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COM'E' NATA L'IDEA DEI "SENTIERI FRASSATI"


  Antonello Sica 

“Ma come ti è venuta l’idea dei Sentieri Frassati?”; è questa la domanda che, sempre più ripetutamente, in molti mi fanno. E, posta così, la domanda è ben fatta – anche se magari inconsapevolmente – e porta già in sé una parte della risposta. Io, infatti, l’idea dei “Sentieri Frassati” non l’ho avuta … ma mi è venuta, nel senso che mi è stata data da qualcun altro che non ho dubbi ad identificare con lo stesso Pier Giorgio Frassati (1901-1925).

Ne avevo conosciuto la vita, presentata con la proiezione di alcune diapositive, durante uno dei tanti incontri diocesani di Azione Cattolica cui partecipavo, a Teggiano, negli anni in cui ero liceale nella mia Sala Consilina.
A rendermelo simpatico fu sicuramente quella sua passione per la montagna che pure io avevo manifestato già da ragazzo, sia pure nella semplicità delle uscite non troppo lontano da casa, dapprima come “lupetto” (negli anni delle Elementari) e poi come scout (alle Medie) e che, da liceale appunto, avevo ugualmente appagato con il passaggio all’Azione Cattolica grazie ai campi-scuola estivi nei fitti castagneti di Sicignano, sotto i bianchi contrafforti degli Alburni.
Una simpatia che, tuttavia, non produsse in me, in quello scorcio degli anni ’70, alcuna particolare voglia di approfondirne in qualche modo la conoscenza, nemmeno nei successivi anni universitari trascorsi ad Urbino, dove piuttosto mi fu utile – dopo averne ascoltato lì una conferenza – il tentare, sia pure a fasi alterne, di ancorarmi in qualche modo alle letture di alcuni scritti di Carlo Carretto, altra figura di spicco dell’Azione Cattolica, su cui oggi c’è un’apprezzabile ripresa d’interesse grazie anche a delle fresche biografie recentemente pubblicate. Questo per dire che io Pier Giorgio, pur avendolo “incontrato”, nemmeno l’avevo più cercato.

Fu allora Pier Giorgio a cercare me … e lo fece nell’anno della sua beatificazione.
Con Angela, che avevo sposato nel 1987, vivevo alle porte di Avellino, città dove avevo trovato, l’anno prima, quell’assunzione all’allora Credito Italiano che ci aveva consentito appunto di sposarci e che ancora oggi ci dà il “pane quotidiano”.
Non conoscevamo nessuno in quella città e, su suggerimento di alcuni amici livornesi di mia moglie, ci eravamo iscritti alla più vicina sede del Club Alpino Italiano, che era a Salerno, proprio per fare nuove amicizie in un ambiente, quello di appassionati della montagna, che ci avrebbe auspicabilmente garantito – come di fatto fu – l’assoluta sincerità delle stesse.
Nel maggio del 1990, in occasione della beatificazione di Pier Giorgio, l’Azione Cattolica Diocesana di Salerno organizzò una veglia di preghiera cui fummo invitati anche noi del Cai, e non per caso: non c’era, infatti, solo la voglia di associare all’evento i rappresentanti locali di quel mondo alpinistico di cui lo stesso Pier Giorgio aveva fatto parte, come socio appunto del Cai, quanto soprattutto il desiderio di voler condividere una serata di preghiera e meditazione con tante persone della nostra sezione – ed in primis col nostro presidente, il magistrato Francescopaolo Ferrara - che per la trascorsa militanza nell’Azione Cattolica e per l’attuale assidua frequentazione della montagna potevano ben assaporare e testimoniare al tempo stesso la gioia di vedere elevato agli onori degli altari un giovane a cui spesso avevano rivolto il pensiero, nell’andar per monti così come nell’andar per i sentieri della vita.
In particolare, in quell’occasione si sottolineò come anche nell’amore per l’aspo fascino dei monti Pier Giorgio palesasse la quotidiana ricerca di Dio: “Ogni giorno mi innamoro sempre più delle montagne – scriveva ad un amico – e vorrei, se i miei studi me lo permettessero, passare intere giornate sui monti a contemplare in quell’aria pura la Grandezza del Creatore”. Una contemplazione arricchita dalla gioia per la compagnia degli amici e intensificata dal raggiungimento di vette sempre più alte: “Sempre desidero scalare i monti, guadagnare le punte più ardite; provare quella gioia che solo in montagna si ha”.
Da quella sera cominciò ad accompagnarmi la personale riflessione che Pier Giorgio, nella sua vita, si fosse così avvicinato alla Infinita Bellezza da divenire egli stesso per noi … “montagna”: una montagna da amare e scalare attraverso il sentiero della sua testimonianza che porta dritto alla vetta!
Cominciai anche, sempre da quella sera, a pensare ad un “segno” che rendesse tangibile questa idea di “scalare Pier Giorgio” e credetti infine di averla trovata nella possibile intitolazione a Frassati del sentiero più alto di ciascuna regione d’Italia.
Un sentiero lungo il quale ritrovarsi annualmente, in raduni intersezionali del Cai, con lo stesso spirito che animava Pier Giorgio nell’amore per la montagna.
Racchiusi queste mie riflessioni e la mia proposta in un articolo che, col titolo di “Sentieri Frassati?”, apparve sul primo numero del ’91 di “Il Varco del Paradiso” – notiziario della Sezione di Salerno del Club Alpino Italiano – ma … non ebbi alcun riscontro.
Pensai, allora, che la colpa fosse della scarsa attenzione che i soci prestavano al loro giornale, o anche della poca considerazione in cui mi tenevano “i capi”. Sciocchezze! La verità è che “ogni cosa ha il suo tempo”, il quale giunge quando la maturità di un pensiero è davvero piena e manifesta, e non solo “in nuce”.

L’idea di intitolare, in ogni regione d’Italia, un sentiero a Pier Giorgio Frassati, suggestiva già nell’anno della sua beatificazione, doveva trovare qualcosa di più prezioso della mera altezza delle vette perché potesse veramente caratterizzarsi quale “segno del cammino di Pier Giorgio”.
Passa qualche anno.
La nostra famiglia si è nel frattempo arricchita di Aldo Maria nel ‘91 e di Arianna nel ‘94. Viviamo dal 1992 a Reggio Calabria, lì traferitici per questo mio lavoro di bancario che ci porterà a vivere nella bella Calabria per dodici anni (sei a Reggio e sei a Diamante) prima di far ritorno nuovamente ad Avellino. Abbiamo perso la vicinanza, ma non il contatto, con gli amici del Cai di Salerno … e la stampa sociale, sezionale e nazionale, ci mantiene comunque vicini a tutto quanto avviene nella grande famiglia del Cai.
Sul numero di settembre-ottobre del 1995 di “La Rivista del Club Alpino Italiano” compare, cristallina, una riflessione del cardinale Giovanni Saldarini, arcivescovo di Torino, sulla “Spiritualità della Montagna”; essa inizia con l’annotazione che Pier Giorgio Frassati appose sulla foto che lo ritrae durante la sua ultima scalata, un mese prima della morte: “Verso l’alto”!
Quel riferimento così immediato alla figura di Pier Giorgio rispolvera d’un colpo in me l’idea dei “Sentieri Frassati” e questa volta in una chiave nuova, giacché comprendo che questi sentieri, per farsi “segno del cammino di Pier Giorgio” dovranno in qualche modo portare i “segni del cammino di ogni cristiano”, dalla “rivelazione battesimale” al “divino incontro” mediato ora dal “culto per la Madonna”, ora dall’“affidamento ai Santi”, ora dalla “meditazione monastica”, ora da altro ancora.
Nuovi scenari cominciano ad aprirsi e con essi si apre anche la disponibilità della mia mente ad una maggior conoscenza e studio della vita di Pier Giorgio.
Forse è il segnale che lo stesso Pier Giorgio aspettava da me … e così ecco che mi ritrovo, in una sera di dicembre del 1995, a fermarmi – solo apparentemente per caso – davanti ad una bancarella di libri fuori commercio in pieno centro a Reggio Calabria; lo sguardo cade subito su un grosso volume, tipo album fotografico, dalla sovraccoperta rosso corallo: è “Il cammino di Pier Giorgio” (ed. Rizzoli, 1990), uno dei più bei libri scritto su Pier Giorgio dalla sorella Luciana. Lo acquisto subito e lo “divoro” in due sere. Sarà l’avvio di una lunga serie di acquisti e letture su tutto quanto sia stato pubblicato su Pier Giorgio!
In quello stesso 1995 si era intanto andata affermando un’iniziativa storica per lo sviluppo della pratica escursionistica in tutt’Italia, ed a mio avviso determinante per quello che sarebbe stato successivamente lo sviluppo dei “Sentieri Frassati” ; dal 13 febbraio al 6 ottobre del 1995, infatti, il Cai realizza, sotto la presidenza di Roberto De Martin, il “Camminaitalia”, il trekking più lungo del mondo: 6.000 chilometri quasi ininterrotti lungo il “Sentiero Italia”, che collega fra loro le due isole maggiori, gli Appennini e le Alpi seguendo il filo conduttore delle antiche vie di comunicazione legate al mondo della montagna.
L’ampio successo della manifestazione contribuisce in maniera fondamentale alla diffusione di una cultura del trekking propria – ma non esclusiva – del Cai, che così si sintetizza: “Camminare per conoscere, conoscere per amare, amare per tutelare”.
Nel dicembre del ’95, per i tipi dell’Editoriale Giorgio Mondadori, esce il libro “Camminaitalia”, nel quale Riccardo Carnovalini, Giancarlo Corbellini e Teresio Valsesia (quest’ultimo vice presidente nazionale del Cai), descrivono ad una ad una le tappe percorse. Compro, naturalmente, anche questo libro e, nelle pagine dedicate alla mia Campania e alle regioni limitrofe leggo qesta annotazione di Giancarlo Corbellini: “La visita a santuari e a isolate chiesette di montagna ha ritmato il nostro viaggio nelle regioni centro-meridionali d’Italia. […'> particolarmente diffuso il culto della Madonna, la cui origine presenta dovunque evidenti analogie, arricchite da varianti locali. Talvolta è la Madonna stessa a comparire direttamente a un pastore. In altri casi è il pastore, magari spinto da un temporale, a scoprire in una grotta una statua lignea della Madonna, che per le sue doti miracolose diventa presto oggetto di culto degli abitanti dei villaggi vicini. […'> Al culto della Madonna si aggiunge spesso quello dei santi, in particolare di San Michele, diffuso all’epoca della dominazione dei Longobardi”.
Quello che Corbellini annota è per me un fatto scontato, visto che nella mia Sala Consilina i due santuari di montagna, collocati sulle due più alte cime, sono appunto dedicati uno alla Madonna (che prende lì il titolo di “Sito Alto”) e l’altro a San Michele Arcangelo, eppure qualcosa di nuovo nasce da quell’osservazione esterna: perché non accomunare i due santuari in un unico nuovo percorso, visto che fino ad allora essi erano ben distinte mete di autonome vie di pellagrinaggio?
L’idea si fa avvincente, l’animo si riscalda e il pensiero, immerso nella originalità di raggiungere quegli antichi siti per nuove vie, va a quela volta che ascesi una delle cime dei moti della Balzata – quella appunto ove si erge il santuario di San Michele – provenendo non già dal centro abitato – come normalmente avviene in occasione dei due pellegrinaggi di maggio e settembre – ma dall’estremità sud del paese dove, al confine con Padula, sorge il battistero paleocristiano di “Marcellianum”, unico nel mondo occidentale per l’originale impianto architettonico al di sopra di una sorgente, che per questo naturalmente riempiva d’acqua la vasca all’atto del battesimo “per immersione” dei catecumeni, contrariamente a quanto artificialmente avveniva in tutti gli altri battisteri.

E fu appunto con l’acqua di quella sorgente – che ancora oggi lambisce i ruderi del battistero – che volli fosse battezzato il mio piccolo Aldo Maria, lassù nella chiesa del santuario di San Michele: di qui la mia insolita ascensione - con una brocca di terracotta, contenente l’acqua, nello zaino – passando per altri importanti ruderi: quelli del monastero di Sant’Angelo in Fonti, che molti secoli addietro accolse le preghiere e le meditazioni di un gruppo di monache dell’Ordine di San Bernardo (santo particolarmente caro, oggi, agli alpinisti, per esserne il patrono).
Un battistero, un monastero, un santuario dedicato al principe degli Arcangeli ed uno, ancora più su, dove viene invocata quella Madonna cui pure Pier Giorgio amava frequentemente rivolgersi dall’alto di un santuario, quello di Oropa!
E tutto questo in un paese – Sala Consilina, appunto – dove il più antico Circolo di Azione Cattolica, quello della parrocchia di San Pietro, è intitolato proprio a Pier Giorgio Frassati, secondo uno slancio che coinvolse, dopo la sua morte, tantissimi gruppi giovanili d’ogni parte d’Italia, nelle cui sedi – come ancora oggi a Sala Consilina – campeggiava il suo ritratto.
Eccoli, allora, finalmente i “segni” giusti che snodandosi lungo mille metri di dislivello potevano far sì che l’originale sentiero che tutti li congiungeva potesse proporsi, con decisione, come il “Sentiero Frassati” della Campania!

Telefono subito al presidente della Sezione Cai di Salerno - che nel frattempo era diventato l’avvocato Ennio Capone – accennandogli l’idea; Ennio ne intuisce subito la valenza e ne coglie anche la provvidenziale mia formulazione proprio alla vigilia di una riunione che egli evrebbe tenuto di lì a qualche giorno con i presidenti delle altre Sezioni Cai della Campania per elaborare qualche comune iniziativa che potesse vedere coinvolto il Cai con le popolazioni locali. Il suo “pallino”, che sarebbe poi diventato anche il mio, è che i “caini” non possono permettersi di camminare tutte le domeniche sistematicamente “sulle teste della gente” senza che vi sia, almeno di tanto in tanto, una reciproca conoscenza tra “forestieri” e “locali”, passaggio fondamentale per arricchire davvero gli uni e gli altri; di qui la necessità di organizzare durante l’anno alcuni eventi escursionistici che vedessero fianco a fianco collaborare i soci del Cai, Amministrazioni locali, Associazioni e semplici cittadini.
La completezza del progetto da me subito messo per iscritto e trasmesso via fax, le grandi doti di Ennio di chiamare a condivisione gli amici su ciò in cui crede davvero, la fiducia subito manifestata dai rappresentanti delle altre Sezioni della regione, fanno sì che il 7 febbraio del 1996 il “Sentiero Frassati della Campania” divenga un progetto ufficiale della Delegazione Campana del CAI!
L’idea dei “Sentieri Frassati” è ormai compiutamente articolata: “Un sentiero di particolare interesse nauralistico, storico e religioso da intitolare al giovane torinese che “amava la montagna e la sentiva come una cosa grande, un mezzo di elevazione dello spirito, una palestra dove si tempra l’anima e il corpo”.
E nel libro che per la stessa Delegazione Campana del Cai mi preoccuperò di curare quale preludio al concreto avvio del progetto (Il “Sentiero Frassati” della Campania, Laruffa, Reggio Calabria 1996) viene chiaramente espresso quel sogno che Pier Giorgio, avendomene dato l’ispirazione, avrebbe provveduto a far sì che si realizzasse: “L’auspicio è che quest’idea – grazie alla fitta rete delle sezioni del Cai – possa presto irradiarsi in ogni regione d’Italia in modo che ciascuna abbia il proprio “Sentiero Frassati”.
Il 23 giugno del 1996 a Sala Consilina viene inaugurato il primo “Sentiero Frassati” d’Italia, quello della Campania … il 1° maggio del 2010 l’Emilia Romagna è la diciassettesima regione d’Italia ad intitolare a Pier Giorgio Frassati un sentiero in adesione a quell’idea, venutami dallo stesso Pier Giorgio, in quella veglia di preghiera con l’Azione Cattolica di Salerno, nel maggio del 1990 …


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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