenzio carico di tensione.
Agnese stava immobile sull'uscio della cucina, mentre Giuseppe continuava a tenere d'occhio l'arma senza arretrare di un millimetro. Il più spaventato di tutti era il piccolo Andrea: seduto al tavolo tremava di paura, mentre il suo sguardo rimbalzava dal partigiano ai due sconosciuti.
Molto lentamente, i due giovani ubbidirono all'ordine; Robi discese la scala di corsa e si riprese il mitra. Li spinse avanti con la canna dello sten, imponendo loro di tenere le mani bene alzate.
"Attento, Roberto! Guarda un po' cos'ha in tasca questo qui...", s'intromise Giuseppe, che aveva scorto l'antenna di una trasmittente spuntare dalla camicia del barbuto. Nel contempo s'avvicinò, e con un rapido gesto sfilò al giovane l'apparecchio.
Robi lo ringraziò e prese in consegna la radio: era spenta, e sarebbe stato impossibile risalire alla frequenza utilizzata. Pregò Giuseppe di completare la perquisizione, verificando che non avevano armi: "Adesso venite con me; mi spiegherete da dove arriva l'apparecchio, quindi controllerò la vostra identità. Andiamo a discutere da un'altra parte e lasciamo in pace questa gente!".
Presero una stretta strada carraia, che scendeva verso il torrente Pesio in mezzo alla fitta macchia di gaggie. Fatte poche centinaia di metri, transitarono sotto il bosco dov'era il nascondiglio di Robi; a quel punto, lui li costrinse a inerpicarsi per una ripida traccia di sentiero e li fece sedere ai piedi di un albero, tenendoli costantemente sotto tiro.
Nel frattempo, Paola aveva agganciato il canestro al ramo di un amareno, e fingeva di raccogliere ciliege. Sgomenta, vide i fascisti passare di corsa, diretti verso la torre: comprese subito quel che stava accadendo. Invasa dalla paura, per un attimo rimase immobile; poi, incurante del rischio,
s'affrettò anche lei verso il margine del bosco.
A pochi passi dagli alberi, prese a urlare a squarciagola: "Scappa, Robi, scappa! É una trappola!".
"Ma... cosa fa quella stronza?", sbraitò uno della squadraccia quando si ridestò dalla sorpresa; "Ora la sistemo io!".
"Lascia stare; non è lei che ci interessa!", replicò il capo.
All'udire la disperata invocazione di Paola, Robi si buttò a terra, mantenendo i due giovani sotto tiro: "Ah, è così! Voi eravate l'esca per me; ma di qui non ve ne andrete vivi!", sibilò con rabbia.
Intanto, i quattro fascisti spuntarono in cima al pendio e presero posizione dietro i grandi tronchi di castagno: "Getta le armi e vieni fuori con le mani alzate!", intimarono.
"Lo farò soltanto dopo aver ammazzato i vostri due compari!", rispose Robi sprezzante.
Dalla sommità del bosco venne un brusio concitato; poi, uno dei quattro corse dietro Paola che cercava di allontanarsi e l'afferrò, stringendole come una morsa un braccio intorno al collo.
"Non sarai così vigliacco da condannare a morte la fanciulla..", proseguì ironico il capo.
"Lasciate subito la ragazza, altrimenti non esiterò a sparare su queste due spie!"
"Allora, la vuoi proprio vedere morta!", insistette il brigadiere, accostando la rivoltella alla tempia di Paola. Robi, strisciando per qualche metro al riparo degli alberi, riuscì a vedere la scena e fu colpito dal volto terreo di lei: "Bastardi, lasciatela andare! Non salverete così i vostri compagni!".
"Lasciarla andare? Fossi matto, è la nostra moneta di scambio! Se provi a sparare morirà lei e morirai anche tu. Se consegni le armi ti assicuro che sarà libera".
D'un tratto si levarono le grida e il pianto di Felicita, che aveva raggiunto la torre insieme al marito e guardava con angoscia la figlia minacciata di morte.
Fece per buttarsi contro l'energumeno che stringeva brutalmente Paola; a stento il marito la trattenne. Visto come andavano le cose, il brigadiere si rivolse a Domenico: "Cercate di convincere voi quello la sotto: se si arrende, vostra figlia sarà libera".
"Di voi non mi fido certamente!", rispose Domenico; "A me interessa solo l'incolumità di mia figlia: lei non ha fatto niente, lasciatela andare!".
"Eh no, questo non è possibile; abbiamo due commilitoni laggiù, sotto il mitra di quel porco!".
Trascorso un momento di calma apparente, Felicita riprese a imprecare:
"Maledetti tutti, fascisti e partigiani, maledetti e vigliacchi! Andatevene via e lasciateci in pace!".
Ci fu una pausa di pesante silenzio, poi si udì la voce di Robi:
"Paola! Fai sapere a tua mamma che i vigliacchi non siamo noi! Adesso, io consegnerò le armi; so bene che mi ammazzeranno, ma è la mia vita per la tua!".
Gettò il mitra verso le due spie, e in un baleno tutto il gruppo gli fu addosso, massacrandolo di botte. Lottò disperatamente, cercando di scansare le percosse, fin quando cadde contorcendosi e gemendo per il dolore.
Allora lo trascinarono sul prato, dove perse i sensi.
Tacquero tutti: erano crucciati persino i suoi aguzzini, perché in base agli ordini ricevuti dovevano portarlo vivo al comando di Chiusa Pesio.
Si udiva solo il respiro affannoso del povero corpo martoriato.
Infine, Domenico non ce la fece più a tollerare quello scempio e sbottò:
"Basta ora! Non è una bestia, non potete massacrarlo così!".
Poi, s'inginocchiò accanto al corpo e asciugò il volto che grondava sangue.
Dopo qualche minuto, Robi riprese conoscenza e a stento si mise a sedere: teneva gli occhi aperti a fatica, perché il sole alto lo colpiva diritto in volto. Ma nel suo sguardo non c'era terrore: sembrava guardare lontano, incurante di quello che gli stava accadendo. Forse gli tornarono in mente i ricordi dell'infanzia, quand'era in vacanza con la mamma: lei lo teneva per mano, mentre camminavano senza fretta tra gli immensi prati del Passo Pordoi. Forse, percepì ancora la carezza del sole mattutino che gli scaldava il viso, e il profumo degli innumerevoli fiori di ogni forma e colore.
Ma i fascisti non persero tempo: gli legarono le mani e gli passarono una corda intorno al collo.
Così conciato, lo trascinarono sulla macchina, che ripartì con i quattro della squadra.
Gli altri due tornarono in paese con una moto, che avevano nascosto nel cortile di Santa.
Dopo un processo farsa e un inutile tentativo di estorcergli informazioni, Robi fu portato davanti al muro di cinta del cimitero di Chiusa Pesio: lo attendeva la fucilazione.
L'efferata messinscena per i condannati a morte, prevedeva che dessero la schiena al plotone d'esecuzione; Robi chiese di poterli guardare negli occhi mentre gli sparavano, ma ricevette uno sprezzante rifiuto.
Tuttavia, dopo la prima raffica che gli trapassava le membra, ebbe ancora la forza di voltarsi: voleva urlare qualcosa all'indirizzo dei carnefici, ma la sua voce non uscì più dalla bocca, che s'inchiodò, spalancata in una smorfia atroce.
Terminata l'esecuzione, lasciarono il più giovane della squadra a occuparsi del cadavere.
L'improvvisato becchino, in preda a una grande agitazione, lo trascinò sul tavolaccio di zinco della camera mortuaria.
Allora, la misteriosa energia residua, presente ancora subito dopo la morte, uscì dal corpo, e le mani di Robi si chiusero di scatto, come una tenaglia.
Le dita insanguinate graffiarono la lastra di zinco, lasciandovi un segno inquietante.
Il giovane fascista cercò di pulire il tavolaccio sfregando con energia; non avendo ottenuto alcun risultato, riprovò con alcol e liscivia.
Ma quelle impronte terribili non vollero sparire.
Fortemente impressionato, coprì il cadavere con un telo, chiuse la camera mortuaria e se ne andò.
Il giorno dopo vennero i parenti a prendersi il corpo: i segni delle dita erano ancora impresse sulla lastra, e neppure il becchino ufficiale riuscì ad averne ragione.
Com'era da attendersi, i fascisti non mantennero la parola, e l'indomani si presentarono alla cascina di Domenico per arrestare Paola.
Lei stava lavorando nell'aia, in abiti dimessi. Puntigliosa come sempre replicò inviperita: "Datemi almeno il tempo di cambiarmi il vestito; non posso mica andare in paese con questi cenci!".
Paola era abituata fin da piccola a dire sempre quello che pensava: mantenne la sua abitudine fino in tarda età, tanto da sembrare talvolta brusca e pungente.
La mamma, stremata dalla tensione, riuscì solo a piangere e non aprì bocca.
"Non ci devi scappare, perciò ti accompagneremo nella tua stanza anche mentre ti cambi!", replicarono i fascisti.
Ma Domenico s'indignò, e intervenne furibondo: "Voi in casa mia non ci mettete piede!".
Stupiti dalla sua reazione, i fascisti lasciarono perdere e attesero Paola in cortile.
Una volta giunti a Chiusa Pesio, il provvidenziale intervento del Parroco permise di ottenere che Paola fosse liberata.
Pochi giorni dopo, il brigadiere che aveva arrestato Robi cadde in un'imboscata dei partigiani: arrestato insieme a un camerata, venne fucilato la sera stessa.
Santa fu prelevata da un presidio dei partigiani: l'umanità del comandante le salvò la vita, ma la raparono a zero, e per la vergogna non uscì di casa per settimane.


(*) “Le Combe”, frazione del comune di Chiusa Pesio
(**) La Società era una forma di cantina cooperativa, presso la quale gli agricoltori associati si ritrovavano a gustare qualche bicchiere di vino a prezzo modico.
(***) Personaggio femminile del romanzo “La luna e i falò” di Cesare Pavese.
(****) Stretto canale per l'irrigazione


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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