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DAL CARE' ALTO ALLA SCUOLA MILITARE ALPINA DI AOSTA

Storie di vera naja alpina


  Giuseppe Magrin 



Si viveva una naja da collegiali, quasi da condannati ristretti ai ferri in quelle umide caserme di Maja Bassa a Merano.
Assegnato alla Compagnia Trasmissioni dell’Orobica ero agli ordini del temuto capitano Angelo Gelodi, un friulano votato all’Esercito, alla carriera, alla naja!
L’implacabile ufficiale era dappertutto, sapeva tutto, controllava tutto e.. non dava respiro. Nelle sue mani, vecchi marescialli o semplici trasmettitori alpini, erano tutti birilli che la disciplina militare collocava a piacimento dove occorresse.
Sveglia, adunata, addestramento ginnico, istruzioni, marce, campi e lavoro nei laboratori, tutto, compresa la libera uscita –rigorosamente in divisa- era disciplinato con rigida fermezza, perfino la S. Messa della domenica alla quale si doveva andare inquadrati come in piazza d’armi.
Lui, il terribile capitano, che ti spuntava fuori in tutti i momenti più impensati per controllare, inquadrare, punire, sapeva della mia passionaccia per la montagna. Lo aveva capito nelle marce del martedì e del giovedì, quando ci faceva salire a Vellau, o verso Cima Muta o dove diavolo gli saltava di andare.
Ero di gamba buona, anche se una vecchia polmonite presa mentre ancora ero con gli americani delle Forze Terrestri Alleate, mi aveva scassato un polmone, supplivo al danno fisico con la passione e la esuberanza giovanile, perché mi piaceva stare in alto, sui monti, nei boschi e sulle cime…
Quando negli uffici della maggiorità arrivavano le richieste di sergenti da inviare ai corsi roccia o sci della SMALP, il mio nome passava automaticamente in coda a tutti, perché, -una volta gli era scappato di dirlo- “…se lo mando ai Corsi, lo perdiamo!” Il capitano sapeva che quelli che uscivano bene dai corsi di alpinismo ad Aosta, sarebbero finiti a disposizione della Brigata per le esigenze: Corsi Roccia, Corsi Sci, CASTA (Campionati Truppe Alpine), Raid vari dei reparti alpini ecc.
Così, ai corsi ci andavano ragazzi meridionali che non volevano saperne della montagna mentre io, quando non ero in servizio d’Ispezione alla porta o di ronda in città, ero confinato col maresciallo Petruccelli in un laboratorio per la riparazione di apparecchiature a frequenza vettrice. Quel lavoro, tra valvole, condensatori e transistors non era per me, non mi piaceva, anche se ero specializzato a farlo.
Arriva il periodo del campo estivo, il periodo dei lumaconi alpini, quelli che portavano la propria casa sulla schiena come le lumache appunto..
Non c’era pioggia vento, neve che tenesse, si marciava con partenza in ore ben antelucane e arrivi nel pomeriggio sotto zaini enormi.
Ranci freddi, vesciche ai piedi, pochissime libertà, facili punizioni inflitte per quisquilie e quant’altro, quella era proprio una porca naja alpina, molto avara di soddisfazioni.
Naturalmente per cercare di fiaccarmi quando salivamo in montagna, il capitano mi aveva messo nella Squadra Soccorso, la quale oltre al proprio equipaggiamento portava materiali aggiuntivi come barelle, corde, chiodi, cassette di soccorso, radio e, se era d’inverno, sci e racchette da neve che si aggiungevano al fucile Garand, di dotazione e ad uno zaino che di media pesava sui 25 chili. Inoltre se c’erano “scoppiati” così si chiamavano quei poveretti che proprio non ce la facevano, i loro zaini erano nostri e talvolta occorreva persino portare un alpino che non ce la faceva, fino all’arrivo di tappa. Non potevano esserci malati nella Compagnia Trasmissioni, se marcavi visita non era l’ufficiale medico a visitarti, ma lo stesso capitano che, febbre o non febbre ti rimandava al plotone a calci nel culo.


In quegli anni, il campo estivo durava 40/45 giorni di cui 20 di campo cosiddetto fisso da farsi in quel di Vipiteno, di solito per noi in località Stanghe, e altrettanti di campo mobile.
Al campo fisso la tenda dei sottufficiali, dotata di acqua corrente intesa nel vicino fiume, era anche detta: doccia sottufficiali, essendo la più scassata di tutte, retaggio dell’ultima guerra e piena di buchi e tagli.
A Stanghe, pioveva sempre, e si dormiva col telo tenda sulla branda, ma ciononostante si marciava dalla mattina alle 4 circa e fino al pomeriggio.
E lo chiamavano campo fisso…! - Infatti quelle erano formalmente solo “marce di irradiamento” in attesa di partire per il “mobile”.
Capitava anche che se il capitano non era contento della condotta dei marciatori, se le squadre non mantenevano le precise distanze o se qualcuno “scoppiava” ritardando le operazioni, ci mandasse tutti (solo i sottufficiali) a tirar linee del telefono di notte, tra i masi e le vie di Vipiteno e dintorni, col rischio di prendersi una scarica di pallini da qualche “baccano” disturbato nel sonno, che poteva legittimamente pensare a malintenzionati che si arrampicavano nottetempo sui muri della casa, magari per insidiargli la moglie o per altri scopi molesti.
Normale amministrazione di naja per il capitano Gelodi e i due subalterni di ben altro carattere: tenente Riccardo Lanteri e più tardi, tenente Antonio Raffa che cercavano come potevano, di attenuare le draconiane misure disciplinari del superiore.
Quell’anno, dopo il campo fisso ci trasportarono autocarrati fino a Temù in Valcamonica, posto assolutamente nuovo per me…
Qui, senza metter tempo in mezzo, indossati gli zaini, si dovette partire, salendo per la Val d’Avio e quindi, dopo aver costeggiato i laghi, per il cosiddetto Calvario su fino al rifugio Garibaldi.
Ricordo che quando misi la prima volta lo zaino completo, pensai che di li a qualche centinaio di metri le gambe avrebbero fatto : Giacomo… Giacomo! Invece resistettero. E la marcia fu un vero Calvario sicché anche un Caporale della mia squadra ad un certo punto cedette davvero.
Non c’era verso con lusinghe o minacce di farlo salire ancora, dovetti allora scaricarlo del fucile che consegnai ad un alpino perché sapevo che a casa sua, in val Chiavenna, faceva lo “spallone”, contrabbandando sigarette con la Svizzera e caricai lo zaino del sergente sopra il mio.
Non so come fu possibile portare in salita tutto quel peso, certamente intervenne in mio aiuto l’orgoglio alpino, giunsi al Garibaldi con i due zaini e lo “scoppiato”.
Piantammo le tendine unendo i teli tenda sostenuti dai famosi “clarinetti”e passammo la notte dove la passavano anche gli alpini della Grande Guerra Bianca.
L’indomani per la prima volta dopo faticosa salita nella neve, mi affacciai dal Passo Brizio sul grande ghiacciaio del Pian di Neve.
Una meraviglia…non pensavo esistessero così grandi distese bianche, ghiacciate anche d’estate. Lo traversammo tutto fino alla Lobbia bruciandoci il muso e la pelle arrostita dal sole. Il rifugio era pienissimo di turisti e alpinisti, non c’era posto per una compagnia di alpini, allora il capitano decretò che si doveva dormire all’esterno.
Avvolti nel telo tenda e ci apprestammo a farlo, ma io durante la notte, di nascosto dai superiori e specialmente da quei chiacchieroni invidiosi dei marescialli, mi feci accogliere da un gruppo di ragazzotte bresciane che occupavano una stanza.
Cosi, in barba agli anziani che dormivano davanti all’ingresso del rifugio, entrai per una finestra e mi accomodai tra le trine in una baraonda di vezzi e lazzi delle ragazze, cui avevo elargito tutta la dotazione di complimenti amorosi in mio possesso.
Almeno ero steso sul pavimento di legno piuttosto che in mezzo alla neve, e fu una notte di trambusti e di poco sonno.
Scappai poi all’esterno prima dell’alba, con in tasca l’indirizzo della più disponibile, per essere al mio posto prima dell’adunata e dell’alzabandiera del mattino.
L’indomani tutti in colonna facemmo la traversata delle Lobbie per scendere in Val di Genova dal Passo delle Topette.
Dal fondo della valle famosa per gli orsi, i quali si guardarono bene dal farsi vedere dal nostro reparto armato, dopo la sosta presso il rifugio Stella Alpina, si dovette ancora risalire la Val Siniciaga, dove accampammo nella palude tra bombe e proietti della Grande Guerra.


Li, io e quel gran bracconiere camuno dell’alpino Ernesto Rossi, detto “el ciuetin” , che in marcia portava per soprappiù tutto il pentolame del reparto, nascondemmo seppellendole vicino al baito, più di un centinaio di granate di medio e grosso calibro con l’idea di venirle a riprenderle chissà quando. Tutto questo avevamo fatto la sera, alle ultime luci e di nascosto dal capitano, il quale all’adunata aveva tassativamente proibito di avvicinarsi al rudere, accendendo così la nostra fantasia.
Risalito all’alba il Passo Altar si procedette tra le morene e sotto i gravi carichi, fino al vecchio rifugio Caré Alto, che allora consisteva in quel che restava dell’antica e gloriosa Konnen Haus austriaca della Guerra.
Esso era un cubo di pietre tenute insieme da brutto cemento grezzo. Piccolo, fumoso e umido, era ridotto ad una misera tana da lupi.
La compagnia, che consisteva di oltre 100 uomini, una dozzina di sottufficiali e qualche ufficiale, dovette accampare nell’unico spiazzo libero che era costituito dal piano per l’atterraggio dell’elicottero. Ogni volta che uno di questi mezzi volteggiava in cielo, si dovevano togliere di tutta fretta le tende, poi quello, non degnandosi di noim si allontanava e noi a ricostruire.
La cosa si ripeteva anche più volte al giorno, perché qualche generale si faceva scorrazzare per le montagne e visitava talvolta i reparti al campo, sorvolandoci.
La nostra meta era il Caré Alto: ascensione ardita di reparto.
Il primo giorno la squadra di soccorso che io comandavo, salì la cima per attrezzarla con piccozze e corde alle quali dovevano affidarsi tutti gli uomini della Compagnia.
Il secondo giorno tutta la Compagnia superati i Pozzoni, giunse fino all’attacco della pala ghiacciata del Carè, dove si toccavano le corde lasciate in precedenza.
Il capitano divise la compagnia in due, perché tutti quegli alpini non ci stavano sulla cima affilata e ghiacciata della montagna.
A me fu affidato il compito di salire con la seconda metà degli uomini e, scendendo per ultimo, recuperare il materiale lasciato il giorno prima. Intanto, gli “scoppiati” dei giorni precedenti, considerati con spregio dai superiori, erano stati destinati a fare la corvé dal Rifugio al fondovalle per riportare su viveri e legna da ardere….
Li comandava il sergente Canton di Vicenza… ci mettessero il tempo che volevano, gli sfigati cui veniva così negato anche l’orgoglio della vetta, dovevano portare come muli ciò che serviva agli arditi delle vette.
Il capitano giunse in vetta per primo e mentre sulla roccia vertiginosa si radunava metà della Compagnia, stabilì il collegamento radio col rifugio sottostante, dove intanto era giunto anche il colonnello Bernardi, comandante l’Ufficio Trasmissioni della Brigata Orobica.
Ma l’ufficiale non giunse a ricevere i complimenti del colonnello perché una esigenza di servizio si sovrappose alle altre comunicazioni.
Il sergente Canton, che saliva verso il rifugio con i pantaloni rimboccati per il caldo, era stato morso da una vipera….
Occorreva subito il siero che era conservato nella cassetta di soccorso dell’infermiere (soprannominato Vasellina) e che in quel momento si trovava col capitano in vetta.
Fiala e siringa furono tosto consegnate al tenente Lanteri con l’ordine di dare tutto al quel matto del sergente Magrin, perché corresse subito giù fino al ferito e gli facesse l’iniezione.
Il tenente scese velocemente le corde fisse e mi consegnò il siero col relativo ordine di missione. Compreso nel mio compito di soccorritore e seguito dall’amico sergente Mario Caputo, lasciai lo zaino e mi lanciai giù per il ghiacciaio saltando i crepacci come un camoscio.
Al secondo crepaccio l’amico sottufficiale mi lasciò andare perché non c’era verso di starmi alle calcagna… e tra i crepacci si rischiava la pelle. Fuori dal ghiacciaio, tagliai a caso il pendio, in direzione del rifugio; scendevo di corsa più veloce che potevo, calando adesso tra enormi massi erratici sui quali saltavo come una cavalletta.
Non so come, ma in meno di mezzora, ero al “Bus del Gatt” che risalivo a quattro mani le vecchie scale di granito.
Mi presentai trafelato al rifugio sperando che qualcuno proseguisse il trasporto del medicamento, ma li, oltre al colonnello e ad un maresciallo c’erano solo i cucinieri, per cui dovetti rassegnarmi a riprendere la corsa in discesa e percorrere un altro lungo tratto di ripido sentiero.
Finalmente raggiunsi il gruppetto degli alpini che mi aspettavano radunati intorno al loro sergente. L’iniezione fu fatta alla buona, perché non c’erano infermieri, poi portammo a braccia il sergente su uno spiazzo più in alto e dopo un’altra cinquantina di minuti, giunse un elicottero militare che prese il sergente e se lo portò all’Ospedale di Bolzano, dove concluse con poca gloria il suo campo estivo.
Ero stremato per la corsa e tale, dopo la risalita, giunsi al rifugio per il meritato riposo. Nel frattempo erano scesi dalla cima anche tutti gli altri col capitano.
Qui sentii che il colonnello chiedeva al mio comandante: “Ma chi è quel sergente che è sceso in così poco tempo dalla cima?” Il capitano dovette chiamarmi e presentarmi al colonnello.


L’anziano ufficiale secondo una specie di rito ricorrente, mi chiese con bonarietà di dove ero e volle anche sapere da me se avevo imparato ad andare in montagna ai corsi militari di alpinismo; era la mia grande occasione e non potevo perderla…! “No signor colonnello.., io lo chiedo sempre di andare al corso roccia, ma il signor capitano non mi manda mai…!!”- Il capitano si fece verde…! “Come… -disse il colonnello rivolgendosi al mio capo- Questo sergente deve andare al primo corso roccia che si tiene alla Scuola Alpina!”
Fu così, che in barba al capitano Gelodi riuscii – più tardi- a diventare Istruttore scelto di alpinismo e, da allora a seguire la mia strada sulle crode e nei ghiacciai!
Ma la giornata, davvero memorabile, non era ancora finita.
Gli alpini stanchissimi per la scalata, dopo il rancio e il saluto compiaciuto del colonnello, ebbero libertà di riposarsi nelle tende.
Anch’io mi ero sdraiato nella tendina a canile sistemata sulle pietre della piazzola elicotteri.
Li accanto giace ancor oggi l’affusto di un vecchio cannone austriaco, ma il rifugio della SAT adesso è nuovo, efficientissimo e moderno.
Cominciò a piovere, e poco dopo la pioggia si trasformò in fittissima tempesta. Cadevano a raffica grani di ghiaccio che mitragliavano il telo della tenda impedendoci il sonno…
Mi decisi ad uscire, per terra la grandine sembrava neve fresca ed era già alta cinque centimetri, l’unico posto dove potevo andare sotto quel diluvio, era il vecchio rifugio: piccolo e sporco come una tana, conteneva una vecchia stufa, un paio di tavoli, un grande secchiaio di pietra e pochissime suppellettili. Il capitano stava seduto al tavolo e beveva il solito bicchiere, meditando forse sulle glorie della naja alpina e sulla sua possibile carriera.
Al vedermi, mi chiamò subito al suo tavolo. Io avevo vinto una battaglia e lui, che in fondo era un alpino cavalleresco, mi impose di fare una partita a carte perché voleva almeno quella rivincita. Ci trovammo al tavolo col capitano e un altro soldato, io e l’inseparabile amico Caputo.
Fuori infuriava la tempesta.
Tuoni e lampi scuotevano la montagna.
All’improvviso una luce accecante entrò da qualche parte. Avevo in mano il fante di bastoni e con quello stretto tra le dita mi trovai per terra senza sapere perché.
Come se una mano potente mi avesse schiacciato dalla testa in giù, mi ritrovai seduto sotto il tavolo, abbastanza inebetito, ma non tanto da non aver visto che il fulmine aveva fatto diventare incandescente la lastra della stufa e, la dove un vecchio tubo di ferro faceva da scarico al lavandino, aveva pure prodotto un buco di mezzo metro di diametro nel grosso muro di pietre del rifugio.
Fuori, i soldati atterriti correvano seminudi giù per la montagna: chi cercava il suo braccio, reso completamente insensibile dalla corrente elettrica, chi giaceva semisvenuto tra le rocce, chi ancora boccheggiava emettendo una bava bianca.
Era il panico…In particolare un caporale milanese che aveva una protesi di denti d’oro, giaceva privo di conoscenza tra le tende. La lingua rovesciata rischiava di farlo soffocare.
Lo soccorremmo, praticandogli la respirazione artificiale, poi cercammo di recuperare e tranquillizzare gli altri scappati giù per la montagna, facendo riparare i più malmessi nel rifugio.
Il capitano, sopra un masso più grande, aveva estratto la sua radio con una lunga antenna e la brandeggiava nell’aria ancor zeppa di elettricità, mentre noi cercavamo invano di dissuaderlo dal diventare un nuovo possibile parafulmine…
Voleva chiamare soccorsi!
Due o tre soldati con bruciature e altri danni fisici dovettero essere portati via dall’elicottero che però giunse solo verso sera.
Passato il temporale, la situazione tornò tranquilla ma quello per la Compagnia Trasmissioni Alpine dell’Orobica, era stato come un battesimo di guerra.
Il giorno dopo, radunate le nostre cose e inforcato lo zaino potemmo scendere per la cosiddetta “Strada dei Russi” in val Borzago e proseguire da alpini veri, le attività campali del nutrito e intangibile programma delle cosiddette “escursioni estive”.


Nota: ogni riferimento a persone fatti e circostanze è assolutamente veridico.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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