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LA LUNGA ATTESA DELLA PRINCIPESSA


  Maria Antonia Sironi 

La principessa (foto di Hildegard Diemberger).


Cinque secoli.
Da cinque secoli la principessa attende, chiusa entro le pagine del manoscritto, da quando i suoi discepoli, alla fine del quindicesimo secolo, lo compilarono.
Cinquecento anni è uno lasso di tempo significativo per i tibetani. Cinquecento anni di attesa furono profetizzati per la reincarnazione di Bodong Chole Namgyal, il maestro della principessa, uno dei grandi saggi del buddismo morto alla metà del quindicesimo secolo.
Alla scadenza egli ritornò sulla terra nelle vesti di un monaco dall’aspetto schivo e riservato, desideroso soprattutto di riprendere una esistenza dedicata allo studio e alla vita mistica.
Invece il momento della sua venuta coincise - ma forse non fu un caso - con l’invasione del Tibet da parte cinese. Lui ovviamente si rivelò all’altezza della situazione e svolse il vitale compito di riunire e portare in salvo un consistente gruppo di suoi concittadini dispersi.
Cinquecento anni furono predetti all’imperatore del Tibet nel nono secolo.
A quel tempo il suo regno godeva del massimo splendore, ma già si avvertivano i segni della decadenza. Sarebbero passati cinquecento anni, disse l’oracolo, in cui avrebbero dominato distruzione e morte, i sovrani sarebbero stati vilipesi e torturati, la religione oltraggiata, ma finalmente, dopo cinque secoli, l’impero tibetano sarebbe tornato all’antica gloria.
Ciò però, e qui la profezia fu molto chiara, sarebbe avvenuto in un lontano paese nascosto fra le montagne dell’Himalaya. In quel paese, alla scadenza della fatidica data, regnava il padre della principessa.
Cinquecento anni sono trascorsi anche per lei, che nacque a Gungtang nel 1422, anno della tigre del calendario tibetano.
Era la figlia primogenita del re, amata e riverita, educata probabilmente per divenire erede al trono, fino a quando nacque un fratellastro che, essendo maschio, venne acclamato “legittimo figlio degli dei”.
Lei non ebbe rimpianti, ma il suo carattere volitivo e ribelle rimase sempre volto a scelte anticonvenzionali.
La sua vita avventurosa e unica nel genere, affascinò i suoi discepoli che la trascrissero - la sua biografia. Dopo essere stato annoverato fra i sacri testi tuttavia questo manoscritto scomparve e per lungo tempo la tradizione lo considerò “redatto ma disperso”.
Nascosto chissà dove ma evidentemente carico di grande forza, divenne un pacchetto di fogli tenuti malamente insieme che però resistettero alla rivoluzione culturale, e adesso, allo scadere dei cinquecento anni sono tornati alla luce, quasi per caso, forse misteriosamente.
Possiamo comunque immaginare l’emozione di chi li ha trovati e riconosciuti, le trepide dita con cui li ha sfogliati, gli occhi colmi d’ansia mentre decifrava le silabe, ricomponeva le frasi.
Frasi scritte in un tibetano un po’ arcaico ma ancora ben comprensibile.
Nel manoscritto è narrata la storia della principessa dal momento in cui venne alla luce, ”morbida e liscia come una conchiglia”, a quando compì tre anni e già parlava sanscrito - la lingua dei testi sacri sconosciuta ai più - a quando, a quattro, “imparò a leggere solo guardando l’alfabeto, senza sforzo alcuno”.
Il frontespizio del manoscritto.


Fermò poi, è narrato, una epidemia che stava facendo innumerevoli vittime, bloccò un terremoto disastroso e arrestò una piena del fiume evitando che la furia delle acque travolgesse i cavalieri di suo padre in transito nella forra.
Piu tardi fu data in sposa al figlio del signore di Shekar, con il preciso scopo di rinsaldare buone relazioni con il potente vicino.
Fu costretta ad accettare ma dopo breve tempo entrò in crisi e giunta all’orlo di una simulata follia ottenne il consenso per diventare monaca.
Per Chokyi Dronma - questo il nome che le venne dato con l’ordinazione correntemente abbreviato in Chodron - essere religiosa non fu una via di fuga, ma l’adempimento di ciò che aveva lungamente desiderato.
In breve raggiunse il più alto livello di preparazione nella filosofia buddista e venne riconosciuta come reincarnazione della dea Dorje Phagmo, divinità di origine indiana, dal carattere anticonformista e ribelle, venerata soprattutto dalle donne.
Personaggio umano per sentimenti e passioni, la principessa sviluppò uno straordinario rapporto con il sacro.
Dopo essere passata indenne fra complotti e tresche di corte, e aver composto un grave dissidio fra suo padre e il fratellastro che stava portando il paese alla guerra civile, scelse di condurre una vita dai molteplici interessi, improntata all’ascetismo, alla meditazione e alle pratiche tantriche, ma non estranea alla creatività soprattutto musicale e ai problemi che oggi chiameremmo sociali come la cura per migliorare la posizione femminile nelle comunità monastiche e nella società tibetana di allora.
Al fine di aiutare i poveri, le comunità religose e tutti gli esseri viventi, come voleva il Budda, si fece persino monaca questuante suscitando l’irritazione e lo sgomento della famiglia reale e dei suoi concittadini, seguiti, forse a malincuore, dalla loro incondizionata ammirazione.
Chodron visse in contatto con i più grandi maestri del Buddismo del suo tempo. Fra questi Bodong Chole Namgyal, l’”onniscente” che l’avviò alla vita monastica e che fu a lungo suo partner tantrico (è il personaggio reincarnato recentemente di cui è fatto cenno all’inizio).
Dopo la sua morte la principessa incontrò Tangton Gyalbo, non solo grande mistico e maestro di filosofia e religione, ma anche abile tecnico, costruttore di ponti in ferro e del grandioso stupa sulla riva del fiume Brahmaputra. Vegliardo di aspetto incredibilmente giovane - al momento del loro incontro lui aveva compiuto i novant’anni ma aveva la pelle liscia come quella di un ragazzo - di fronte alla domanda di cosa fare e dove andare, alla ricerca di una valle nascosta, egli la pose di fronte ad una scelta terribile: “Se rimarrai qui, in occidente, avrai vita lunga e pochi discepoli, se andrai ad oriente avrai tanti discepoli quante sono le spighe dell’orzo in un campo ben irrigato, ma non posso dire nulla circa la lunghezza della tua vita.”
Lei accettò la sfida e decise di partire. Il viaggio però bruscamente si interrompe… perché al manoscritto mancano le ultime pagine.
Distrazione? Negligenza? Furto?
Molte sono le ipotesi. Nell’ambiente chiuso e conservativo del paese di montagna in cui era nata, l’esistenza della principessa era forse stata illuminata da quella scintilla innovativa che nel Tibet del quindicesimo secolo - al pari dell’Europa - avrebbe dato avvio ad una sorta di Rinascimento. (Fra l’altro lei fu promotrice della stampa da matrice, appena introdotta in Tibet dalla Cina).
Per questo elemento anticonvenzionale uno studioso ha azzardato l’ipotesi che qualche benpensante, disturbato dalle sue scelte poco ortodosse, abbia fatto sparire le ultime pagine. Qualunque ne sia stata la causa, la conclusione della sua esistenza è rimasta circondata da mistero.
Solo una paziente e attenta ricostruzione sulla base di altri testi dell’epoca ha rivelato che la principessa-monaca mori a Tsari, nell’est del Tibet, nel cuore di una Valle Nascosta, all’età di 33 anni e che di lei rimase (e dovrebbe ancora esistere) il teschio considerato reliquia preziosissima.
Chung Riwoche stupa con fiume bjpg (foto Tona Sironi).


Un giorno, inaspettatamente e quasi per caso, il manoscritto arrivò anche a me. Mia figlia Hildegard, antropologa e tibetologa presso l’Università di Cambridge, tornando da un viaggio di ricerca, mi parlò di uno strano manoscritto.
Era un testo considerato perduto che, per vie misteriose, era finito nelle sue mani e che lei, con l’aiuto di un collega tibetano, si accingeva a tradurre.
Era la biografia della principessa.
Il testo divenne la base per un libro di interesse soprattutto accademico pubblicato dalla Columbia University Press nel 2007.
Il manoscritto però conteneva una storia che aveva un valore intrinseco anche per i non addetti ai lavori e che si rivelava sempre più affascinante.
La personalità della principessa era descritta in modo particolarmente vivace, come lo era quella dei personaggi con cui lei aveva condviso incredibili avventure.
Stupendi soprattutto risultavano i paesaggi e l’ambiente in cui era vissuta, e che balzavano dalle pagine in modo prepotente e inaspettatamente moderno.
Io però, devo ammetterlo, mi sentivo coinvolta anche a livello personale.
La principessa veniva da Gungtang, luogo dove, nel corso dei miei numerosi viaggi in Tibet mi ero recata più volte.
In quella cittadina situata a 4000 metri di quota, circondata da grandiose montagne innevate, avevamo visto i resti delle possenti mura che cingevano il maestoso palazzo dove lei era nata. Eravamo saliti alla grotta di Milarepa dove lei si recava in pellegrinaggio, e nel vicino monastero di Takartaso avevamo trovato cumuli di matrici di legno, resti di uno dei più antichi centri di stampa del Tibet, fondato proprio in quel luogo, all’inizio del sedicesimo secolo da un suo pronipote.
L‘emozione che ne avevamo ricavato aveva agito da spinta per fondare la piccola associazione di volontariato Eco Himal attraverso la quale ancora oggi cerchiamo di dare una mano alla popolazione delle aree remote del Tibet.
Lei era andata sposa a Shekar, la capitale del paese vicino, ma anche montagna sacra e monastero su cui avevamo scritto un libro e dove avevamo realizzato un paio di documentari.
Lei era stata ordinata monaca nel tempio di Pemo Choding, ardito nido d’acquila a quasi cinquemila metri di quota, in vista dello Shishapangma, e lì, alla tremula luce delle lampade al burro, avevamo toccato con trepidazione le reliquie del maestro Bodong Chole Namgyal. Nel suo viaggio verso est la principessa era arrivata sulla riva del Brahmaputra dove aveva incontrato Tangton Gyalbo, e dove noi avevamo fatto un sopralluogo nell’illusoria speranza di poter avviare un adeguato progetto di restauro proprio dello stupa che lei aveva contribuito a costruire.
A Samding, sulle sponde del lago detto “della demonessa”, avevamo incontrato, vivente, la sua dodicesima reincarnazione.
pema choeding Shishapagma (foto Hildegard Diemberger).


Poco per volta la principessa entrò nella mia esistenza in modo decisamente invasivo.
Cominciai a raccontare la sua storia alle nipotine e ai loro amici come una favola, riempiendo gli spazi vuoti con il mio vissuto tibetano.
Così maturò l’idea di scrivere.
La principessa non doveva parlare solo agli specialisti! A un certo punto mi parve addirittura che lei volesse affidare quel compito proprio a me e che io dovessi impegnarmi affinche il suo messaggio potesse continuare a diffondersi. Una impresa non da poco.
Ne è nato un libro che porta il titolo La Principessa di Gungtang, che allo scadere dei cinquecento anni, desidera rendere tutti partecipi del messaggio della principessa, che, come diceva lei, era “a favore di tutti gli esseri viventi”.


La Principessa di Gungtang di Maria Antonia Sironi con la collaborazione di Sonam Tsering, esce nell’ottobre del 2010, per Alpine Studio Edizioni, Lecco, Collana Orizzonti, con prefazione di Kurt Diemberger.

Il testo che analizza il manoscritto e ne riporta la traduzione è: Hildegard Diemberger When a Woman became a Religious Dynasty, Colombia University Press New York 1907.





  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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