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Sugli strapiombi del Baffelan 25 anni dopo


  Giuseppe Magrin 

Questo scritto vuol essere un modestissimo omaggio al valore e alla bravura di Mario Boschetti e Cesco Zaltron.

Per la mia valle, credo di poter affermare che Mario sia stato il nostro più forte scalatore non professionista degli anni ’50 e seguenti.
Cesco - e me ne onoro - per anni fu mio amico e maestro; essi compirono insieme molte difficile salite anche nelle Dolomiti, che spesso raggiungevano in bicicletta, senza altri mezzi che non fossero la voglia di sperimentare.
Per Mario, le vie nuove riguardano solo le Piccole Dolomiti, mentre Cesco giunse anche sulle Ande con la spedizione di Pietro Ghiglione.
Mario, per molte ragioni non poteva avere così larghi orizzonti, chissà quali straordinari risultati avrebbe potuto conseguire un uomo di tale forza e determinazione se il talento, la forza atletica e le capacità, avessero potuto esplicarsi anche fuori dell’ambito ristretto delle nostre montagne.
In ogni caso, le vie aperte nel vicentino, sono la a dimostrare il valore eccezionale di un così poco conosciuto personaggio.
Le qualità atletiche di Mario combinate con l’intuito, la fantasia, la passione di Cesco (furono lungamente compagni di cordata), hanno prodotto quella miscela esplosiva di volontà e di azione che è culminata nella realizzazione di alcuni autentici capolavori dell’arrampicata quali lo Spigolo d’Uderle: via di straordinaria eleganza e arditezza, la maestosa via delle Sibele che contorna il “Portale” e incide poi diritta la lavagna superiore, lo spigolo del Sassolongo e gli aggettanti strapiombi del Baffelan: duri e pericolosi, ove i due rischiarono la tragedia per un volo del primo e la quasi totale rottura della corda.
Qui si descrive la ripetizione della via degli Strapiombi, effettuata ad un quarto di secolo di distanza dalla prima salita.

Con Silvio Mascella (Ciccio) e Beppe Visonà (Giazza) effettuammo la 2^ o 3^ salita integrale, molte ripetizioni infatti avevano utilizzato la scappatoia di sinistra, la quale evita il durissimo passaggio chiave (il più difficile della via) che è situato poco sopra la cengia ove c’è pure il libro di via.
Sulla cengia sopra le “Canne Carugati” ci riuniamo tutti e tre, è questo il momento delle verifiche e dei pronostici.
Il monte che si vuol salire per quella via piena di incognite e di difficoltà sin qui soltanto immaginate è ora tangibile e concreta realtà. Qui si dissolvono le immagini assurde eppur lucide del sogno, le costruzioni fantastiche della mente debbono giocoforza lasciar spazio ad una ginnastica violenta che vien trasformandosi sulla liscia parete in un esercizio elegante e lieve fatto di movimenti misurati tesi alla continua conquista dell’equilibrio.
Gli Strapiombi godono fama di difficoltà assai temibili, di passaggi e pendoli tra i quali occorre trascinarsi con le unghie, insomma sempre ne abbiamo sentito parlare come di una arrampicata iperbolica.
Pochissime le ripetizioni e tutte effettuate mediante una variante superiore che evita il nodo cruciale della via originaria.
Altre numerose cordate dipanano già verso le vie classiche, qualcuno vedendoci andar su dritti al centro della parete, si prende la briga di informarci che: …“il Baffelan non si sale di lì…!” Invece la via è proprio questa; ecco il vecchio chiodo piantato da Mario: grezzo, grosso, modesto oggetto, muto testimone e complice di ardimenti estremi.
Mi si spezza tra le mani mentre tento l’indebita appropriazione, ispirata forse quest’ultima, da un vago indefinito desiderio di continuità spirituale con quegli ardimenti e quegli eroismi anonimi, che il possesso dell’oggetto materiale parrebbe concretare al di la della momentanea profanazione.

Salgo sempre da primo, verso quei potenti strapiombi gialli che visti da qui mi paiono già più famigliari.
Mi seguono impazienti i compagni, soprattutto Giazza, che pare animato dal sacro furore di “far presto..”.
Tra belle lastre di calcare compatto giungo fin sotto i tetti. Frugo nella mente per trovar similitudini a questo giacere sotto masse compatte di rocce giallo miele, mentre i compagni si avvicinano al posto di sosta.
I tetti visti così, danno quasi un senso di protezione, di riparo, come fossimo sotto un’accogliente caverna.
Si tratta ora però di uscirne, di gettarsi in alto verso l’orlo del tetto. Qui, per mezzo di una discreta fessura si va nel vuoto più aereo, occorre fidare molto sulla corda e nella forza dei compagni, ma di più sulle proprie risorse.
Mi allungo verso un liscio pilastrino con un’ampia spaccata…poi di forza l’abbranco, e, quasi abbracciato come al palo delle cuccagna, lo risalgo finché, giunto al sommo diventa necessario montarlo.
Allora, tastando alla cieca con le mani sopra il pilastro, trovo, infisso sulla piatta superficie dall’alto verso il basso, un provvidenziale chiodo ad anello, al quale pur senza vederlo, ben volentieri mi appendo, per issarmi finalmente, non senza sforzi penosi accompagnati da ampio sventolio di piedi nel vuoto e conseguenti ineleganti lavori di gomiti e ginocchia.
La corda, che sparisce dietro l’orlo dello strapiombo, deve essere strattonata con forza perché si decida a seguirmi a raggiungere finalmente la cengia più in alto. Sono ora sul fianco destro dei ciclopici tetti.
Poco dopo, scorrazzando coi compagni per l’ampia cengia, nella euforia del duro passo superato, siamo quasi per darci alla festa.
Il libretto della via che firmiamo (le cordate che ci hanno preceduto si contano sulle dita di una mano), la vicinanza delle altre cordate sulle vie parallele e il verde dei mughi in vetta che già si lasciano scorgere sotto l’azzurro limpido del cielo, ci mettono in corpo l’esultanza della vetta.
Ma, noi non lo sappiamo, la vera grande difficoltà delle via e lì, appena sopra di noi, in un passaggio di pochi metri che da qui non appare così micidiale ma che ben presto si lascerà conoscere.
Lasciata la cengia, dopo una facile rampetta, si entra in un incavo: è come se si entrasse nel cavo di una scodella messa giù di taglio, dal bel mezzo della quale, occhieggia uno di quei soliti chiodi arrugginiti di Mario Boschetti: lungo, grosso, poco piantato e, a prima vista assolutamente inaffidabile poiché sembrerebbe appiccicato con lo sputo.
Questo addirittura è piantato da sotto in su in un punto dove le mani sporgono ben più che i piedi, su roccia che sembra ghiaia pressata e in una fessura più immaginaria che reale!
Penso tra me : “Mai mi appenderò a quel chiodo!”.
E infatti, poco dopo gli son sopra con tutte e due le mani perché è l’unico modo possibile di.. star su!
Passo la corda lavorando coi denti e mi butto a sinistra perché altro non si può fare…!
Sono seguito con apprensione da Ciccio che sfila il cordame nel vecchio moschettone e al quale annuncio più volte il volo imminente.
Il passaggio è di una durezza estrema, le punte degli scarponi raschiano tutto quel che si può raschiare, mai ero stato così simile agli uccelli!
Cautamente se pur vicino allo stremo per lo sforzo sulle dita, mi muovo orizzontalmente a sinistra con piccoli ineleganti movimenti che mi avvicinano ad una fessura disperatamente cercata.
Qui, con sforzo indicibile, riesco ad infilare con le mani un chiodo a servire da provvisorio quanto inaffidabile appiglio.
Ancora, sempre al limite del volo, raggiungo (solo Dio sa come!) una specie di muretto friabile ove posso dar tregua allo sforzo e, appena sopra, sostare per recuperare coi muscoli ancora tremanti per lo sforzo i fidati compagni.
Giazza e Ciccio mi raggiungono che sono ancora ansante e stravolto.
Più sopra facili rocce precedono la vetta, dove lascio volentieri che i secondi mi precedano….
Presso la croce di ferro, ove ora giungono da vie diverse anche altre cordate, possiamo davvero brindare dalle borracce e gustare la nostra vittoria, conquista conseguita a mani nude, tastando palmo a palmo quelle stesse rocce dove anche Cesco e Mario un quarto di secolo fa, osarono tutto, e vinsero.
Ora li capiamo meglio, li sentiamo come compagni di avventura, anzi fratelli. La larga faccia calcarea del Baffelan si dischiude a sorrisi insperati, mentre come le è consueto, si avvolge con veli di nebbie leggere e fluttuanti che ne aumentano il fascino, ad alimentare vecchie leggende.

Il titanico, possente scaglione, alto come la prora di una immensa nave emergente sulle pianure, quello che Tita Piaz raffrontò ai suoi monti più cari (i dirupi di Larsec) e che a lungo circuirono, studiarono, amarono altri idealisti come i Carugati, e Berti e Casara e Meneghello è adesso un poco anche nostro, per questa “botta di vita” che adesso è incorniciata nel volto arruffato e felice dei compagni, usciti con me dall’abisso, per giungere alla luce della vetta ove la fatiche tutte si dissolvono e si possono lasciar danzare la magia e la poesia della lotta e del pericolo nel canto della vittoria.


  a cura di
  Filippo Zolezzi

 
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