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L'AUSTRIACO


  Marcello Maltauro 

La gamba mi brucia parecchio specialmente adesso che è disinfettata, nella testa mi sembra di avere un martello che picchia come un forsennato, le scorticature nella pelle del viso, le ferite lungo le braccia e i graffi sui gomiti si fanno sentire a tempo con i battiti del cuore;
Madonna che storia!
Mi portano una tazza di the bollente e vorrei alzarmi dal letto, ma aspetto ancora un po’, forse non sarà un supplizio tirarsi su di schiena, speriamo!
Sento freddo e caldo contemporaneamente; certe volte la stanza mi gira attorno o, forse è il letto che gira? Mi rendo conto che sto dormendo, o quasi.
Adesso nella mia camera il silenzio è dolce e leggero, mi donano una buona sensazione di bucato e di freschezza questi lenzuoli bianchi di cotone.
Dormo.
Finalmente dormo, senza più vedere oggetti e pareti e luce e quadri girare; dormo.
Quando sono arrivato a casa il buio era l’assoluto padrone.
Mi hanno visto entrare tutto sanguinante e lacerato che le grida e le domande mi hanno quasi fatto crollare a terra privo di sensi. Invece è stato lo zaino che mi è scivolato di mano, indifferente di tutto ma forse consapevole di avere terminato anche lui questa giornata pazzesca.
Tutti mi si sono fatti attorno con smorfie disegnate sulle bocche di diverse tonalità: chi di spavento, chi di rabbia, chi di sofferenza.
Per conto mio ho solo detto che sono scivolato lungo il crinale di Val Prigioni e che mi sono rotto la pelle in mezzo ai sassi e ai mughi del Pasubio, altro non ho potuto dire, altrimenti mi avrebbero preso per pazzo!

Quando sono partito stamattina, la luce dell’alba era ancora addormentata; il faro della mia vespa bucava le curve e i tornanti della strada; ho messo a dura prova la frizione della moto lungo la strada bianca che passa sotto l’Ossario del Pasubio.
Quando sono sbucato sotto la galleria, il faro del Ciclope mi ha fatto una strana impressione, solo un attimo però; sarà la grande ombra che si staglia dal colle e la consapevolezza di non essere al riparo fisicamente, ma un certo brivido l’ho sentito.
Il pensiero corre veloce agli antichi ragazzi che dormono il loro sonno eterno dentro le lastre di marmo e mai mi hanno fatto paura, anzi, per me sono come fratelli.
Finalmente ho incontrato l’asfalto lucido di rugiada e ho messo la seconda, anche la vespa sembra più sollevata adesso che la salita sdrucciolosa è finita.
La massa scura e severa del Pasubio mi osservava alla mia destra; di nuovo la strada si veste di bianco, ma è più dolce e cammino con le ruote dentro la canaletta di cemento in mezzo alla strada. Arrivo per l’ennesima volta alla galleria d’Havet e parcheggio nel solito posto; pensavo di salire fino al rifugio in moto, ma strada facendo ho cambiato itinerario mentalmente: da sopra l’Incudine voglio sbucare sul Cosmagnon e girare dentro quel piccolo altipiano, poi, salirò al Roite e dopo, dopo si vedrà.
Cammino sicuro e forte; il cuore batte a ritmo regolare e i polmoni inspirano con avidità l’aria fresca del mattino.
Dopo i primi passi la macchina umana gira che è un piacere, mi sento in sintonia con tutto. Sono così felice di essere quassù che dico “buongiorno” ai sassi, ai mughi, alle trincee, alla nebbia, al vento, ai fiori ormai appassiti di questo inizio d’autunno.
Sto bene.
Mi immergo nella nebbia densa e lattiginosa, la mattina lucida le dona una profondità impensabile in altre parti laggiù in pianura; adesso potrei essere anche sulla Luna tanto non si vede niente.
La traccia della antica mulattiera a volte si restringe in sentiero per poi ritornare all’antica usanza. Supero uno scoglio roccioso salutando con un buongiorno un piccolo ginepro che mi punge i polpacci attraversando le spesse calze di lana e continuo su di un leggero pianoro.
Mi fermo un attimo per fissare i lacci di uno scarpone sciolto e riprendo il cammino.
Cammino per dieci minuti buoni e, strano, quel ginepro li l’ho già visto; anche questo spuntone di roccia ho superato poco tempo fa.
Mi fermo ancora, e come frastornato e stupito, mi accorgo di avere fatto un giro a tutto tondo ritornando al punto di partenza.
Come inebetito mi vien da sorridere e divento rosso pensando di riflesso a me stesso; non mi era mai successa una cosa così!
Qui in Pasubio poi!
La mia memoria si libera e mi tornano alla mente alcune pagine scritte dai combattenti della Grande Guerra dove narrano di uomini e salmerie sbucate dalla nebbia in bocca al nemico, oppure cadute, scivolate, perdute, lungo i dirupi della montagna; allora capisco cosa volevano dire.
Mi siedo sopra un mugo ritorto e dondolando mi torna in mente anche una frase di Nietzsche che recita: "chi si perde in montagna, deve sopratutto fare attenzione a non ritenere che la pericolosità della sua situazione sia più grande di quello che è in realtà."
Mi riposo facendo oscillare il mio amico mugo poi, con un balzo mi rimetto in piedi, sistemo lo zaino sulle spalle e riparto con più attenzione, la nebbia è sempre attorno a me o meglio, io sono dentro la nebbia, dentro di lei.
Quando, lungo le serpentine della mulattiera lascio sotto di me le cannoniere dell’Incudine e anche la vista sull’orrido della Val Canale, sbuco fuori al sole e al sereno, mi sembra di essere in un altro mondo.
Pochi secondi fa ero in un ambiente ovattato e attutito, adesso sono alla luce prepotente del mattino, sotto un cielo cobalto, sono baciato da un leggero vento che arriva dalla valle sottostante; è una sensazione che mi da un estremo piacere, sembra di passare dal giorno alla notte in pochi istanti.
Finalmente arrivo nei diroccati baraccamenti italiani, tracce di abitanti lontani si notano sulla terra. Ogni anfratto, pianoro, rientranza è stato utilizzato dall’uomo per trovare riparo, rifugio e forse anche un po’ di serenità.
Perfino un lavatoio, ora colmo di sassi, con la possibilità di lavare i panni, un lavoro che ricordava a loro le mamme e le mogli; magari cantavano anche, a bassa voce, come lo sentivano fare dalle loro donne lontane.
Alzo gli occhi e le vedo lassù, vedo le due occhiaie della galleria Zamboni, le due entrate che si infilano come serpenti dentro il Cogolo Alto.
Arrivo agli ingressi e mi siedo sullo zoccolo di pietra; mi scaldo un poco al sole avaro di luce prima di entrare nel buio assoluto della galleria.
Il Baffelan sbuca là in fondo dalla nebbia come un dolmen e le guglie del Fumante sembrano adagiate sui ghiaioni; più sotto il mare di nebbia denso e livellato copre il mondo.
Accendo la torcia elettrica e mi infilo dentro il nulla. Sono inghiottito dal buio e i miei passi rimbombano lungo le pareti rocciose della galleria.
Procedo a passi lenti senza fatica, tengo il capo basso anche se non occorre tanto è alta la volta. Qualche fastidiosa goccia d’acqua mi cade in testa o lungo il collo provocando brividi che mi arrivano fino ai piedi; silenzio, solo i miei passi stonati e le gocce intonate rompono il silenzio.
Scavalco la frana provocata dai recuperanti quando tanti anni fa levarono le putrelle di ferro a sostegno di questo tratto di volta; è un piccolo pertugio che permette il passaggio sfilando lo zaino dalle spalle. Cammino sulla terra molle e umida pensando che era tanta la fame per rischiare di togliere il ferro da sopra la testa.
Che duro lavoro anche questo che permetteva di sfamare le famiglie recuperando il ferro quassù in montagna; prima lo si utilizza per uccidere, dopo lo si recupera per poter sopravvivere.
Quando mi rimetto in piedi dall’altra parte della strozzatura, sento un forte odore di tabacco e vedo il fumo azzurrino che aleggia nel cono di luce della pila.
Mi guardo intorno, illumino le pareti frastagliate e rugose della galleria, davanti, dietro e di fianco ma, non vedo nessuno.
Strano, eppure è fumo; penso, chissà perché, al fumo di una pipa.
E’ una particolare associazione, come quando sento, per caso, la Traviata e la associo allo spumante e al panettone, così come il fumo in Pasubio lo associo alla pipa.
Riprendo il cammino in discesa e spengo la luce della torcia solo quando vedo il sole apparire dietro la svolta della galleria.
Esco percorrendo la scassata trincea che porta alla posizione denominata in guerra Imbuto, vicino alla Selletta Aosta.
Il terreno sotto suona vuoto, l’erba secca e spugnosa è soffice e dolce; mi trovo adesso vicino a resti di reticolati incarnati dentro la terra e mi fermo ad osservare.
La nebbia lambisce il ciglione della Lora e un vento leggero e fresco muove i mughi accartocciati su sé stessi, piccoli abitanti invadenti di questo altipiano del Cosmagnon.
Il Roite e il piccolo Roite contengono lo spalto di questo tavolato mentre la Lora col suo ciglione, segna l’orlo del precipizio; l’immagine comune è quella di vedere il correre dell’acqua o delle pietre dall’alto, attraversare il pianoro e cadere dal ciglio; invece mi accorgo di pensare all’incontrario: piccole masse scure che si arrampicano dal ciglione, corrono lungo il pianoro e si inerpicano su per il monte. Si, deve essere stato così.
Quanti di quei ragazzi con l’elmo di ferro, hanno passato il pianoro? Quanti sono arrivati sulla Cima?
Calpesto una cartuccia e la raccolgo; è italiana del fucile ’91; più avanti, lungo il ciglio, scendo dalla vista del Roite e osservo la nebbia che come un mare senza onde è ferma pochi metri sotto di me; poi, le mughe mi bloccano il passaggio e rinuncio alla lotta contro queste sempreverdi chiome puntute e villane.
Scavalco il ciglio, in direzione dei Gemelli, altro toponimo di guerra, vedo però sui Panettoni, alcune strane ombre che gironzolano per le trincee.
Penso che sia ora di chiudere questo mio silenzioso peregrinare e mi incammino verso quella direzione.
Avvicinandomi ai Gemelli, devo superare dei grovigli di ferro spinato. Strano, penso, ci sono passato tante altre volte ma non ricordo tutto questo arruffamento di ferro arrugginito.
Un laccio dello scarpone viene trattenuto dall’asola del metallo e tirando forte, uno strappo nervoso, sento vibrare delle bandelle di metallo, come fossero campanelli.
Ancora più stupito mi fermo per rifare il nodo alla pedula, quando controluce vedo un’ombra passare sopra il dosso e sparire immediatamente dopo.
Continuo la salita e mi fermo davanti all’occhiaia di una caverna buia. Anche qui, riconosco odore di fumo, e sempre penso al fumo di una pipa.
Il sole si sta nascondendo dietro un nuvolone nero che come un velo trapassa tutto il mio sguardo; non so cosa fare, per la prima volta ho una strana sensazione, come che il Pasubio oggi non gradisca la mia presenza.
Resto così incredulo allora che quasi mi offendo, perché?
Sento rumore di passi e chiacchierare. E’ uno strano dialetto questo, che siano trentini o bolzanini venuti in gita quassù?
Indifferente, o credo di fare finta di esserlo, mi siedo sopra un sasso scaraventato da una qualche esplosione in mezzo al verde povero del cocuzzolo.
Apro lo zaino e cerco la bottiglia d’acqua con le mani sudate e infreddolite dal repentino cambio di temperatura.
Guardo indietro per vedere quanta strada ho fatto e se mi conviene tornare per dove sono venuto, la nuvolaccia nera, sembra essersi ingrossata ancora di più.
Sto masticando, più per onorare la sua presenza dentro lo zaino che per fame, un mezzo panino, ma, un vento fastidioso mi ghiaccia la schiena sudata; appoggio il mezzo pasto sul sasso e sfilo la giacca vento dal sacco.
Posso mangiare in pace adesso? Si? Guardo verso la strana presenza di prima quando sento ancora delle voci bisbigliare.
Forse sono recuperanti che desiderano essere lasciati in pace oppure due amanti nascosti qua tra le pieghe delle rocce?
Mi sembra impossibile, certamente mentre mastico lentamente mi sento quasi in più, come un ospite non gradito.
L’odore del fumo diventa più forte, avverto un ombra alle mie spalle; mi giro cercando di fare una faccia innocente pronto a salutare i miei vicini.
Non faccio a tempo di girare il busto quando una voce rauca e aspra mi dice:
“Junge! Was machst du da? Geh sofort zurueck nach Hause! Schlechter Tag Heute! 'Raus!” (1)

Vedo solo un ombra, come una faccia sagomata e spigolosa dentro un elmetto austriaco; con la destra tiene il fucile e con la sinistra allungata dalla cannetta della pipa mi indica la strada del ritorno.
Incredulo cerco di parlare di sorridere e cercare di capire se mi stanno prendendo per i fondelli, ma, un'altra ombra si leva da dietro la prima e parlando ancora più forte mi dice qualche cosa in quella lingua che non conosco.
Minacciosa la prima figura si alza, adesso il fucile mi viene puntato addosso e mi accorgo della lucidità della baionetta che prima non avevo visto.
Mi cade il panino, faccio un passo, due, tre a ritroso ma scivolo e cado con la schiena sul reticolato. Mi alzo lacerando la giacca, raccolgo lo zaino e guardo ancora una volta in quella direzione.
Adesso le ombre sono tre o quattro, in alto altre ombre mi seguono con lo sguardo dagli occhi nascosti dalla visiera dell’elmetto.
Sento uno sparo, salto il reticolato che mi blocca le gambe; cado per terra ancora e ancora mi rialzo. Rauss, rauss!
Nessuno ride o cerca di farmi capire che è uno scherzo. Solo il vento e l’odore aspro del fumo della pipa.
Ripercorro di corsa il pendio, mi guardo attorno e vedo una moltitudine di ombre che si stagliano imponenti all’orizzonte, alcune mi seguono urlando “hurra!” “hurra!” Mi sembra di volare, vedo l’erba correre sotto di me, il sudore bruciarmi gli occhi.
Quante volte sono caduto e quante volte con il cuore il gola mi sono rialzato? Lungo il sentiero Baglioni sono scivolato sulle pietre, per fortuna i mughi mi hanno fermato strappandomi la camicia.
Il sangue si mescolava al sudore e il cuore serrava la gola nell’affanno. Via, scappa, corri, non ti fermare!
Avevo perso la cognizione del tempo, il vento forte stava rastrellando la nebbia lungo i canaloni di Val Prigioni e la pioggia mi frusta il viso con violenza impazzita.

Non ricordo di aver raggiunto la moto, non ricordo di esserci salito sopra e aver sceso la strada di malga Fieno.
Come non ricordo di aver incontrato nessuno per strada.
Ricordo solo un flash, il mio viso riflesso nello specchietto della moto: un viso bianco, insanguinato, bagnato, spaventato, incredulo.
Credo di essere passato per la strade del Re e di essere arrivato a Campogrosso quando il temporale seguito dalla tempesta nella sua massima potenza cannoneggiava a shrapnels il pascolo abbandonato sferzando le paglie gialle e i larici arrossati di questo tardo ottobre.
Ricordo solo di aver sentito la grandine battere in faccia, sentivo il frustare sulla pelle della stoffa stracciata della giacca a vento e le lacrime confondersi con la pioggia.
Quando sono arrivato a casa, lo zaino era sulle mie spalle e non davanti come lo metto di solito. Ricordo il dito ghiacciato premere sul campanello di casa e le voci provenire dall’interno.
Perché?
Cosa è successo?
E’ stato forse un viaggio nel tempo?
Una fantasia sbagliata o la pura e semplice realtà?



(1) cosa fai qui ragazzo? Tornatene a casa che oggi proprio non è giornata! Svelto!






















  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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