Home Alpinia.net
  Home Aziende
  Home Editoria
  Periodici in Edicola
  Recensioni Libri
  I racconti di Alpinia
  Presentazioni Libri
  Incontri con Autori
  Librerie di Montagna
Notizie e Curiosità
dal Mondo
della Montagna
 Metti tra i Preferiti 
 Segnala ad un amico 
 Scrivici 
 Contatti 

 

 

 

 


MONTAGNA : ELEZIONE


  Spiro Dalla Porta Xidias 

”... Se il Tricorno è nelle Alpi Giulie il monte più alto e leggendario, la Skrlatica il più selvaggio, il più ardito, il Mangart il più pittoresco, il Monte Solcato il più aristocratico, il Jof Fuart il più radioso, il Canin il più strano e ricco di tinte, il Montasio è il più grande e possente. Da qualunque parte lo si guardi non si troverà un lato che per via di aggruppamenti lo faccia apparire mediocre o meschino, o gli tolga alcunché della sua imponenza, come spesso avviene per altre montagne. Gli piace e gli riesce di distinguersi dalle montagne del vicinato, e dimostrasi sempre dal fondovalle alla cima con altezze relative di 1700-2200 metri. La sua cresta gigante domina sempre dall'alto. E quando appare, non si ricorre alla carta per identificarlo: è lui, non c'è dubbio, è il Montasio !”- (1)

***

”... La parola sport alpino mi ha sempre fatto un po' male. Mi sa troppo di superficiale. Non si cerchi nel monte un'impalcatura di arrampicate, si cerchi la sua anima.
Il mio non è un libro sportivo. Non è neanche una guida o una raccolta di itinerari. Esso tenta di descrivere i monti come fonte di felicità, poiché tali sono stati nella mia vita. E' un rendimento di grazia. E vorrebbe essere un Cantico dei Cantici innalzato a gloria e laude della montagna.”


***
Amore.
Noi alpinisti saliamo monti e guglie come atto d'amore che ci spinge ad esse.
Succede anche a qualcuno di prediligere una cima in confronto alle altre. Di dedicarle ogni sforzo per coronare il sogno d'ascesa, di offrirle scritti densi di intensa passione, simili a quelli dell'innamorata per l'amata. Di sacrificarle persino la vita – anche se poi romanticamente sorge il concetto che non si è trattato di sacrifico, ma di sublimazione sentimentale.-
Così Rey ha amato il Cervino, Gervasutti le Grandes Jorasses, illustrando il monte prediletto con scritti pregni di genuina poesia .
- Mentre Mallory ha dato la vita all' Everset, Mummery al Nanga Parbat, Cretier al Cervino, Zapparoli alla Est del Rosa -
Quanti alpinisti noti o sconosciuti hanno pure prediletto una montagna, anche non esternando la loro scelta !
Anche io ho avuto – ed ho tuttora – la “mia montagna”, il Campanile di Val Montanaia. E in questo sentimento, accomunato a Severino Casara e a Mauro Corona, ho trovato e compreso l'essenza dei monti.
E' la mia cima ideale, simbolo dell'elevazione, che dalla piana si slancia verso l'empireo e invita con l'ascesa delle sue pareti a cercare l' innalzamento ideale. La sua vetta ristretta rappresenta per me il ponte alato che congiunge la terra al cielo.
A quella guglia meravigliosa ho dato il meglio di me stesso come scalatore, e le ho dedicato cinque libri. E in questo le ho riservato un posto speciale in questa collana di perle sideree, in questo rosario dedicato alle vette.
Ma non del Campanile voglio parlare ora, perché anzitutto va illustrato il ricordo di un alpinista – di un poeta – che con le sue ascensioni ed i suoi scritti ha pure immortalato l'immagine di una grande montagna.

Tra tutte le catene delle Alpi, Julius Kugy ha certo prediletto le Alpi Giulie. Ed in
queste il monte che ha maggiormente colpito la sua fantasia artistica, il suo estro lirico, è stato il Montasio.
Già la presentazione che ce ne offre appare atto d'amore.
”... Dopo la stazione di Dogna, il treno esce dalla galleria ed imbocca rombando il celebre viadotto. Le quinte di roccia si aprono e un solo colpo d'occhio abbraccia i 2200 metri del lato ovest del Montasio. E' un fianco stretto, ma quanta bellezza abbagliante v'è riunita ! Abbiamo davanti a noi una costruzione dolomitica che ha la forma arditissima simile alle corna di un cervo (donde il nome) del Monte Cervino, come appare dalla parte italiana. Se il tempo è bello e il titano incoronato dalla doppia vetta s'eleva libero e altero, con riflessi d'ocra e rossicci, tra le nuvole bianche, si può dire d'aver visto il quadro più affascinante e meraviglioso delle Giulie. Tutti si precipitano al finestrino. “Cos' è ?” Ma già arrivano di volo le rocce da sud, il treno rientra fragoroso nella galleria, e il titano di Dogna è scomparso”.
Questa predilezione per il Montasio non ha solo riscontro poetico-letterario in Kugy:
egli è innanzi tutto – almeno in un primo tempo – un alpinista, ed alla montagna prediletta rivolge la sua attenzione di esploratore. Vi traccia così sei vie nuove e tre varianti.
Tra questi itinerari vanno ricordati particolarmente quello della Forca dei Disteis, giustamente giudicata una delle più dure per la sua epoca, e la diretta nord per la quale possiamo parlare addirittura di epopea.
Più d' ogni altro, il versante settentrionale lo aveva impressionato: ”...Visto da Nord dalla Saissera, il Montasio si aderge con pareti spaventose. E' una visione che soggioga, che bisogna vedere, che nessuna descrizione può ridare. Quante volte mi sono sdraiato sul praticello, davanti alla capanna Saissera, a riposare, sognare, a guardarlo come si guarda il Cervino dai pascoli del Breuil. E quale spettacolo quando lo scirocco fasciava le creste di vele nere e trasformava la montagna in un severo trono di nuvole ! Specialmente bella lo vedevo quando, dormendo nella Saissera, mi destavo ai suoi piedi. Allora nel gioco delle luci mattutine, quel colosso assumeva una grandezza di sogno.”
Proprio l'apertura di una via su quella magnifica parete settentrionale costituisce uno degli scopi maggioritari dell'alpinista Kugy. Deve compiere alcuni vani tentativi, e quando finalmente riesce ad effettuarla, non rimane soddisfatto perché l'itinerario segnato non costituisce quella “direttissima” che aveva sognato e che il suo amore per la superba montagna esigeva.
”... Ma quando sfumò la prima gioia della vittoria e quando mi misi a pesare i risultati ottenuti, non mi trovai soddisfatto. La via conduce sulla sella del Vert Montasio. Di lì bisogna passare per la via Brazzà. Non era dunque una via da nord, una via diretta.”
Questa estrema correttezza alpinistica è peculiare del nostro personaggio, ed in questo caso è pure dovuta al grande amore per il Montasio, ed al suo senso d'arte che lo spinge ad esigere un itinerario degno in tutto della bellezza di quel monte.
Il “grande colpo” gli riesce cinque anni dopo. E sarà una salita notevole che contrariamente alle sue abitudini si rivelerà anche aleatoria e rischiosa nel superamento del tratto chiamato poi “ Passo Oitzinger”, '>“una delle cose più difficili che io abbia mai fatto”.
Dopo quel passaggio sarà la corsa gioiosa verso la vetta, raggiunta verso le tre del pomeriggio. Così Juilius può finalmente concludere:” La via nord diretta era trovata, e allora finalmente fui contento !”
.

***

Ma come succede a tutti gli alpinisti che prediligono un monte particolare, questo sentimento non li allontanano dalle altre cime, anzi in un certo senso si riversa su di loro con un'intensità maggiore ed un culto particolare.
Così in Kugy l'amore per le montagne gli suggerisce pagine di autentica poesia. Molteplici sarebbero gli esempi, quasi ogni vetta raggiunta ispira quadri suggestivi e commoventi.
Vediamo prima di tutto come racconta l'apparizione del “Tetto d'Europa”, il Monte Bianco, visto dal fondo valle.
” ... Davanti a noi era apparso qualcosa che riempiva lo sfondo della vallata. Non era una nube, non erano rocce, non era ghiaccio; era tutto ciò ad un tempo: un edifico che la più sbrigliata fantasia non potrebbe inventare più possente e impressionante, una cattedrale posata su immense colonne granitiche, un altare radioso nella gloria dei cieli, una cupola celeste e luminosa”.
Vogliamo sentire come si esprime davanti allo spettacolo di cime ben diverse dal gigante occidentale ? Eccolo sulla vetta della Cridola, di fronte alle lontane Dolomiti.
”... il mio sguardo spaziava a sud su un mondo smagliante di mirabili castelli, e torri, e colonne molte delle quali superavano la mia montagna, se non in altezza, certo per l'attrattiva delle loro forme incredibilmente ardite. Sorgevano lingueggianti le “lame di spada” e i “fasci di baionette” come Murray chiama le Dolomiti con immagini felici. Un regno fantastico che chiuso dall'anello fatato dell'ignoto e del mistero, sbarrate le porte, aspettava in purità verginale il rivelatore: le Alpi Clautane.”
Né certo meno suggestive le righe che dedica ai monti di casa, il Sernio e la Creta Grauzaria.
”... Io guardo e sto in ascolto. La Creta grauzaria e il Monte Sernio levano le rocce bianche nell'azzurro del cielo. Le acque carniche scrosciano, le valli salutano verdi. Le stelle alpine sbocciano sui pendii e nell'animo mi risuonano ,ampie e solenni le campane di Paularo.”
Amore per la montagna, per i suoi uomini. Scrive un libro intero sulla guida che più di ogni altro lo aveva accompagnato nelle sue ascensioni sulle Giulie - “Anton Ointizinger, vita di una guida alpina”- e ad altri due dedica righe bellissime:-”... Volli soprattutto porre un modesto monumento a due uomini molto cari al mio cuore, che da gran tempo non ci sono più. Ho voluto che nei racconti delle Giulie fosse intessuto come un filo d'oro la personalità di Andrea Komac, con la sua vita e le sue gesta, e che dal ghiaccio e dalla neve balzasse durevolmente la luminosa figura di Giuseppe Croux, con le sue qualità di uomo e di guida.”-
Né meno tributa al compagno di cordata dilettante, “cliente come lui”, l'avvocato Graziadio Bolaffio, “...l' amico più buono e sincero che la Provvidenza mi abbia mandato, non solo in montagna, ma per tutta la vita.”
Ma tutti i suoi racconti di ascensione, tutte le pagine dedicate alla montagna sono caratterizzate da squarci lirici che, come perle, impreziosiscono la sua narrazione. Una per tutte, la descrizione del bivacco al Fauteuil dell'Aiguille Noire di Peuthery:
”... Non dormimmo in alto, sotto l'umido strapiombo, ma essendo bella la notte, all'aperto, sui detriti della morena e i rari ciuffi d'erba. Vi fioriva in gran quantità il giglio del paradiso,e quando mi destavo nella notte, i bianchi fiori oscillavano e si inchinavano davanti a me. A questo fiore voglio bene come a nessun altro fiore alpino. Per me è simbolo della purezza intatta, lassù, nelle altitudini eterne, e nella loro verginità. Se lo trovi, non toccarlo: appassirebbe subito sul tuo cappello. Non è un fiore terreno del quale ti sia lecito fare pompa, come della stella alpina, dell' artemisio, della negritella, del rododendro. Davanti al giglio del paradiso, fermati con devozione e pensa alla soavità celeste alla quale forse il tuo cuore aspirerà nei giorni torbidi ed irrequieti della terra. Salutalo e prosegui.”
Tanti episodi ancora, ricchi di suggestione e di lirismo narrativo. Tante stupende descrizioni di guglie e di monti. Ma a precisare il suo caldo amore per le cime e la viva vena poetica con cui le canta, è sufficiente il titolo di un libro che dedica alla seconda vetta d'Europa:” Nel divino sorriso del Monte Rosa”.

***
Ho scelto Julius Kugy perché penso che pochi alpinisti abbiano amato la montagna come lui. Ed inoltre egli ha saputo esprimere questo sentimento con pagine bellissime, ricche di genuina, coinvolgente poesia.
Ho ricollegato la sua passione ad un monte in particolare, il Montasio,. Stimo infatti normale che un grande alpinista, che consacra buona parte della propria esistenza all'esplorazione ed alla conoscenza dei monti incontri tra questi quello che più d'ogni altro risponde al suo ideale artistico.
Questo, per Julius Kugy, è stato indubbiamente il Montasio. Lo indicano chiaramente le sue “ prime” e le pagine che vi dedica.
Ma se fosse necessari un' ulteriore conferma di questa sua predilezione, di questa sua “incarnazione” in quella grande montagna, ecco l'esplicita conferma in quello che può essere considerato il suo testamento spirituale, che chiude in modo mirabile il volume “ Le Alpi Giulie”:
” ... Scendiamo dunque dalle Alpi Giulie. Nel bagliore del tramonto. La via è stata lunga, abbiamo camminato per tutta una vita. Dai primi accenni della primavera montana fino alla neve invernale, da oriente a occidente. E qui, all'estremo occidentale delle Giulie, mi fermo un istante a riguardare. Io saluto le grandi vette avvolte nelle nubi, saluto la pace tranquilla delle valli. Il mio cuore è gonfio di gratitudine, ma negli occhi mi lampeggia l'orgoglio. Io so chi sono quassù. So che non morirò su questi monti, in queste valli. Qui e là la mia memoria sarà tramandata da chi mi conobbe, ai figli ed ai nepoti; e quando il ricordo personale sarà spento, quando la tradizione sarà impallidita, il mio nome suonerà ancora tra queste pareti con aria di leggenda. E quando i monti saranno passati in rivista, io sarò al mio posto, e vi presenterò, o schiere luminose delle Giulie; io sarò il vostro alfiere.
Ma il mio ringraziamento viene ancora a te, prima del commiato, o Montasio regale. Nessuno capirà mai, nessuno saprà che cosa tu sia stato per me. Tu mi conosci e sai il mio lavoro metodico. No, io non ho giocato con te. Tu non sei un monte con cui si possa giocare. E in queste mie descrizioni t' ho ornato troppo poco ! Ho parlato di te, semplicemente, senza sparger fiori. Ma non ne hai bisogno. Sei tanto grande ! Sopra tutti gli inni che un mortale possa cantarti brilla l'aureola della tua possanza, della tua bellezza. Mi vedrai ancora una volta sul tuo vertice ? Quando non sarò più, concedi al mio nome un posticino sulla superba fronte settentrionale delle tue pareti, e tieni in alto il mio cuore fra i tuoi picchi meravigliosi !


_______________________________________________________________________________________________
(1) Questo e tutti i successivi brani in corsivo sono tratti dal volume “Dalla vita di un Alpinista” di Julius Kugy.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
intro >>