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DESERTI INSOLITI E TONY HOWARD


  Mirella Tenderini 

Verso la fine degli anni '80 venimmo a sapere che in Giordania c’erano pareti straordinarie da scalare non lontano dalla favoleggiata Petra, all’imbocco del non meno mitico deserto che attraverso il Nefud conduce in Arabia.
Proprio il deserto percorso all’inverso da Lawrence d’Arabia (vi ricordate? Aqaba! Aqaba! 
Ma quello vero perché il popolarissimo film era stato girato altrove). Circolavano pagine fotocopiate di una guidina compilata a mano da uno sconosciuto di nome Tony Howard. Partimmo.
Era il 1988 e a Wadi Rum c’era solo un recinto chiamato pomposamente “rest house” con alcuni container di plastica a forma di tenda vuoti, e un villaggetto beduino a qualche centinaia di metri di distanza.
Piantammo le nostre tende su un monticolo scosceso appena sopra la piana sabbiosa, proprio di fronte al paretone rosso giallo e viola del Gebel Rum e circondati dalle famose pareti.
Erano davvero bellisime a vedersi ma di un’arenaria friabile quale non eravamo abituati a vedere e tantomeno a scalare, il che non ci impedì di divertirci come matti per una settimana, chi sul facile (io fra quelli) e chi cimentandosi in salite e traversate di tutte le difficoltà descritte nella guidina fotocopiata e anche in altre non descritte.
Arrampicata a Wadi Rum - foto © Di Taylor

In seguito cercai di sapere qualcosa su Tony Howard; lo trovai sulle riviste inglesi e seguii la sua attività di scopritore di aree di arrampicata nei deserti del Medio Oriente.
Una dozzina d’anni dopo lessi un articolo di Tony Howard che parlava di Emilio Comici che negli anni 30 in un suo viaggio in Egitto aveva scalato una parete nel Sinai e alcune cime vergini nel deserto Orientale, la fascia montagnosa compresa tra il Nilo e il Mar Rosso.
Una montagna in particolare, il Gebel Qattar, era descritta come magnifica, salita anche dal britannico Murray che la paragonava alle più belle ascensioni su granito del Monte Bianco.
Rintracciammo le notizie su quelle scalate (sul libro stesso di Comici: facile!), ci concentrammo sul Qattar, lo localizzammo sulle carte e partimmo. Questa volta solo in due, mio marito Luciano ed io.
Il che voleva dire che avremmo reperito la montagna e la via di accesso, ma che non l’avremmo scalata. Avremmo passato le informazioni ad altri: a noi sarebbe bastata la bella avventura di arrivarci.
Luciano era generoso e rinunciava senza rimpianti ad arrampicare se si trattava di andare in giro per deserti noi due da soli.
Era già una ventina d’anni che lo facevamo, con mezzi locali o di fortuna e a piedi.
E’ un modo bellissimo di viaggiare perché permette di conoscere persone e anche di scoprire luoghi straordinari non frequentati dai turist, semplicemente perché nessuno li ha mai descritti nelle varie guide.
Inoltre, per viaggiare con mezzi propri in certi territori, come nel deserto Orientale per esempio, occorrono permessi complicati, mentre se si va con gente del posto, ai permessi ci pensa il conduttore del mezzo noleggiato – fuoristrada o cammello che sia – che spesso è in grado di fare anche da guida nel territorio circoscritto di sua conoscenza.
Il guaio a Hurgada, dove facemmo base perché era la città più vicina alla nostra montagna, era che nessuno aveva mai sentito nominare il Gebel Qattar e poiché nessuna delle persone da noi interpellate sapeva decifrare una carta, era inutile mostrarla segnando con la matita dove eravamo noi e dove volevamo andare.
Canyon a Wadi Numeira - foto © Tony Howard

Riuscimmo solo a convincere un tassista ad accompagnarci al Mons Claudianus, un’antica cava di granito usata dai romani in epoca imperiale da dove, almeno sulla carta, ci pareva che si potesse vedere dall’alto il Gebel e un possibile accesso della strada costiera.
Il tassista non c’era mai stato ma ne aveva sentito parlare e, presa la direzione che gli indicammo, si fermò a confabulare in un villaggetto minuscolo, da dove tornò accompagnato da un ragazzino sveglio che lo guidò fino a una pista dall’aspetto abbandonato ma dal fondo solido, che saliva sulla montagna.
Era l’antica strada romana, non percorsa ormai da secoli. Nel deserto di pietra dove tutto si conserva e non corre nemmeno il rischio di insabbiarsi, era ancora in un ottimo stato per un fuoristrada.
Il nostro taxi però era un macchinone Peugeot, robusto ma con ruote e trazione normali, e arrancò a fatica su per la china ripida. Comunque raggiunse un colle, lo superò, e approdò trionfalmente nel bel mezzo della cava. Una meraviglia delle meraviglie!
Un villaggio di cavatori abbandonato con una quantità di enormi massi di granito rosa tagliati e in parte già squadrati: steli, obelischi e sarcofaghi incompiuti, il tutto abbandonato da quasi due millenni.
Non ci fece più meraviglia che la strada che avevamo percorso fosse così larga e costruita in modo da avere una pendenza regolare. Trasportare fino a valle quei manufatti giganteschi, con carri o, più probabilmente con slitte trainate e frenate da corde, richiedeva una strada capolavoro.
Ci regalammo una bella visita a quel sito archeologico evidentemente non frequentato e poi, dopo aver lasciato dell’acqua per gli uccelli assetati (su richiesta dell’autista) tornammo al colle per cercare di localizzare la nostra cima. Tutt’intorno montagne, montagne, montagne, di granito e di scisti, luccicanti e nude sopra le valli nude di quell’immenso deserto arido e affascinante.
Impossibile però, anche con l’aiuto della carta e della bussola, identificare il Qattar.
Il nostro bravo autista, però, al quale avevamo spiegato cos’era quella cava – con il nostro scarso arabo, il suo scarsissimo inglese e molta mimica – e al quale avevamo detto che c’era un’altra cava romana, più vicina alla montagna che cercavamo, ci promise di trovare qualcuno che sapesse dov’era, e dopo un paio di giorni ci presentò trionfante un anziano beduino che sembrava re Salomone e che nel gergo anglo-arabo-mimico ormai collaudato ci disse che non solo conosceva la strada per il Mons Porfiritis, ma che da lì avrebbe potuto condurci fino all’imbocco della valle che porta al Gebel Qattar.
Questa volta il tassista non volle infliggere un’altro supplizio alla sua macchina, strumento del suo lavoro quotidiano, e ci procurò un fuori strada con autista.
Il Mons Porfiritis era più grande del Claudianus e aveva l’aria di avere ospitato un vero e proprio villaggio con abitazioni per intere famiglie. Lì si cavava porfido: il porfido grigio della Roma di Traiano e lo splendido porfido rosso di palazzi imperiali smantellati e usati come cave, nel corso dei secoli, per costruire nuovi palazzi o tagliare le pietre in sampietrini per le grandi piazze rinascimentali.
Da lì proseguimmo, con la nostra guida, lungo il corso di wadi – antichi fiumi prosciugati da millenni – in un paesaggio sempre diverso, fino all’imbocco di un valloncello stretto in fondo al quale si intravedeva la massa imponente di una montagna più grande delle altre.
“Qattar!” ci disse la guida. Scendemmo e ci inoltrammo nel stretta valle, ma poi giudicammo più utile salire su una montagna facile proprio di fronte. Perdemmo un po’ di tempo a giocare agli esploratori, prendendo appunti e facendo fotografie, felici come pasque.
Tornati a casa passammo tutte le informazioni a nostro genero Fabio Lenti, bravissimo alpinista, che un paio di mesi dopo andò al Qattar con due compagni, Marco Morganti e Luciano Segatel.
Bivaccarono a un colle di 400 metri e non scalarono il presunto Qattar che anziché di splendido granito sembrava costituito da rocce piuttosto instabili, ma la montagna più alta del gruppo, apparentemente mai scalata prima (1410 metri, 9 tiri dal 3° al 6° grado) che battezzarono Gebel es-Salam, la Montagna della Pace.
C’era con loro Silvia, nostra figlia, con i due bambini di 7 e 10 anni. Si fermarono al Mons Porfiritis a giocare agli archeologi, divertendosi un mondo. Silvia, che è archeologa sul serio, trovò un tempio con le colonne intatte ma coricate che in seguito, facendo ricerche d’archivio, trovò descritto in documenti ottocenteschi. Poi rientrarono a Hurgada con la guida, che il giorno dopo tornò a prendere i tre alpinisti soddisfatti.
Khorma Bridge a sud di Petra - foto © Tony Howard

Questa lunga premessa è per presentarvi Tony Howard, che in quei deserti opera da più di vent’anni ormai, con un gruppo di amici appassionati (battezzato NOMADS: New Opportunities for Mountaineering, Adventure & Desert Sports).
La sua “First climbing Expedition to Wadi Rum”, con Di Taylor, Alan Backer e Mich Shaw risale al 1984.
Per andare ad arrampicare in Giordania e rimanerci abbastanza a lungo da potere compiere una vera e propria esplorazione e compilare la famosa guida (che in seguito venne pubblicata) aveva chiesto il permesso alle autorità giordane, convincendole che la sua opera avrebbe attratto numerosi visitatori, a beneficio del paese che stava proprio allora aprendosi al turismo e in particolare per gli abitanti del villaggio.
In effetti Wadi Rum venne presa d’assalto e lo è ancora, non solo da alpinisti di tutto il mondo (i fratelli Remy negli anni 90 tracciarono vie audacissime) ma ahimè anche da turisti incolonnati in pullman gestiti da compagnie presumibilmente non giordane che per giunta ottennero che venissero estromessi ufficialmente gli abitanti del villaggio da qualsiasi contatto con i loro clienti.
Significava privarli del ricavato dei piccoli commerci ai quali erano abituati e lasciare completamente senza lavoro le bravissime guide che avevano accompagnato Tony nelle sue ricognizioni e nelle prime salite. La “Rest House” si trasformò in una specie di albergo e il negozietto del villaggio venne praticamente chiuso.
Tony si battè incessantemente contro questa invasione (non tanto dei turisti quanto delle agenzie) con petizioni e raccolte di firme. Non so quanto abbia ottenuto.
Io a Wadi Rum non ci sono più stata né mai più ci andrò. Sono un’abitudinaria e torno spesso nei luoghi che più mi sono piaciuti e dove c’è qualcuno che conosco, ma ho paura che mi rattristerebbe vedere Wadi Rum troppo cambiata.
Voglio tornare invece a Tony.
Ma che dire di Tony? Ci vorrebbe un libro. Ha avuto una vita così avventurosa... A diciotto anni aveva abbandonato la scuola per imbarcarsi su una baleniera che faceva rotta per l’Antartide. «È una cosa che detta adesso fa inorridire gli ecologisti», dice, e preferisce citare due traversate nella Groenlandia orientale, o gli oltre mille chilometri in canoa dalla costa nord-ovest del Canada fino allo Yukon e all’Alaska sulla via dei cercatori d’oro.
Ha arrampicato in Gran Bretagna e sulle Alpi e ha lavorato alla Troll, la più nota casa britannica di attrezzatura sportiva, alla realizzazione, tra altri vari aggeggi, della famosa imbragatura Whillans, che lo stesso Don Whillans aveva commissionato «per stare comodo» prima di partire in spedizione per l’Annapurna.
In seguito aveva disegnato un nuovo modello di imbragatura del quale è molto fiero e che è il capostipite, con variazioni minime, di tutte le attuali imbragature.
Ma negli ultimi vent’anni la sua attività principale si è svolta nei deserti del Medio Oriente e dell’Egitto.
Egitto, deserto Orientale - foto © Tony Howard

Esplorando, arrampicando, scrivendo guide. E non solo di arrampicata. È sua una guida di trekking in Palestina (Cicerone Press) non ancora tradotta in Italia. Il suo sogno, fin dai primi tempi è sempre stato quello di promuovere in quei paesi un turismo sostenibile, i cui profitti andassero alla popolazione dei luoghi visitati, e non è certo colpa sua se poi quegli stessi luoghi sono stati invasi da un turismo aggressivo di massa.
Sulla costa egiziana del Mar Rosso (come del resto su quella del Sinai e sulla fettina morta di costa giordana) il turismo di massa è arrivato ben prima di lui cementificando centinaia di chilometri di spiaggia e distruggendo flora e fauna marina lungo tutto il litorale.
All’interno, le innumerevoli montagne senza un filo d’erba né d’acqua sono troppo inospitali per correre il pericolo di essere rovinate. Più a sud, in una zona non ancora rovinata perché militarizzata, verso Berenice e il Sudan, ci sono pareti impressionanti non lontano dalla costa - altissime e strapiombanti – che hanno attirato Tony e i suoi amici.
Proprio nel corso di uno dei loro viaggi in quei luoghi, nel 2001, vennero arrestati dalla polizia egiziana, trasferiti al Cairo e trattenuti per un tempo abbastanza lungo da suscitare vive inquietudini.
Loro non lo sapevano, ma la guida che aveva già procurato loro mezzi e visti per un viaggio precedente e che anche questa volta si era incaricato di tutta l’organizzazone, non avendo ottenuto i visti in tempo e non volendo perdere il lavoro, aveva fabbricato dei visti falsi che erano erano passati per buoni in diversi controlli ma erano stati scoperti falsi sul più bello del viaggio.
Alla fine l’equivoco fu chiarito e Tony e i suoi compagni vennero rilasciati, ma non fu un’avventura piacevole.
In questi ultimi anni, Tony Howard e Di Taylor si stanno occupando del Sentiero di Abramo.
La Abraham Path Initiative (API) promossa dalla Harvard Law School di Cambridge, Massachussetts, sta creando più che un sentiero una vera rete di percorsi che toccano i luoghi nei quali è presumibilmente transitato Abramo nel suo lungo viaggio dall’occidente.
Essi comprendono città dell’antica Via della Seta come Sanliurfa e Harran nella Turchia sud-orientale, i centri islamici di Aleppo e Damasco in Siria, naturalmente Gerusalemme, l’oasi di Beersheva nel deserto del Negev e Hebron (Hal Khalil per i musulmani) dove Abramo è sepolto.
Naturalmente Abramo non poteva avere visto tutti quei luoghi, né altri in Iran, Iraq ed Egitto che verranno inclusi nel Sentiero, che ha un significato sopratutto simbolico e l’intento di avvicinare allo stesso progetto, e sul terreno, ebrei e musulmani – e anche cristiani.
L’Abramo della Bibbia è lo stesso Ibrahim del Corano capostipite della stirpe araba, grande profeta dell’Islam.
Alcuni tratti del Sentiero sono già percorribili e percorsi. Si tratta della prima parte, che partendo dalla Turchia attraversa la Siria e arriva in Gordania.
In Palestina purtroppo il sentiero è interrotto dal famigerato muro, ma questa iniziativa nasce proprio per abolirlo, il muro, e con lui tutti gli ostacoli che separano popoli che potrebbero essere fratelli se non fossero sobillati da chi ha interesse a tenerli nemici.
Un’iniziativa degna del supporto di Tony.
Per una buona parte del percorso è stata utilizzata la sua già citata guida sul trekking in Palestina, ma quello che lui spera è che si possano valicare le frontiere e che appassionati di tutto il mondo possano marciare lungo un cammino di pace.


Per maggiori informazioni:
sito di Tony Howard:
www.nomadstravel.co.uk
sito Abraham Path:
www.abrahampath.org


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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