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TRIBULAUN DI FLERES

In corsa coi tedeschi


  Giuseppe Magrin 

Tutti le conoscevano come “I Colibris”, i loro nomi teutonici : Kautsche, Uhne ecc. erano troppo difficili per noi latini.
Erano quegli scalatori tedeschi che negli anni ’70 erano rimasti 17 giorni appesi sulla parete nord della Grande di Lavaredo per tracciare una nuova direttissima invernale a goccia d’acqua con temperature di 30 gradi sottozero capaci dunque di scoraggiare chiunque dall’accostarsi alle pareti.
Ma loro, i biondi campioni d’oltralpe, erano la, dormivano nell’amaca sospesa a due chiodi e tiravano su per la parete extraverticale i viveri con un cordino lunghissimo al quale solerti amici, quotidianamente appendevano il cestino delle vivande, unendo al pentolino del pollo arrosto, i quotidiani recanti le notizie della spettacolosa scalata ripresa ormai da tutti i giornali e le televisioni. “oggi sono saliti 27 metri….ieri solo 20 ma c’era il maltempo…!”.
Il Tribulaun


Polemiche infuocate nell’ambiente dell’alpinismo dolomitico, avevano riscaldato l’atmosfera, ma solo quella della dialettica e del sottobosco giornalistico, perché loro, indifferenti a quanto accadeva in valle, proseguivano verso l’alto con lentezza esasperante si, ma anche con teutonica caparbietà, seguendo la linea a goccia disegnata da tempo sulla cartolina delle Tre Cime.
Si dimostrava così, che l’essenza dello sport alpinistico non è l’ascensione di una montagna, ma la lotta con le difficoltà…!
E lo diceva anche Mummery che sono le imprese, sono le nuove vie quelle che contano, poiché creano il monumento dell’alpinismo estremo nella storia del progresso degli uomini.

Da allora erano passati un bel po’ di anni, ma quelli: i Colibris, sopravvissuti anche alle battaglie dialettiche, coltivavano ancora idee di quel genere, sicché in quel caldo mese di luglio a Valdagno, la telefonata di Ernesto Menardi era suonata perentoria: “Vieni su subito, mi hanno detto da fonte sicura che ci sono in giro i tedeschi e che son qui per fregarci la via…!”.
Ero ancora li, con la pennellessa sgocciolante in mano, intento ad imbiancarmi la casa e lontano dal pensare alle ebbrezze del 6° grado, ma la chiamata non ammetteva repliche.
Ernesto, anche di naja più anziano ed esperto di me, era il veterano tra gli Istruttori di alpinismo della Brigata Alpina Orobica, e in quel momento stava facendo pesare insieme all’amicizia e all’autorevolezza in campo alpinistico, anche la sua maggiore anzianità di grado…
I tedeschi in questione, erano proprio i Colibris di cui si diceva, cioè gente che non scherzava quando metteva le mani sulle rocce.
Ci troviamo a Vipiteno, dopo peripezie automobilistiche e le code autostradali di fine luglio sulla via del Brennero. Il Tribulaun è una montagna grandiosa fatta di più cime delle quali la nostra (Tribulaun di Fleres) ossia la più meridionale, si trova a cavaliere del confine austriaco a pochi chilometri dal Brennero.
Per arrivarci si risale l’ultima valle italiana –quella di Fleres appunto- che è un posto dove le albicocche maturano a settembre e solo su piante rampicanti contro la parete al sole dei masi di fondo valle.
Trilla il campanello a casa di Paul Eisendle, gestore del rifugio Calciati. La sempre si trovano amicizia e consigli gratis…”In montagna si va per vivere, non per morire…!”.
Diceva così mentre guardava dal cortile della sua casa la cima del Tribulaun avvolta da una nebbia nera che aleggiava come fosca minaccia.
Vedrai che i tedeschi se ne stanno rintanati giù a Vipiteno in qualche buon Gasthaus. Il tempo non è buono, state qui, che la birra è buona e il fuoco è acceso!
Ma noi no! Si va prima che loro se ne accorgano e semmai dovranno inseguirci.
Paul accompagna con uno sguardo perplesso i nostri passi e forse nasconde sotto la folta barba una espressione di compatimento.
Come due muli sudati saliamo stracarichi per il sentiero che va verso il Calciati.
Scendono altri amanti dell’Alpe, delusi dal cipiglio severo dell’amata. Ci consoliamo col riflettere che fra l’alpinista classico e il sestogradista la differenza comunque sussiste e…sussisterà sempre per la semplice e umana difficoltà che obbliga l’uomo a specializzarsi e quindi a.. soffrire se vuole eccellere! Bah! Bisogna persuadersi!


Alti sul sentiero interminabile ci soffermiamo a scrutare il molosso e le sue pieghe fatte di diedri, di fessure, di colatoi, placche levigate e gelide d’acqua e di ghiaccio.
Un drappo bianco, gonfio di candelotti ghiacciati interrompe nel mezzo le rughe nere della roccia che vorremmo da qui interrogare. Poi di nuovo la procella avvolge il monte.
Lasciamo il sentiero per salire tra la neve fresca, spolverata sulle roccette basali che propongono fin da subito insidie nascoste e, attacchiamo lo zoccolo.
Bisogna tenersi con le mani alla roccia, i guantacci militari si impregnano di acqua gelida e la lana militare di infima qualità, si spacca subito sulle dita…
Si può ancora girarli all’incontrario, ma dopo poco toccherà buttarli via e finire di congelarsi le mani ravanando sulle sacche di neve adagiata ai piedi della parete vera.
Superiamo un canalino ghiacciato: quarto grado sporco, poi le rocce si adagiano su scalini e cengette. Alla base del muraglione verticale scopriamo una grotta provvidenziale e ne facciamo senza indugio il nostro covo per la notte che presto viene.
Almeno intento scarichiamo qui gli zaini pesantissimi e andiamo avanti con solo corde e chiodi.
Si sale, obbligati a sinistra per una mensola obliqua, poi su ancora nella direzione opposta ma stavolta ancora più difficile e verticale.
Giungiamo fino a dei piccoli tetti gialli e neri che non promettono niente di buono…
Stanchi, gelati, affamati, sotto uno stillare di pioggia fina e.. siccome è finita anche la terza corda, scendiamo finalmente alla grotta perché ormai si fa buio, lasciando le corde appese all’ultimo chiodo piantato con perizia da Ernesto. Il mio compagno è una specie di biondo e agile leone teutonico.
Un ragazzone alto, muscoloso ed atletico dal cognome cortinese (Menardi) ma nativo del Piemonte. Viaggia su rocce verticali con sicurezza e perizia invidiabili.
Tra le difficoltà non si scompone, ragiona e risolve con naturale pacatezza. Solo un particolare non ha calcolato….: che con un sacco solo per il bivacco (il mio) la notte è più lunga e più dura.
Il suo sacco infatti era bruciato durante l’ultimo campo, dentro la tenda, per via di una maledetta candela lasciata accesa oltre le soglie tra la veglia e il sonno.
Giù nella grotta mi spoglio delle cose che posso e do tutto a lui che, grosso di vestiti, si mette tra me e le rocce sopra un letto di cordami, le gambe nello zaino tra bussolotti, moschettoni e chiodi da roccia. A valle, un muretto di sassi dovrebbe proteggerci dal vento, ma quella è solo una illusione.
Guardo le mie povere mani rosse e spellate dal gelo, poi, troppo stanchi, quasi per forza, si ingoia qualcosa e ci si dispone ad accettare la notte coi suoi geli, i pensieri di fuga, le folate fredde, gli scalciamenti da crampi col : “Dormo io, vegli tu e viceversa…!” Ma quando viene mattina!?
Le prime luci vedono l’atleta già alle prese coi fornelletti, la neve da sciogliere e le bevande da ingurgitare…


Dai muoviti, andiamo…Raccattiamo ferraglie e cordami, poi su’, cogli arti torpidi di gelo, lo sguardo stranito di sonni mancati, le ossa che scrocchiano, le articolazioni bloccate.
Azione! … “Pianta qualche chiodo maledetto che qui se voliamo andiamo in Val di Fleres..!” “ Sali tapiro…sbrigati e non ragliare…!” I soliti complimenti tra amici!
Rocce liscissime, bagnate verticali …roba da brividi!
Carichi di ferraglie e cordami come due alberi di Natale saliamo.
La roba ci segue in un saccone appeso alla terza corda. Ora si traversa che qui, non si può più salire né andare a destra. Una cornicetta larga si e no cinque centimetri ci porta nel cuore del lastrone nero. Da questo posto non si scenderebbe nemmeno a corda doppia.
La roccia intorno e sotto, è così liscia che non prenderebbe nessun chiodo. Quando finisce la cornice, ci guardiamo all’ingiro sconsolati.
Sopra, sotto, ai lati è tutto liscio come un vetro e più su ci sono pance e candelotti di ghiaccio che stillano gelo liquido, di più, da sopra ogni tanto un pezzo di ghiaccio s’invola dietro le nostre schiene verso l’abisso che abbiamo sotto i piedi.
Avviene un consulto da trogloditi, fatto di cenni e mugugni, poi, il più furbo pronuncia la parola fatale: “Pendolo..!” “Sei pazzo?! … e dopo? “ “ Non vedi che più in la c’è una fessura, se arriviamo a beccarla andiamo avanti!” Scatta un lavorio complicato con chiodi, corde, nodi…alla fine, con un urlaccio, si va per l’aere, spenzolando lungamente nel vuoto, con le vene del collo tirate per lo sforzo.
Bisogna buttarsi, spingersi, allungarsi fino ad agguantare un appiglio più in la e…si, c’è un piccolo pulpito sotto la fessura.
Un altro blocco di ghiaccio da quintale, ci passa dietro le orecchie a mezzo metro e se ne va per la sua….
Noi saliamo dal pulpito per la fessura, contorta, difficile e bagnata.
Ma si, si può salire, sono difficoltà che possiamo dominare.
Diedri, fessure, rocce buone e marce si alternano, tra candele di ghiaccio da abbattere senza pietà. Senza mangiare, senza bere, perché non c’è tempo e c’è da salire!
A sera siamo coi sacchi in un diedro dall’apparenza facile.
E’ coperto di licheni rossi come sangue. Ernesto va avanti, io seguo col saccone della roba sulla schiena per far prima. Era andato in obliquo e io col saccone facevo una fatica bestiale.
A mezzo del tiro di corda, il troppo peso spacca la lastra alla quale mi ero aggrappato. Gran volo di lato e immancabile pendolo nel vuoto.
Ernesto farfuglia da sopra frasi incomprensibili.
Sotto i piedi c’è tutto il salto della parete: saranno 800 metri.
Appeso alle corde dondolo, dondolo.
Ora sarebbe da ridere, ma la situazione è infame. Mi applico in manovre e contorsioni fino a riagguantare le rocce e quindi salgo.
Quando raggiungo il compagno il suo viso ha il colore della terra… mi fa vedere i chiodi che il mio volo ha divelto…Uno solo, piccolo e storto ha tenuto..!
“Volevi farmi diventare un uccello!?” “ Ma va in mona…!” “Potevi anche dirmi che tutta quella roccia lì è una gruviera marcia!- E poi, adesso vado avanti io e…dividiamo i pesi!” Ancora pochi tiri meno difficili e siamo in vetta.
Bepi Magrin con Paul Eisendle (gestore del rifugio Calciati) e, a destra, il compianto Ernesto Menardi


Giù al Calciati si è accesa una luce, vediamo Paul correre sui ghiaioni e agitare qualcosa per farci segnali festosi.
Gridiamo la gioia della vetta a tutto il mondo, poi ci guardiamo per abbracciarci e …piangere. Ma questo non si sa dire a quelli che non hanno provato!
Scenderemo di notte a lume di cerino con 20 corde doppie, tagliando spezzoni della terza corda a martellate per farne ancoraggi che i chiodi erano finiti.
Dopo la discesa notturna della parete e di un nevaio infido e crepacciato, risaliamo le ghiaie per giungere con l’ultimo fiato fino alla porta del rifugio. Bussiamo..
Paul non crede ai suoi occhi: “Come avete fatto a scendere di notte?” Ci abbracciamo e subito ci da due preziose scodelle di minestrone che non mangiamo…beviamo!
Solo con lui, in quella notte senza luna, dividiamo la provvisoria ma immensa felicità di essere più che mai vivi, vittoriosi ed amici.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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